De Luca ha preso Salerno e il figlio guida il Pd campano. Ma deve fare i conti con Fico e Manfredi a Napoli

Se per il marxismo la storia si ripete come tragedia e farsa, alla quinta replica dello show deluchiano cosa è lecito attendersi a Salerno? Per quel che riguarda la città, il programma elettorale del sindaco Vincenzo De Luca parla da solo: mattone, strade e rotonde, come prima più di prima, sognando i tornanti di Montecarlo e la praia de Copacabana. Altro che «rima d'inverno».
Detto ciò, per capire il futuro del più popolare esponente politico della Campania – non necessariamente il più bravo o il più capace, solo il più popolare – bisogna fare un passo indietro. Come è arrivato De Luca a candidarsi a Salerno senza che nessuno battesse ciglio? Al quartier generale del Partito Democratico è stata adottata la massima: «al nemico che fugge, ponti d'oro».
L'ex governatore, figura ingombrante, litigiosa, non allineata e incandidabile ad un altro giro di giostra in Regione, non poteva far altro che tornare nel suo feudo, esito previsto e nemmeno sgradito al Nazareno. De Luca aveva un piano ben definito: ha spento l'interruttore del sindaco Enzo Napoli, ha fatto finta che non fosse un suo fedelissimo, e si è candidato con la verginità della prima volta. Poi ha tenuto fede al copione: promesse, video, comizi arrembanti, sprezzo per le sigle di partito. Ha vinto, facilmente, al primo turno. E ora è tutto un film.
Diverso era stato, qualche mese prima, il negoziato per la guida della segreteria campana del Partito Democratico. Lì il partito aveva dovuto trattare per sbloccare la candidatura di Roberto Fico in Regione Campania. Così il timone del Pd campano è finito in mano a Piero De Luca, deputato, figlio di cotanto padre. Un accordo che ha lasciato più di qualche mugugno tra i maggiorenti locali vicini a Elly Schlein, che della leadership regionale avevano fatto un obiettivo. Non è andata come speravano. Va detto però che in questi mesi Piero ha onorato il ruolo senza sgambetti, e Schlein pare aver apprezzato la lealtà.
La Regione di Fico e il napolicentrismo
Ma ora che l'ex governatore ha la seconda città della Campania in mano per cinque anni e il figlio ha la segreteria regionale, assicurandosi, di fatto, un posto in lista alle Elezioni Politiche del 2027, cosa accadrà? È tempo di redde rationem? Quando De Luca era confinato a Palazzo di Città dal potere carismatico e assoluto di Antonio Bassolino, il salernitano non faceva altro che bombardare con interviste, comizi e lamentele varie la Regione Campania, accusandola di «napolicentrismo».
Ora, dopo dieci anni in cui Palazzo Santa Lucia «ha avuto il prefisso 089», come sostengono alcuni detrattori del sistema di potere deluchiano, ci ritroveremo con le stesse lamentele? De Luca ha degli eletti in caselle strategiche del Consiglio regionale (due su tutti: Luca Cascone e Lucia Fortini) e un suo pretoriano nella giunta regionale oggi guidata da Roberto Fico, ovvero Fulvio Bonavitacola. Quest'ultimo, nelle sedute di giunta, ha talvolta espresso perplessità su certi provvedimenti, solo per verbalizzare la propria opinione dissonante, senza mai però mettersi di traverso. Continuerà ad essere così moderata la sua linea? Di contro, Fico ha due assessore che ben conoscono Salerno e la provincia: Claudia Pecoraro e Angelica Saggese.
Il rieletto sindaco di Salerno ha 77 anni compiuti agli inizi di maggio, difficilmente cambierà carattere e modus operandi. La sua storia politica pluridecennale racconta che sulle decisioni è un personaggio d'attacco, non di mediazione: vuole che le cose siano eseguit come dice lui e quando dice lui, senza negoziazioni né ragionamenti, pena leggendarie sfuriate. Fino a qualche mese fa lo sceriffo aveva il potere di guidare una Regione, oggi non è più così. È certamente al timone di una rilevante città campana, resta con un buon seguito locale e mediaticamente molto forte, ma con l'elezione a Salerno e l'accordo sul Pd Campania ha giocato le sue carte migliori. Sono le ultime?
Nessuna riappacificazione con Gaetano Manfredi
C'è poi il discorso aperto con il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, dopo mesi di attacchi e polemiche sulla riqualificazione di Bagnoli e non solo: per quanto De Luca potrà sferrare affondi sul capoluogo senza far pagare il costo di questo atteggiamento al figlio Piero, a capo del principale partito che governa in Campania?
C'è dell'altro: Manfredi continua a guadagnare potere politico, pur non essendo popolare sui social e parodiato come Vicienzo ‘a funtana. È l'unico a poter politicamente girare leggermente la testa verso destra e trovare, al momento buono, consensi non imbarazzanti. Questo grandangolo politico, questo campo larghissimo è tenuto in grande considerazione a Roma, perché potrebbe risultare utile e non alle Comunali, ma in caso d'una chiamata di governo.
C'è poi da dire che tra governatore, primo cittadino (e mettiamoci pure il fratello del sindaco, Massimiliano Manfredi, presidente del Consiglio regionale della Campania) c'è feeling. Esempio delle ultime ore, l'affondo anti-sindaco del presidente del Calcio Napoli Aurelio de Laurentiis, uno che con De Luca è sempre andato molto d'accordo. L'attacco ha mostrato chiaramente quale sarà l'andazzo dei prossimi mesi: Fico e Manfredi, in modalità poker face, pronti a far barriera per ammorbidire, rimbalzare e allontanare ogni polemica fino a Salerno e oltre.
«Sai qual è la verità? È che qui c'è un centrodestra debolissimo, una opposizione inesistente, la lite di potere è tutta interna al centrosinistra. Quando è così non è mai un bene». E se l'analisi, impietosa, è uno dei maggiorenti del Partito Democratico in provincia di Napoli, c'è da riflettere.