Paolo Dal Bon e il ricordo di Gaber: “Artista leale. Si disinnamorò di Milano, l’imborghesimento non lo attraeva”

Sono lontani i tempi in cui il Cerutti veniva chiamato “Drago” dagli amici del Giambellino, ma anche i tempi del Teatro Canzone e degli ultimi due dischi, quelli incisi mentre la malattia stava ormai vincendo sull’uomo. Nonostante siano passati 23 anni dalla morte, Giorgio Gaber di tanto in tanto riappare sulle piattaforme social sotto forma di figura narrante che da un palco instilla il dubbio, suscita riflessioni, risultando più contemporaneo degli intellettuali contemporanei. Ogni volta il signor G sopraffà la velocità degli algoritmi e torna virale. Paolo Dal Bon, collaboratore del Signor G dal 1984 a inizio anni Duemila, oggi è il presidente della Fondazione Gaber, che si occupa di tenerne viva la memoria attraverso l’organizzazione di festival, lo sviluppo di un archivio digitale ed eventi in tutta Italia.
Signor Dal Bon, come si spiega il successo che Gaber riscuote ancora nel 2026?
Molto del merito va alla figlia Dalia, che, dopo la morte di suo padre, ha avuto l’intuizione di valorizzare la grande stima che il mondo dello spettacolo aveva di Gaber. Ha coinvolto nomi prestigiosissimi in tutto quello che poteva essere un suo ricordo. Ciò ha permesso una fortissima diffusione dell’opera di Gaber e oggi posso dire che il suo nome è più conosciuto di quando si chiudeva, per così dire, nei teatri. Ogni anno faceva dalle 150 alle 170 repliche e le platee erano sempre strapiene, però era una dimensione più raccolta di quella cinematografica, televisiva o dei social network.
Giusto per fare un esempio, dopo l’invasione statunitense del Venezuela e la guerra in Iran è tornato virale il suo monologo “L’America”.
“L’America” è solo un dettaglio, una delle testimonianze di quanto Gaber e Alessandro Luporini (il co-autore di tutti gli spettacoli, ndr) fossero anticipatori e lucidi nelle loro analisi. Consideri che quel monologo è del 1976, fa parte di “Libertà Obbligatoria”. Sono cinquant’anni da quando è stato portato in scena per la prima volta.
In giro si vede la versione del 1991 perché non esistono reperti video degli spettacoli degli anni Settanta. Luporini nel libro “Vi racconto Gaber” sostiene di rimpiangere questa mancanza.
Gaber non amava e non voleva la presenza televisiva in teatro perché sapeva che difficilmente avrebbe potuto restituire la magia del palcoscenico. Solo a inizio anni 80, in accordo con la Rai e con il Piccolo Teatro, decise di riprendere il repertorio più importante del Teatro Canzone e di proporlo sul piccolo schermo. Poi nel 1991 è arrivata la scelta di rifare delle riprese per aggiornare la presenza video dei suoi spettacoli: sono state girate al Teatro Comunale Pietrasanta e sono quelle che circolano sul web ormai da tanto tempo.
A proposito dei filmati, a gennaio del 2025 la Fondazione Gaber ha aperto l’archivio digitale.
In occasione del ventennale dalla morte, nel 2023, abbiamo ottenuto un sostegno da parte delle istituzioni per far diventare unico archivio pubblico di Giorgio Gaber il sito della Fondazione. Tutto il materiale di cui disponiamo viene messo a disposizione del pubblico, gradualmente per non esagerare nella proposta immediata. Abbiamo avuto un sostegno importante della Rai, che ha accettato di mettere il materiale di sua proprietà a disposizione dell’archivio. Comunque, la finalità della Fondazione è che tutto ciò che riguarda l’artista Gaber deve diventare pubblico.
Com’era il suo rapporto con Gaber? Che tipo di persona era?
