Con l’introduzione di quota 100 i lavoratori potranno andare prima in pensione. Ma non senza qualche svantaggio, almeno dal punto di vista economico. Il Corriere della Sera, affidandosi a delle simulazioni realizzate da Progetica, prospetta quali saranno i costi per chi deciderà di aderire alla quota 100. Il decreto che prevederà l’anticipo pensionistico porterà alla possibilità di ritirarsi dal lavoro fino a 5 anni e 4 mesi prima. Ma il taglio sull’assegno, di conseguenza, potrà arrivare fino al 30%. Inoltre, la ricchezza pensionistica complessiva, cioè quanto viene incassato sulla base dell’aspettativa di vita media, può ridursi di oltre un terzo, con cifre intorno ai 185mila euro per chi ne guadagna, mediamente, 2mila netti al mese di pensione. Le simulazioni sono state effettuate da Progetica, società di consulenza indipendente in educazione e pianificazione finanziaria e previdenziale.

La quota 100, il cui decreto verrà approvato probabilmente giovedì in Consiglio dei ministri, prevederà finestre trimestrali per i lavoratori privati e semestrali per i dipendenti pubblici. La misura durerà fino al 2021 e ci sarà il divieto di cumulo tra pensione e redditi da lavoro superiori ai 5mila euro annui. Possono usufruire della quota 100 le persone nate tra il 1952 e il 1959, che abbiano iniziato a lavorare tra i 20 e i 29 anni. L’anticipo può essere di pochi mesi o anche oltre i cinque anni. Ma il carattere sperimentale della norma, che varrà solo per tre anni, potrebbe introdurre differenze enormi tra due coetanei. Per esempio, due persone nate nel 1959 potrebbero andare in pensione con cinque anni di differenza. Se il primo ha iniziato a lavorare nel 1983 e il secondo nel 1984, uno potrà usufruire della quota 100, l’altro no.

La riduzione dell’assegno

Prima si va in pensione e meno contributi si versano. Di conseguenza, minore sarà l’assegno ricevuto. Sulla pensione netta l’incidenza può essere tra il 10% e il 30% in meno mensilmente rispetto a chi va in pensione con i normali requisiti di vecchiaia. Il Corriere prende inoltre in esame il parametro della ricchezza pensionistica complessiva, ovvero l’importo dell’assegno moltiplicato per gli anni durante i quali si percepirà, tenendo conto delle statistiche sull’aspettativa di vita. La perdita di ricchezza pensionistica varia dall’11% al 35%. Per chi oggi recepisce una pensione da circa 2mila euro netti al mese, la riduzione va dai 35mila ai 185mila euro.

Quota 100 non conviene, quindi, almeno da un punto di vista economico. E lo dimostra l’esempio di un lavoratore dipendente che guadagna 2mila euro netti al mese. A giugno arriverebbe a 61 anni di età e 37 di contributi. Potrebbe quindi andare in pensione nel 2020 con quota 100. Percepirebbe, con l’anticipo pensionistico, un assegno da 1.244 euro. Per poco più di 21 anni (secondo l’aspettativa di vita). Per un totale, incluse le tredicesime, di 344.133 euro. Con le regole previste dalla legge Fornero, invece, dovrebbe aspettare il 2026, quando avrà 67 anni e 7 mesi di età. Per cinque anni e quattro mesi, quindi, continuerebbe a lavorare ricevendo i 2mila euro al mese, per 138mila euro totali, contando le tredicesime. Poi inizierebbe a ricevere una pensione netta mensile di 1.761 euro, con una speranza di vita – a partire da quel momento – di circa 17 anni. Andrebbe a ricevere di pensione 390mila euro. Sommandola al reddito degli ultimi anni, arriveremmo a 529.083 euro. La differenza tra questa cifra e il caso dello stesso lavoratore andato in pensione con quota 100 è evidente: in totale parliamo di 185mila euro in più. Fermo restando che se si decide di anticipare la pensione è più per questioni di salute o di altro genere che non economiche.

Il problema degli interessi sul Tfr

La Repubblica sottolinea invece un altro aspetto problematico di cui già di discute da giorni: il Tfr per i dipendenti statali che aderiranno a quota 100. Ad ora è previsto uno slittamento che può essere anche di 7-8 anni prima di ricevere la liquidazione. Il governo ha quindi pensato di ricorrere all’anticipo bancario per evitare lo slittamento. Ma il costo degli interessi sembra poter ricadere, nel caso in cui i costi siano molto elevati, sui lavoratori. Le ultime bozze del decreto prevedono, per chi va in pensione in anticipo, di aspettare il termine stabilito dalla legge Fornero (67 anni) per ricevere l’indennità di fine rapporto. E le stesse bozze sembrano confermare che parte degli interessi sarà a carico dei dipendenti, nonostante qualche tentativo di rassicurazioni da parte di alcuni esponenti del governo. Inevitabile la protesta dei sindacati che chiedono di eliminare quest’aspetto e che anche per questo scenderanno in piazza il 9 febbraio.