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Stefania Rota morta a Mapello

Quali errori ha commesso Ivan Perico, accusato dell’omicidio di Stefania Rota, e perché non li ha evitati

Secondo le statistiche dell’Fbi, un assassino commette mediamente venti errori. Quali sono quelli che hanno portato Ivan Perico ad essere fermato per l’omicidio di Stefania Rota? E perché li ha commessi?
A cura di Anna Vagli
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Il delitto perfetto non esiste. Al massimo, rischia di restare impunito. Ma questo non sembrerebbe valere per il giallo di Mapello. Nel pomeriggio di ieri, sabato 13 maggio, è infatti stato fermato Ivan Perico, il cugino di secondo grado di Stefania Rota, la donna di sessantadue anni rinvenuta cadavere lo scorso 21 aprile nella sua abitazione.

In quell’occasione, il corpo di Stefania, ad un esame obiettivo, non aveva mostrato lesioni che potevano lasciare ipotizzare un caso di morte violenta. Ragione per la quale era stato rilasciato il nulla osta per il seppellimento. Qualcosa, però, nella narrazione dei fatti non ha convinto gli inquirenti.

La porta di casa di Stefania era chiusa dall’interno, ma mancavano le chiavi. Così come non erano stati rinvenuti né la borsa né il cellulare della donna. Dal vialetto e dal garage, poi, era sparita la sua auto.

Elementi che hanno spinto gli inquirenti, guidati dalla Pm Letizia Ruggeri, a chiedere approfondimenti tramite l'autopsia. E poi l’emissione da parte del Giudice per le indagini preliminari dell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del cugino Ivan Perico.

Ma come si è giunti al fermo del cugino di Stefania? Effettivamente, il suo omicidio è stato ad un passo dal rimanere impunito. Ed il suo presunto assassino è quasi riuscito a farla franca. L’uomo ha commesso dei passi falsi? Più che passi falsi, errori. Come tutti gli assassini. O presunti tali.

Gli errori del presunto assassino di Stefania

Secondo quanto ricostruito dalle statistiche dell’Fbi, un assassino commette mediamente venti errori. Meno della metà sono quelli di cui si rende conto. Perché la relativa commissione e da ricollegare all’imprudenza o all’imperizia di quei concitati momenti.

Quindi, se da un lato un delitto può figurare in apparenza ben organizzato, fino addirittura ad escludere che si tratti effettivamente di un crimine, dall’altro vengono sempre commessi errori che possono sembrare banali. Ma che, in considerazione dello stress cui l’offender è sottoposto, banali non sono.

Ed effettivamente, almeno da quanto è emerso dalle prime indiscrezioni, il cugino di Stefania non sembra esimersi da quella che, più di una regola, è un dogma per chi si interfaccia con i casi di omicidio.

Chiaramente, si tratta di errori che vengono commessi prima, durante e dopo la fase omicidiaria. E che possono classificarsi in due categorie principali. Quelli commessi durante la pianificazione e l'esecuzione del crimine. E quelli in cui invece l’assassino commette nella fase successiva al delitto stesso, come il nascondere le prove o la comunicazione con la polizia o i media.

Tutti elementi in grado di fornire informazioni sulla personalità dell’assassino e sulle motivazioni del delitto. Se il cugino di Stefania è davvero il suo assassino, ed è arrivato ad un millimetro da farla franca, che cosa ha sbagliato. Ma soprattutto perché?

I rapporti con inquirenti e media

Ci hanno chiamato più o meno a fine marzo. Siamo andati da lei, abbiamo suonato il campanello, ma non ci ha risposto nessuno. Non abbiamo visto la macchina nel vialetto nel box. Pensavamo fosse in giro”. Questa una delle dichiarazioni rese a caldo da Ivan Perico, cugino della sessantaduenne che, sin dal primo momento dell'apertura del fascicolo per omicidio volontario a carico di ignoti, non si è risparmiato di fronte a interviste e riflettori.

Un tentativo di giustificare le motivazioni per le quali nessuno dei familiari si fosse insospettito circa l’assenza della donna. Uno sforzo maldestro di dissimulare il suo coinvolgimento del crimine? Questo sembrano credere gli inquirenti.

Del resto, quello di esporsi di fronte ai media, è uno degli errori che fanno molti assassini, pensando che possa essere una strategia vincente per allontanare da sé i sospetti. Ma, in realtà, spesso è una modalità che rivela molto sul self control dell’offender stesso, esponendoli a situazioni di stress difficilmente gestibili.