Io, come tante altre persone che lo hanno conosciuto, ho sempre avuto la convinzione che la persona corrispondesse all’artista. Quindi tutti i valori che metteva sul palco, nei rapporti con i media e in tutta la sua dimensione pubblica si riflettevano nella vita privata. Era sempre disponibile, leale, ma anche estremamente esigente con i suoi collaboratori. Non pretendeva niente, ma chiedeva un livello di professionalità altissimo, lo stesso che metteva lui nel suo lavoro. Il nostro percorso insieme è durato 18 anni, ho contribuito a organizzare tutte le tournee dal 1984 fino al 2000, quando ha smesso di esibirsi per questioni di salute, e abbiamo fatto quasi 1600 repliche. Inoltre, forse ero anche simpatico a Gaber, abbiamo viaggiato per non so quanti migliaia di chilometri in tutta Italia e mi ha sempre riservato un atteggiamento di affetto e attenzione. Mi considero una persona privilegiata.
Può dirci anche che musica ascoltava, che film guardava. Insomma, cosa gli piaceva?
Era molto esigente anche nei gusti. Amava i film di Ingmar Bergman e non era facile per lui trovare delle cose allo stesso livello del cineasta svedese. Per quanto riguarda la musica, è dichiarata la sua riconoscenza per il cantautore francese Jacques Brel, alcune sue opere le ha amate moltissimo, altre magari meno. Ascoltava poi tante cose diverse per soddisfare la sua grande curiosità, ma era difficile che si appassionasse a qualcosa come l’opera omnia di un cantautore. Piuttosto cercava gli aspetti più stimolanti di un artista, quelli che potevano farlo crescere.
Che rapporto aveva invece con la sua città, Milano?
Gaber ha sempre vissuto a Milano perché era una città stimolante dal punto di vista culturale, perfetta per una persona che ricercava la socialità. Negli anni Sessanta raccontava spaccati di Milano attraverso brani diventati molto famosi come “La Ballata del Cerutti” o “Trani a gogo”. In più, lui e Luporini si sono conosciuti qui, anche se poi si incontravano a Viareggio per scrivere canzoni e monologhi. A partire dagli anni Ottanta Gaber ha iniziato a disinnamorarsi della sua città: l’imborghesimento e la cosiddetta Milano da bere lo attraevano poco. Quindi ha comprato casa proprio in Versilia e gradualmente quel posto, già centrale nella vita di Gaber per i suoi incontri con Luporini, è diventato un punto di riferimento anche per la sua famiglia.
C’è un momento speciale vissuto con Gaber che vuole raccontare?
Uno in particolare no perché la nostra vita era molto routinaria, scandita dagli spettacoli teatrali. Le posso dire che durante i viaggi e le cene, Gaber voleva sempre gente intorno, che si trattasse di ospiti, fan, giornalisti o direttori di teatro. Il livello della conversazione e della condivisione era sempre molto alto. E tutto questo poi veniva trasportato nello spettacolo. La sua energia, che esplodeva definitivamente nei quaranta, cinquanta minuti di bis, coinvolgeva tutte le maestranze del teatro, dai tecnici e le maschere ai direttori. Con il pubblico si creavano situazioni godibilissime. Insomma, era sempre una festa. Posso dire che la qualità della nostra vita era eccezionale.
Esiste invece una canzone o un monologo su tutti che le nuove generazioni dovrebbero assolutamente recuperare?
Le direi di no perché gli spettacoli erano così ricchi di contenuto che è difficile trovare una canzone che possa sintetizzarli. Se proprio devo sceglierne una, dico “Un’idea”, canzone semplice, ma estremamente rappresentativa. È un pezzo che vale per tutti e vale sempre poiché parla della ricerca dell’interezza. Gaber era una persona che aveva una naturale propensione all’essenzialità, per lui era controproducente tutto ciò che non fosse necessario. Una figura in antitesi con il consumismo. Lui e Luporini hanno sempre avuto l’utopia dell’integrità dell’individuo, smascheravano le false coscienze, i falsi miti, le false abitudini, cioè tutto ciò che in qualche modo danneggiava l’Io. Non proponevano soluzioni, ma pensavano che ci si potesse alzare in qualche modo, ci si potesse evolvere abbandonando ciò che non serve.