A ottobre la resa dei conti sulla legge elettorale, Meloni minaccia le dimissioni: “Se non passa si va a casa”
Quello sulla legge elettorale sarà un voto decisivo. Non solo perché potrebbero cambiare le regole del gioco, ovvero le modalità con cui vengono eletti i nostri parlamentari, ma anche perché ne va della vita del governo. Giorgia Meloni ha deciso di blindare il provvedimento con la fiducia ed è pronta a dimettersi se dalla Camera dovesse uscire un voto contrario.
Ora il testo si trova in commissione Affari costituzionali, in attesa di approdare in Aula. Dopo il voto sulle questioni pregiudiziali delle opposizioni, che dovrebbero essere discusse il 1° ottobre, si entrerà nel clou. Il governo è intenzionato a mettere la fiducia sugli articoli modificati al Senato, tra i quali ci sarà sicuramente quello sulle preferenze, su cui la maggioranza si era spaccata a luglio.
La premier ha giustificato la fiducia con la necessità di "fare chiarezza" dopo l'inciampo estivo, che aveva visto il centrodestra andare sotto per un solo voto. Le lunghe trattative che sono seguite hanno portato ad un accordo tra gli alleati sull'emendamento che prevede delle preferenze "temperate", con i capilista bloccati, cioè scelti dai partiti.
Al Senato il centrodestra è riuscito a superare indenne il voto, nonostante le tentazioni lanciate dalle opposizioni, in particolare dal Pd, che aveva presentato un emendamento con le preferenze libere, su cui Fratelli d'Italia in questi anni ha costruito una delle sue battaglie più storiche.
Anche se l'intesa ha retto, le sue basi potrebbero essere fragili e alla Camera rischia nuovamente di crollare. Un'eventualità che ha spinto la premier ha lanciare una sfida alla sua maggioranza. "Quando non è passato l'emendamento sulle preferenze alla Camera con un voto segreto si è detto che il governo non aveva più la fiducia del Parlamento", "chiaramente nel momento in cui torna alla Camera credo che vada fatta chiarezza sull'accusa che veniva fatta", ha spiegato.
"Se non c'è la fiducia nel governo, penso che dovremmo prenderne atto", ha dichiarato ieri ospite di Bruno Vespa su Rai 1. Si va a casa? "Esattamente", ha risposto. Di fatti, se un provvedimento blindato con la fiducia viene respinto, il governo è costretto a rassegnare le dimissioni, aprendo così una crisi istituzionale.
Meloni è tornata a difendere lo Stabilicum. "Io non credo che ci si possa cucire addosso le leggi elettorali, perché la gente ti vota se ti vuole votare, se non ti vuole votare, non c'è legge elettorale che tenga. Solo che nel tentativo di vincere delle elezioni, quando la gente non ti vuole votare, ti giochi pure la faccia, che è comunque la cosa più preziosa che abbiamo", ha dichiarato.
L'approdo in Aula è fissato per fine settembre, una volta che sarà concluso l'esame sugli emendamenti. Sono circa sessanta, tutti delle opposizioni. Una quarantina sono proposte unitarie, presentate dal campo largo (Pdm M5s, Avs, Italia Viva e +Europa).
Poi, dicevamo all'inizio, si è entrerà nella fase decisiva. Il regolamento prevede un primo voto sulla fiducia e uno finale sulla legge. Per quest'ultimo le opposizioni potrebbero chiedere lo scrutinio segreto, consegnando a eventuali franchi tiratori il compito di affossarla.
Le date segnate in rosso sul calendario potrebbero essere quelle di giovedì 8 ottobre, o venerdì 9. Per il governo sarà una resa dei conti. Se le cose dovessero andare male, si andrà a elezioni anticipate. In quel caso si giocherà secondo le regole attualmente ancora in vigore, quelle del Rosatellum.