25 anni dopo l’11 settembre, il sondaggio: gli americani temono di più il terrorismo interno di quello straniero

A cura di Giulia Renda
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A 25 anni dagli attentati, un sondaggio Ipsos racconta quanto quel giorno abbia segnato gli Stati Uniti: dalle guerre in Afghanistan e Iraq alla nuova percezione delle minacce, fino a una generazione che dell’11 settembre ha solo memoria indiretta.

Il 47% degli americani considera ciò che è avvenuto l'11 settembre di ormai 25 anni fa il fatto storicamente più importante delle loro vite, questo è quanto emerge da un sondaggio Ipsos realizzato in occasione del 25° anniversario degli attentati. L'attacco terroristico alle Torri Gemelle ha radici profonde nella storia americana, tanto profonde quanto lo fu il cambiamento della società e della percezione del pericolo da quel momento in poi, fino ad oggi.

L’America è cambiata profondamente da quel momento in poi. Possiamo davvero dire che quella del 2026 sia ancora la stessa società del 2001? O, piuttosto, che l’11 settembre abbia contribuito a plasmare il Paese che conosciamo oggi?

Sempre secondo i dati, a 25 anni da quel terribile martedì mattina, l'88% degli intervistati crede che ciò abbia avuto un grande impatto negli Stati Uniti, e lo ha avuto davvero. L'11 settembre ha prodotto un Paese diverso, una società in cui sicurezza, terrorismo, guerra e rapporto con le forze armate sono diventati parte dell'esperienza di una generazione. Ma quale America è nata davvero da quel giorno?

La guerra al terrorismo e l'America di oggi

L'escalation di violenza che ne è derivata è stata chiamata la “guerra al terrorismo”, che ha dato inizio ad alcuni dei più violenti conflitti globali e a una forte stretta sulla sicurezza interna americana. La guerra in Afghanistan, iniziata dagli Usa proprio dopo il 2001, è stata la risposta a quegli attacchi. Durata 20 anni, è la guerra più lunga che l'America abbia mai combattuto. L'allora presidente George W. Bush avviò l'operazione "Enduring Freedom" il 7 ottobre 2001, con l'obiettivo di distruggere l'organizzazione terroristica al-Qaida, responsabile degli attentati, e catturare il suo leader Osama bin Laden. Durante tutti quegli anni, da entrambi i fronti sono stati commessi numerosi crimini di guerra costati soprattutto alle popolazioni, dai quali sono scaturite indagini e denunce da parte di Amnesty International così come di Human Rights Watch. Nel 2020, il comportamento e le decisioni prese in battaglia da parte dell'esercito americano sono finite sotto la lente della Corte penale internazionale, ma alla fine dei giochi è stato tutto insabbiato e archiviato, dopo forti pressioni politiche del governo americano.

A quella guerra se ne aggiunse poi un'altra, quella in Iraq, iniziata nel 2003. Ed è lì che la “guerra al terrorismo” diventa qualcosa di molto più vasto della caccia ad al-Qaida. Oggi, a distanza di oltre vent'anni, l'opinione pubblica rimane negativa: il 51% degli intervistati ritiene che la guerra in Iraq non sia valsa il costo, contro il 21% che pensa invece che ne sia valsa la pena. Un giudizio che si ritrova anche guardando alla guerra in Afghanistan: nel sondaggio Reuters/Ipsos di fine agosto 2026, il 48% degli intervistati ritiene che anche quella guerra non sia valsa il costo, contro il 21% che pensa il contrario. Due conflitti nati dalla stessa stagione aperta dopo l'11 settembre, che oggi vengono guardati dalla maggioranza degli americani con più dubbi che convinzioni.

Questo scetticismo sembra proiettarsi direttamente sul presente: nel nuovo conflitto con l'Iran, soltanto il 25% degli intervistati ritiene che la guerra sia valsa la pena, mentre il 54% pensa il contrario. È un dato che suggerisce quanto sia cambiata, dopo 25 anni di conflitti, la fiducia dell'opinione pubblica americana nell'uso della forza militare come strumento di sicurezza.

Tutto ciò porta avanti una riflessione sulla sicurezza del Paese, su quanto quella stretta e quella risposta così violenta siano state necessarie agli occhi della popolazione civile. Nel 2001 la minaccia che aveva sconvolto il Paese arrivava dall'esterno. Nel 2026, quando agli intervistati viene chiesto quale sia la principale minaccia alla sicurezza delle persone comuni, il 42% indica gli atti casuali di violenza, comprese le sparatorie di massa; il 33% indica il terrorismo domestico e soltanto il 20% il terrorismo straniero. Oggi il pericolo non viene più percepito come lontano, come qualcosa al di fuori della loro nazione, come poteva essere nel 2001. Oggi la sensazione è che sia molto vicino e provenga dall'uso sconsiderato e su larga scala delle armi, dai numerosi attacchi terroristici che ci sono stati nei confronti di personaggi pubblici o politici, basti pensare all'omicidio di Charlie Kirk del 2025 o all'attentato a Donald Trump dell'anno prima.

Quindi la geografia della paura americana è cambiata: nel 2001 la minaccia che aveva sconvolto gli Stati Uniti arrivava dall’esterno, oggi quella paura viene percepita all'interno del Paese. 

Guardando al giudizio degli americani di oggi, dopo 25 anni di guerra al terrorismo e di enorme investimento nella sicurezza nazionale, soltanto il 32% degli intervistati ritiene che gli Stati Uniti siano oggi più sicuri di prima dell'11 settembre. Il 29% pensa invece che siano meno sicuri e il 36% non vede sostanziali cambiamenti. Se l'obiettivo fondamentale era rendere il Paese più sicuro, quanto è stato percepito come raggiunto? 44.447 persone sono morte per ferite da arma da fuoco nel 2024, secondo i dati CDC riportati da Pew, è stato il quinto dato annuale più alto mai registrato.

Il trauma della generazione successiva

Ma c'è un'altra trasformazione ancora più profonda: il tempo. Per una parte della popolazione l'11 settembre non è più un'esperienza vissuta, ma una pagina di storia. L'11% degli intervistati non era ancora nato quel giorno e, mentre il 47% continua a indicare gli attentati come l'evento più importante della propria vita, il 31% indica il Covid. Sono due traumi collettivi molto diversi, ma separati da una sola generazione: uno ha aperto il secolo americano, l'altro lo ha segnato per chi è cresciuto nel nuovo millennio. Il Covid è destinato a diventare per questa generazione ciò che l'11 settembre è stato per quella precedente?

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