Non è come a marzo. Non c'è quella paura mista a sorpresa, anche se oggi il timore dei contagi è così entrato nelle nostre vite da aver reso monotematiche (e monotone) le conversazioni, i gesti, le abitudini. Non è come marzo perché – siamo ormai a fine ottobre inizio novembre, proiettati verso la fine dell'anno, il Natale e il Capodanno più tristi da molto tempo – abbiamo rabbia, frustrazione, paura per la situazione economica e nessuna voglia di sottostare ad un nuovo lockdown o ai provvedimenti di coprifuoco. Dunque l'allarme non è solo sui contagi  ma anche sulla tenuta dei provvedimenti restrittivi contro questa ondata autunnale di Covid. L'intelligence italiana e le forze di polizia nelle ultime ore hanno già acceso i riflettori sulle manifestazioni anti-coprifuoco in molte grandi città italiane.

In Campania in poche ore abbiamo avuto due casi rilevanti:  a Napoli nottetempo una manifestazione, pacifica, per quanto non annunciata, di ristoratori e titolari di esercizi commerciali sotto palazzo Santa Lucia, sede della Regione Campania e in mattinata a Salerno, sotto il palazzo Municipale, fermata prima che si dirigesse verso il palazzo del Genio Civile, quartier generale salernitano di Vincenzo De Luca quando non è a Napoli.

Non è come a marzo: la cittadinanza è da mesi esposta ad un flusso continuo e indiscriminato di news sul Coronavirus (e infatti oggi l'effetto è anche un progressivo incattivimento di parte dell'utenza/cittadinanza  nei confronti di giornali e giornalisti) e i provvedimenti di chiusura impattano sull'economia delle piccole imprese con una violenza che non trova pari:non sarà facile far rispettare i provvedimenti: obbligo di mascherine, chiusura delle scuole, coprifuoco notturno, divieto di spostamenti tra province (e forse a breve anche tra regioni), limitazione del diritto alla salute negli ospedali, senza una reazione da parte della popolazione. Anche se ci sono i contagi e i posti letto sono saturi, anche se la paura serpeggia in ogni dove, è chiaro che non sarà possibile stavolta attendere troppo prima di mettere in campo adeguate e possenti misure socio-economiche.