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Nel primo anno di TUFO era doveroso celebrare il giorno di San Gennaro, che ci deve sempre «mettere la mano sua». Perché, come diceva Totò, nei panni di don Vincenzo ‘o fenomeno nel film "Operazione San Gennaro" a Nino Manfredi «Dudù, noi a Napoli campiamo solo di miracoli!».
Per ogni anno passato a raccontare del «prodigio», ovvero la liquefazione del sangue del patrono contenuto nell'ampolla, non so contare la quantità di sarcasmo e ironie: «Credete ancora a queste cose? Siete nel Medioevo!». Col tempo ho smesso di rispondere.
Nella mia vita precedente ho avuto a che fare con la chimica, prima di sceglier di far altro: so cosa sono i liquidi tissotropici e so che la scienza può spiegare quel che la Chiesa chiama «prodigio» e i fedeli proclamano «miracolo». Ma è così importante? Guarda, per me resta un miracolo e te lo spiego meglio.
È una vita che noi napoletani ci arrabattiamo così, esattamente come il sangue di San Gennaro.
Finché ci lasciano stare, restiamo lì, densi, compatti, apparentemente immobili. Ma se cominciano a scuoterci, a sbatterci, a prenderci a cazzotti, e invece di indurirci, intostarci, ci facciamo liquidi. Passiamo dappertutto. Troviamo una fessura, un pertugio, una maniera, troviamo la via per farcela.
Ci adattiamo alla forma del recipiente senza mai diventare davvero il recipiente.
E non è forse l'esatta metafora di questa città?
Don Mimmo, ovvero il cardinale Domenico Battaglia, vescovo di Napoli, scrive di persona tutti i suoi interventi. L'omelia di quest'anno è stata particolarmente emozionante, lui stesso si è commosso.
Ne riporto uno stralcio, è indirizzata idealmente proprio al Santo Gennaro:
Fammi la grazia dell’anno prossimo.
Fa’ che il 19 settembre dell’anno prossimo possiamo entrare in questa Cattedrale senza dover aggiungere un’altra guerra all’elenco. Fa’ che nessuno abbia bombardato una casa.
Che nessuno abbia sparato a un ragazzo. Che nessuno abbia scavato una fossa. Che nessuna madre abbia dovuto riconoscere suo figlio da una scarpa, da una fotografia, da un brandello di vestito.
Fa’ che i potenti abbiano avuto finalmente il coraggio di essere più grandi delle loro armi.
Fa’ che chi vive di guerra abbia scoperto la vergogna.
Fa’ che chi vive di camorra abbia scoperto che esiste una vita diversa.
Fa’ che chi ha paura trovi qualcuno disposto a camminargli accanto.
Fa’ che Napoli non debba più seppellire i suoi ragazzi.
Fa’ che i bambini della Palestina possano tornare semplicemente bambini.
Fa’ che i bambini dell’Ucraina possano imparare il suono della notte senza dover distinguere un tuono da un missile.
Fa’ che in ogni terra la parola domani torni a significare qualcosa.
Dolce Enrico, cinquant'anni fa, a Napoli
Una domenica di mezzo secolo fa, 19 settembre 1976, il segretario del PCI Enrico Berlinguer chiudeva la Festa dell'Unità alla Mostra d'Oltremare di Napoli.
Era il tempo in cui il Partito Comunista Italiano, il più grande Partito Comunista d'Occidente, faceva sentire forte la sua voce, era «l'altra chiesa» del Paese. Quello fu un comizio memorabile, disse chi c'era. Mai più come quello, mai più come Berlinguer, dice oggi chi è rimasto. Anche quella fu richiesta d'un miracolo, se ci pensi.
Ho ricordato questa storia perché una persona ha scritto sui social «Dove siete finiti!». Già.
