Ventisei deputati e quindici senatori. Due gruppi parlamentari decisivi in entrambi i rami del Parlamento (anche alla Camera, come capiremo fra qualche settimana). Terza forza numerica a sostegno del governo guidato da Giuseppe Conte. Una comunità già costruita in anni di Leopolda e di comitati civici sul territorio. Una visibilità mediatica enorme e una centralità insperata sulla scena politica nazionale.

In effetti, ci sono molte buone ragioni per considerare sbagliata ogni valutazione sul peso di Italia Viva, la nuova creatura politica di Matteo Renzi, che si basi esclusivamente sui dati dei sondaggi realizzati in questi giorni, che comunque oscillano tra il 3,5% e il 6,4%. Soprattutto, bisognerebbe considerare quali sono gli obiettivi nel breve e lungo periodo di una iniziativa di questo tipo. Renzi è convinto di avere a disposizione non solo uno spazio enorme (dettato dallo scivolamento “all’esterno” di PD e Lega, dalla lenta ma inesorabile scomparsa di Forza Italia e dalla confusione in cui versa la leadership grillina), ma anche il tempo necessario per strutturare meglio una proposta politica e una organizzazione (nuclei territoriali, community online, solidità finanziaria) che diano a Italia Viva la forma di un vero e proprio partito. Ma il progetto può funzionare solo se gli elettori percepiranno il nuovo partito come centrale, determinante, solido. Italia Viva e Renzi devono essere “presenti” per esistere.

È per questo che il discorso sul fuoco amico di Renzi sul governo Conte non ha alcun senso. Il fuoco amico non è una eventualità. È lo scopo dell’intero progetto, almeno nel breve periodo. L’ex presidente del Consiglio non ha creato un nuovo partito e nuovi gruppi parlamentari per vivacchiare, lo ha fatto per contare, per riprendersi quella centralità e quella visibilità che rischiavano di sfuggirgli di mano. Il fuoco amico è lo scopo dei gruppi parlamentari di Italia Viva. Le polemiche sulle scelte di Conte, di Zingaretti e di Di Maio saranno lo strumento con cui Renzi e i suoi marcheranno la loro diversità rispetto a un governo “vecchio stile” (certo, che lo facciano gruppi nati da una manovra di palazzo, dopo aver partecipato allo spoil system delle poltrone, è abbastanza singolare, ma questo passa il convento). I veti, i blitz in Aula e nelle Commissioni, i botta e risposta a mezzo stampa saranno le armi con cui i renziani si porranno al centro della scena, dettando l’agenda e cercando di condizionare il dibattito pubblico.

Uno scenario che è inevitabile, anche a causa dei limiti delle proposte politiche di PD e Movimento Cinque Stelle. A settimane di distanza dalla scelta di abiurare linea politica e abbracciare i grillini, Zingaretti ancora non è riuscito a spiegare ai suoi che intende per discontinuità, né ha chiarito se è in che tempi avvierà una seria riflessione sulla piattaforma ideologica e programmatica del PD. Di Maio ha fatto peggio, non avviando nemmeno l’analisi sulla sconfitta della sua linea politica, quella dell’alleanza con la Lega e della co-gestione del governo gialloverde con Matteo Salvini. E Renzi, che invece lavora da anni a una piattaforma organica e strutturata (discutibilissima, peraltro), non perde occasione per speculare su tali lacune.

Il caso del cosiddetto Green new deal è emblematico. M5S e PD parlano di un grosso cambiamento culturale ed economico, legato alle rinnovabili e alla filosofia green. Bene, anzi benissimo. Ma più in là di qualche slogan non vanno e ancora non sono stati in grado di dirci chi diamine dovrebbe pagare la riconversione energetica, per il troppo timore di urtare le sensibilità dei settori produttivi o dei propri referenti. Che sia timidezza o incapacità conta poco: è tutto campo libero per Renzi, che infatti oggi si premura di farci sapere che va bene l’approccio Green ma “senza alzare le tasse”. Altra frase vuota, ovviamente, ma che funziona, che gli consente di posizionarsi e di mettere la propria bandiera su un tema di grande rilevanza e complessità.

E così andremo avanti a lungo, tema dopo tema, polemica dopo polemica. Con Conte a mediare. Come prima, più di prima.