Un sovraccarico emozionale li induce infatti più frequentemente in errore, sottovalutando il fatto che le autorità monitorano le interviste e le dichiarazioni di chi potenzialmente può essere coinvolto in un delitto. Specialmente se si tratta di qualcuno vicino alla vittima.

L’interruzione dei rapporti con Stefania Rota

Ivan ha interrotto i suoi contatti con Stefania per evitare di attirare l’attenzione delle autorità che, prima o poi, avrebbero avuto a che fare con l’improvvisa sparizione di Stefania. In questa direzione, quando i vicini di casa della donna gli avevano domandato dove fosse finita, lui aveva risposto che si era recata in Liguria per assistere un anziano.

Ormai anche i non addetti ai lavori – inclusi gli assassini – sanno che quando si verifica un crimine i primi ad essere attenzionati dalle forze dell’ordine sono le persone più vicine e quelle che sono entrate in contatto con la vittima nei momenti immediatamente antecedenti al tragico epilogo.

Ivan non aveva più chiamato Stefania dall’11 febbraio. Mentre prima i due si sentivano quotidianamente. Di qui l’errore. In tal senso, quel che dal punto di vista psicologico appare come scelta auto conservativa, concretamente la decisione di mutare drasticamente un’abitudine consolidata con la Rota non ha fatto altro che catalizzare l’attenzione degli inquirenti.

Il diario di Stefania

In termini di pianificazione, se davvero emergerà che è stato Perico l’assassino di Stefania, ha trascurato un dettaglio. Il diario di Stefania, un diario dove la donna aveva sottolineato i suoi timori e la volontà di sottrarsi ad un uomo che poteva essere pericoloso. Il cugino di secondo grado, appunto.

Una mancanza di lucidità che, eventualmente, potrebbe essergli stata fatale. Il perché è agevole da comprendere. Stefania aveva pochi amici, non aveva figli e aveva perso entrambi i genitori. Era un tipo solitario. In sede di programmazione criminale, dunque, Ivan – ammesso che verrà appurato dalle indagini che sia lui il colpevole – avrebbe potuto far sparire un diario della cui esistenza, probabilmente, nessuno avrebbe saputo.

Inesperienza, sottovalutazione del rischio e stress emotivo sono tutti fattori che avvalorano la tesi per la quale il delitto perfetto non può esistere. Anche se, con l’informazione che c’è oggi, persino il criminale più improvvisato è in grado di orientarsi sulla scena di un crimine.

La macchina di Stefania e le celle telefoniche del presunto assassino

La Ford Fiesta di Stefania non era parcheggiata nel solito posto, vale a dire nel garage. Ed infatti è stata ritrovata dalle forze dell’ordine solamente una decina di giorni fa, nascosta in un parcheggio lontano dall’abitazione. Confermando i sospetti investigativi: l’auto doveva essere stata spostata dopo la morte di Stefania, visto che il suo cadavere era stato rinvenuto nell’abitazione di proprietà a Mapello.

Il cerchio, poi, si è chiuso grazie al riscontro derivante dai tracciati del gps dell’antifurto satellitare. Gli inquirenti hanno incrociato quei movimenti con le celle telefoniche agganciate dal cellulare dell’uomo. Dati che si sono rivelati sovrapponibili. Mentre ormai Stefania era un cadavere, il cellulare di Ivan si muoveva nella stessa direzione del gps dell’auto della donna. E siccome le coincidenze non esistono, è scattato il fermo.

L’uomo ha cercato di occultare quella che poteva essere una prova? Sì. O, almeno, questo è quel che dicono i riscontri di matrice investigativa. Le indagini faranno il resto. Per ora vige la presunzione di non colpevolezza.

Il movente del presunto omicidio

Ad oggi, almeno da quel che è emerso, resta ignoto il movente dell’omicidio di Stefania. Non è però impossibile supporre che possa essersi trattato di un movente di matrice economica. La letteratura criminale si ripete perché, contrariamente a quel che si è portati a credere, i soldi sono il principale grilletto emotivo pronto ad esplodere e a mietere vittime.

Stefania era sola, senza figli e senza parenti. Poteva essere considerata un bancomat? E perché nel suo diario annotava le sue preoccupazioni su Ivan? Le aveva forse già avanzato qualche richiesta?

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Dottoressa Anna Vagli, giurista, criminologa forense, giornalista- pubblicista, esperta in psicologia investigativa, sopralluogo tecnico sulla scena del crimine e criminal profiling. Certificata come esperta in neuroscienze applicate presso l’Harvard University. Direttore scientifico master in criminologia in partnership con Studio Cataldi e Formazione Giuridica
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