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Guerra tra Iran, Usa e Israele

Drone colpisce base italiana a Erbil, cos’è successo: Meloni: “Vicinanza ai nostri militari, rimasti illesi”

Nella notte tra l’11 e il 12 marzo, un drone ha colpito Camp Singara a Erbil, la base italiana in Iraq, causando danni materiali ma senza feriti. Un episodio che conferma come il nord dell’Iraq sia sempre più al centro delle tensioni regionali tra Iran, Stati Uniti e Israele.
A cura di Francesca Moriero
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Forte esplosione all'aeroporto di Irbil in Iraq
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Nella notte tra l'11 e il 12 marzo il rumore della guerra che ormai attraversa tutta l'Asia Sud Occidentale è arrivato anche alle porte del contingente italiano in Iraq. Poco dopo le 23 ora locale, nella città curda di Erbil, una minaccia aerea ha colpito Camp Singara, la base militare nata nell'ambito dell'operazione internazionale contro l'Isis, che ha addestrato migliaia di militari curdi su richiesta dello stesso governo della regione autonoma, dove sono stanziati anche soldati italiani. L'esplosione è stata avvertita chiaramente anche nella zona urbana della città. Diverse testimonianze parlano di boati che hanno fatto tremare i vetri degli edifici vicini all'aeroporto, dove si trova il complesso militare che ospita sia forze della coalizione internazionale sia, appunto, il contingente italiano. Nei primi momenti le informazioni sono state profondamente vaghe e frammentate, si è parlato di un missile, poi di un attacco coordinato, poi ancora di un drone. Con il passare delle ore la ricostruzione si è fatta via via più chiara. Secondo le prime verifiche miliari, l'oggetto che ha colpito l'area sarebbe stato un drone di tipo Shadeh, uno dei velivoli senza pilota utilizzati frequentemente nelle operazioni delle milizie legate all'Iran nella regione. Non è ancora del tutto certo se il drone fosse diretto precisamente contro la base italiana oppure se abbia perso quota durante il volo finendo contro un mezzo militare o una struttura logistica all'interno del perimetro. Il bilancio, per ora, resta limitato ai danni materiali. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che non ci sono stati feriti tra i militari italiani, sottolineando che il sistema di preallarme della base ha funzionato correttamente permettendo a tutto il personale di mettersi al riparo nei bunker pochi minuti prima dell’impatto. Anche il comandante del contingente italiano sul posto, il colonnello Stefano Pizzotti, ha spiegato che i militari erano già in stato di allerta quando è scattato l'allarme di minaccia aerea, e che l’intero personale si è immediatamente trasferito nei rifugi di sicurezza. Poi, la solidarietà da parte della premier Giorgia Meloni, che con un post sui social ha scritto: "Continuo a seguire con attenzione quanto accaduto alla nostra base di Erbil, sono in costante contatto con i ministri Tajani e Crosetto per monitorare la situazione. A nome del Governo e mio personale esprimo solidarietà e vicinanza ai nostri militari, rimasti illesi a seguito dell'attacco: l'Italia è orgogliosa del coraggio e della professionalità che mettono nel lavorare quotidianamente per la pace e la sicurezza nei molti teatri di crisi".

Cosa è successo alla base militare italiana a Ebril, la ricostruzione dell'accaduto

Base militare attaccata dai droni iraniani alla periferia di Erbil in Iraq
Base militare attaccata dai droni iraniani alla periferia di Erbil in Iraq

Nella notte tra l'11 e il 12 marzo un drone ha colpito l'area della base militare di Camp Singara, alla periferia di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove è presente anche il contingente italiano. L'impatto ha provocato un'esplosione all'interno del perimetro dell'installazione militare, causando danni materiali ma senza ferire i soldati presenti nella struttura, che si erano già messi al riparo nei bunker dopo l'attivazione del sistema di allerta della base. Per capire però cosa è successo e perché un attacco a Erbil sia tutt'altro che marginale bisogna guardare alla geografia politica della regione. La città si trova nel Kurdistan iracheno, una regione autonoma nel nord dell'Iraq, incastonata in un punto strategico dove si incontrano tre frontiere estremamente sensibili: Siria, Turchia e Iran. Qui, dal 2014, è presente la missione militare italiana denominata Operazione Prima Parthica, nata all'interno della coalizione internazionale che combatte lo Stato Islamico. Il compito principale dei soldati italiani non è il combattimento diretto ma l'addestramento delle forze di sicurezza curde, i Peshmerga, su richiesta del governo iracheno. Negli anni migliaia di militari locali sono stati formati proprio in questa base, che rappresenta uno degli snodi principali della presenza occidentale nel nord dell'Iraq. Oggi il contingente italiano nella regione conta alcune centinaia di soldati distribuiti tra Erbil e altre installazioni minori. Camp Singara, poi, non è isolata: si trova accanto a strutture militari utilizzate anche dalle forze statunitensi. Questo significa che, quando la tensione tra Iran e Stati Uniti cresce, tutta quanta l'area diventa automaticamente un possibile bersaglio.

