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Il Boss delle cerimonie e il Castello delle Cerimonie

Castello delle Cerimonie, la lettera dei camerieri e cuochi de La Sonrisa: “Noi non abbiamo colpe, fateci lavorare”

La lettera dei lavoratori del ristorante La Sonrisa di Sant’Antonio Abate: “Non abbiamo nessuna colpa. Ma viviamo sospesi tra paura e speranza. Vogliamo solo lavorare”
A cura di Pierluigi Frattasi
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Il Grand Hotel La Sonrisa dove è ambientato il reality Il Castello delle Cerimonie
Il Grand Hotel La Sonrisa dove è ambientato il reality Il Castello delle Cerimonie
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"Noi non abbiamo colpe, vogliamo solo lavorare". È il grido di dolore dei 200 lavoratori del Grand Hotel La Sonrisa di Sant'Antonio Abate. Camerieri, chef, cuochi che lavorano da decenni nell'enorme struttura ristorativa gestita dalla famiglia Polese, famosa per i sontuosi matrimoni kitsch in stile napoletano e il reality "Il Castello delle Cerimonie", il programma di Realtime-Discovery. Dopo la sentenza definitiva di confisca per lottizzazione abusiva del 15 febbraio 2024, il destino del ristorante e di tutte le famiglie che ci lavorano resta appeso ad un filo.

I gestori hanno avviato una dura battaglia legale con ricorsi ai tribunali amministrativi, ordinari e perfino alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, impugnando sia la sentenza della Cassazione – tra le motivazioni quella della prescrizione – sia gli atti del Comune di Sant'Antonio Abate, in provincia di Napoli, che dovrebbe diventare proprietario dell'enorme complesso di oltre 40mila metri quadrati. Nelle scorse settimane, infatti, c'è stata la registrazione dell'immobile alla conservatoria. Attualmente, i titolari pagano al Comune una indennità di occupazione di circa 30mila euro al mese. L'ultima pronuncia del Consiglio di Stato ha accolto la sospensiva, bloccando di fatto la chiusura del ristorante fino al 4 giugno prossimo, quando si terrà l'udienza di merito. La vicenda risale al lontano 2011, quando gli inquirenti avevano contestato una serie di abusi edilizi che sarebbero stati realizzati fin dal 1979. Al momento le attività ristorative vanno avanti ancora per un mese.

Sono trascorsi, insomma, oltre 15 anni, durante i quali l'attività ristorativa è andata avanti e così anche la vita professionale delle tantissime persone che ci lavorano. Una struttura, peraltro, che è sempre piena, in particolar modo in questo periodo per le feste di matrimonio, battesimo e comunione. Nel frattempo i capostipiti de La Sonrisa, don Antonio Polese, conosciuto in tv come "il boss delle cerimonie" e la moglie Rita Greco, sono deceduti, mentre la gestione attualmente è in capo agli eredi donna Imma Polese e il marito Matteo Giordano.

La lettera dei lavoratori de La Sonrisa: "Non abbiamo colpe, vogliamo solo lavorare"

Il Comune di Sant'Antonio Abate, che rileverà il complesso immobiliare, ha già annunciato, però, che l'attività di ristorante non proseguirà. Nella struttura, infatti, dovrebbero essere allocati servizi pubblici al cittadino. Che fine faranno allora i 200 dipendenti che ci lavorano?

In una lunga lettera, i lavoratori esprimono tutte le preoccupazioni, le sofferenze psicologiche che questo lungo periodo di incertezza sul loro futuro sta producendo sulle famiglie: "Oggi non vogliamo parlare di televisioni, di polemiche o di sentenze – scrivono – Oggi vogliamo parlare di persone. Dietro il nome del “Castello delle Cerimonie”, dietro le luci, i matrimoni e le telecamere, esistono centinaia di lavoratori. Esistono padri che ogni mattina si alzano alle cinque per preparare una sala. Madri che servono ai tavoli con il sorriso anche quando a casa hanno bollette da pagare. Giovani che hanno costruito lì il loro futuro. Famiglie intere che da quella struttura hanno tratto l’unica fonte di sostentamento".

"Dal febbraio 2024, dopo la decisione definitiva della Corte di Cassazione che ha disposto la confisca del Grand Hotel La Sonrisa per abuso edilizio – prosegue la lettera aperta – il destino della struttura è diventato incerto. Da allora, ogni giorno, centinaia di lavoratori vivono sospesi tra paura e speranza. Le vicende giudiziarie devono seguire il loro corso. Nessuno chiede di ignorare la legge. Ma uno Stato giusto non può dimenticare le persone innocenti che rischiano di pagare il prezzo più alto. Perché mentre si discute di carte, sentenze e cavilli, ci sono famiglie che tremano. Ci sono dipendenti che non dormono la notte. Ci sono figli che chiedono ai genitori: ‘Papà, mamma… ma il lavoro lo perdi?'.

"Noi non abbiamo colpe, le istituzioni ci aiutino"

"Nel 2024 si è parlato della possibilità di demolizione, di sgombero, di revoca delle licenze commerciali. Eppure, nelle stesse dichiarazioni istituzionali, è stato riconosciuto che quella struttura rappresenta una realtà economica fondamentale per il territorio e che offre lavoro a centinaia di famiglie. Non possiamo permettere che il peso di questa vicenda ricada solo sui lavoratori. Chi prepara i banchetti non ha costruito muri abusivi. Chi lava i pavimenti non ha scritto sentenze. Chi serve ai tavoli non ha deciso nulla di tutto questo. Eppure sono proprio loro, oggi, a rischiare di perdere tutto".

Da qui, l'appello accorato per un intervento istituzionale: "Questa lettera è un appello umano, prima ancora che politico – concludono – Chiediamo alle istituzioni di trovare una soluzione concreta che salvaguardi il personale, i livelli occupazionali e il futuro delle famiglie coinvolte. In particolare chiediamo: un tavolo urgente e permanente tra Comune, Regione Campania, Prefettura e Governo; garanzie occupazionali immediate per tutti i dipendenti diretti e dell’indotto; un piano di continuità lavorativa che impedisca una tragedia sociale; la tutela delle attività economiche collegate alla struttura; che ogni decisione futura tenga al centro la dignità umana e non soltanto le procedure burocratiche. Quando chiude un luogo come questo, non si spegne soltanto un’insegna. Si spezzano vite. Si svuotano case. Si affievolisce la speranza di intere famiglie. Il “Castello delle Cerimonie”, nel bene e nel male, è stato per anni parte dell’identità del territorio campano, conosciuto in tutta Italia e anche all’estero. Ma oggi non stiamo difendendo un simbolo televisivo. Stiamo difendendo lavoratori. Persone vere. Volti veri. Storie vere. La giustizia non deve trasformarsi in disperazione sociale. Le istituzioni dimostrino che dietro le leggi esiste ancora umanità".

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