Come stanno i militari italiani a Erbil

Dopo l'attacco, la priorità è stata garantire la sicurezza dei militari italiani. Il personale a Camp Singara si è rifugiato immediatamente nei bunker, dove è rimasto al sicuro mentre gli specialisti valutavano l'entità dei danni a infrastrutture e materiali. La minaccia non si è conclusa subito e ha richiesto ulteriori verifiche per capire se si trattasse di un drone o di un missile ma il dispositivo di sicurezza ha retto efficacemente, proteggendo i soldati per diverse ore sotto il costante monitoraggio del Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI). Anche il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha sottolineato l'efficacia del sistema di allerta, confermando che, nonostante la gravità dell'episodio, nessun militare ha riportato ferite.

Il fronte iracheno della guerra con l'Iran

L'attacco contro la base italiana arriva, però, dentro un quadro molto più ampio. Da settimane il confronto militare tra Iran, Stati Uniti e Israele ha allargato il proprio raggio d'azione a diversi paesi della regione: Libano, Golfo Persico, Mar Rosso e, appunto, Iraq. Proprio il territorio iracheno è diventato uno dei campi di battaglia indiretti più sensibili. Qui operano numerose milizie sciite filo-iraniane, alcune delle quali fanno parte di gruppi armati che negli ultimi anni hanno già rivendicato attacchi contro basi occidentali. In diverse occasioni queste milizie hanno utilizzato droni kamikaze e razzi contro installazioni militari della coalizione internazionale. Gli obiettivi principali sono quasi sempre le basi americane, ma quando le installazioni si trovano nello stesso perimetro o nella stessa area operativa anche altri contingenti, come quello italiano, possono essere coinvolti. Per questo, nelle ore successive all'attacco, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha invitato alla prudenza, spiegando che "prima di attribuire responsabilità precise occorre accertare l'origine del drone". Secondo Tajani, l'episodio è certamente grave e inaccettabile, ma stabilire "se si tratti di un'azione diretta dell'Iran o di milizie alleate operanti sul territorio iracheno" richiede verifiche approfondite.

Non è territorio italiano, ma resta un obiettivo politico

Base militare attaccata dai droni iraniani alla periferia di Erbil in Iraq
Base militare attaccata dai droni iraniani alla periferia di Erbil in Iraq

Un elemento spesso frainteso riguarda poi la natura delle basi militari all'estero. Anche se ospitano soldati italiani e sono gestite dal nostro esercito, non sono territorio nazionale italiano. Camp Singara si trova formalmente sotto sovranità irachena ed esiste grazie ad accordi bilaterali tra Roma e Baghdad che regolano la presenza dei militari stranieri. Dal punto di vista giuridico la base gode di immunità e protezione, ma resta comunque all'interno del territorio dello Stato ospitante. Questo cosa significa nella pratica? Ha una conseguenza importante: un attacco contro una base italiana all'estero non equivale automaticamente a un attacco diretto contro il territorio nazionale, e quindi non fa scattare automaticamente una risposta militare su larga scala. Secondo il diritto internazionale, in particolare l'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, infatti, l'Italia mantiene comunque il diritto di reagire per legittima difesa se necessario per proteggere i propri soldati. Nel caso di missioni multinazionali, ogni eventuale risposta militare deve essere coordinata con gli alleati della coalizione e con il governo del paese ospitante. Per questo, almeno nelle prime ore successive all'attacco, la linea del governo italiano è stata quella della cautela e della de-escalation: rafforzare le misure di sicurezza e attendere una ricostruzione completa dei fatti prima di qualsiasi decisione.

Un segnale della nuova fase della guerra

Al di là dei danni limitati, l'episodio di Erbil racconta qualcosa di più ampio sulla natura del conflitto che si sta sviluppando in Medio Oriente. Le guerre contemporanee raramente rimangono confinate entro un solo fronte. Si espandono attraverso una rete di attori indiretti, milizie locali, alleanze regionali, attacchi con droni, che trasformano intere regioni in campi di pressione strategica. L'Iraq, che negli ultimi anni sembrava lentamente uscire dalla fase più drammatica della guerra contro l'ISIS, rischia di tornare al centro di una nuova stagione di instabilità. Non più come teatro principale di una guerra convenzionale, chiaramente, ma come spazio dove le rivalità tra grandi potenze e potenze regionali si intrecciano attraverso attacchi mirati, intimidazioni militari e operazioni indirette. L'attacco alla base italiana di Erbil, in questo senso, potrebbe non essere visto come un incidente militare isolato ma come segnale di quanto rapidamente il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele stia ampliando il proprio raggio d'azione, trascinando dentro la crisi anche paesi e contingenti che formalmente non sono "parte diretta" della guerra ma che, per posizione geografica o alleanze politiche, finiscono inevitabilmente nel suo raggio di pressione.

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