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Alcol, coltelli e disperazione: come funzionano veramente le bande latine a Milano oltre la narrazione criminale

Le bande latine di Milano sono cambiate molto dal loro arrivo nei primi anni duemila. Le declinazioni italiane di Mara Salvatrucha e Barrio 18 non hanno la struttura di organizzazioni criminali, ma piuttosto si basano sulla disperazione di chi vive ai margini della società.
Alcuni tatuaggi della Mara Salvatrucha, conosciuta anche come MS13 (foto da Getty)
Alcuni tatuaggi della Mara Salvatrucha, conosciuta anche come MS13 (foto da Getty)

"L'ho riconosciuto dai tatuaggi, è un capo della MS13". Con queste parole alcuni giorni fa Wilmer Ibarra indicava ai cronisti i responsabili dell'assassinio di suo figlio Gianluca, ucciso a 22 anni a coltellate tra i binari della stazione Milano Certosa da un gruppo di almeno dieci giovani. La sigla ‘MS13‘ viene usata per indicare la Mara Salvatrucha, una delle organizzazioni criminali più spietate attive insieme al Barrio 18 (B18, o 18th street) nella Repubblica di El Salvador, un Paese del Centro America più piccolo della Lombardia. Insieme ai Latin King di Chicago, MS13 e B18 nei primi anni duemila avevano provato a espandere il proprio potere anche in Italia, e in particolare a Milano. A seguito di numerosi arresti e faide interne in patria, l'ambizioso progetto è presto naufragato. Dopo un confronto con persone attive da anni in percorsi di studio e reinserimento sociale di queste persone, Fanpage.it è in grado di raccontare cosa sono diventate oggi queste bande.

Come si entra in una banda criminale come MS13 o B18

Un tatuaggio della Mara Salvatrucha (foto da Getty)
Un tatuaggio della Mara Salvatrucha (foto da Getty)

Cominciamo subito spiegando come si fa oggi a entrare in una banda criminale come la Mara Salvatrucha o Barrio 18, ma anche come i Latin King. È bene sottolineare che, nonostante si tratti di realtà consolidate soprattutto nell'America latina, queste organizzazioni sono caratterizzate anche per la loro natura eterogenea. Mentre in El Salvador è attiva una sorta di reclutamento per i nuovi potenziali membri, a Milano si entra in contatto con queste bande soprattutto per vicinanza culturale o per frequentazione di determinati luoghi.

Pensare che al loro interno si possano trovare solo persone di origine salvadoregna può portare a una pericolosa semplificazione del fenomeno. Anche diversi ragazzi e ragazze italiani, accomunati dalla disperazione e dalla ricerca di un'occasione di riscatto, ne fanno parte. Chi entra in questo tipo di realtà ha quasi sempre alle spalle storie di vita molto complesse. Solitamente sono persone che arrivano da lunghi periodi di detenzione, che hanno problemi di consumo di alcol e dipendenze da sostanze. Spesso si possono trovare giovanissimi, anche quindi di seconda generazione, che fanno fatica a trovare un lavoro o una collocazione in società. Ragazzi che arrivano da famiglie che vivono in condizioni estremamente precarie, con un percorso di integrazione difficile e che vedono nella strada l'unico posto in cui possono sentirsi grandi, attirati da chi si è costruito una narrazione epica criminale capace di esercitare fascino in chi cerca una via di fuga.

Tutti questi gruppi hanno una qualche forma di rito di iniziazione, anche se le entrate e le uscite non sono rigide come a El Salvador. Tendenzialmente, chi si tatua il simbolo di riferimento di un'organizzazione è perché è stato accettato e riconosciuto come parte di essa. Non c'è, tuttavia, un'autorizzazione di qualche tipo da dover ottenere.

Perché in Italia non si può parlare di "organizzazioni criminali"

Il tatuaggio di un membro del Barrio 18, conosciuto anche come "18th street" negli Usa (foto da Getty)
Il tatuaggio di un membro del Barrio 18, conosciuto anche come "18th street" negli Usa (foto da Getty)

Definire le declinazioni italiane della Mara Salvatrucha o del Barrio 18 come "organizzazioni criminali" significa attribuire loro una capacità di pianificazione che, in realtà, non hanno. Tra il 2006 e il 2008 si sono susseguiti numerosi arresti, anche tra i Latin King, e si parlava di un inserimento delle bande sudamericane nel traffico di sostanze stupefacenti. In realtà, però, si trovavano all'ultimo gradino della piramide, quello della semplice manovalanza.

Ancora oggi le bande latine sono in contatto con le vere organizzazioni in El Salvador. Tuttavia, questo legame è diventato più che altro solo una condizione necessaria per i singoli individui per poter un giorno rientrare nel proprio Paese. Un tentativo di far diventare l'Italia una base sicura per nuove attività è stato fatto in passato, ma in realtà non è mai riuscito. Le maras in Spagna sono riuscite a costruire reti di narcotraffico importanti, ma da noi resta una questione sociale che ha risvolti di carattere illegale senza una precisa strategia.

La maggior parte di chi è arrivato a Milano e nelle altre grandi città della penisola italiana sono migranti economici, che appunto mantengono rapporti solo per questione di sopravvivenza e di reputazione. In questi giorni a El Salvador ci sono scontri interni durissimi, specie nel Barrio 18, contrasti con il governo e con altre organizzazioni messicane. Per questo motivo, non c'è proprio interesse in un'ipotetica espansione, rimpiazzato da una necessità di autoconservazione nel proprio Paese.

Le dinamiche di gruppo

Come si può vedere dai fatti di cronaca, compreso l'assassinio di Ibarra, le bande hanno un preciso modo di agire che si basa essenzialmente su tre punti cardine. Il primo è l'azione di gruppo. L'aggressione avviene nella maggior parte dei casi per mano di tanti contro una singola vittima. Questo perché il gruppo deresponsabilizza, si autoeccita e porta a reazioni più violente. Al suo interno vige un meccanismo di auto-osservazione. Ovvero, se nove persone colpiscono e il decimo no, questo perderà valore. La conseguenza non è una punizione, perché non si parla di ordini superiori che vengono disattesi, ma di perdita di credibilità, che è la cosa più importante nella vita di strada. A colpire in modo più violento, spesso, sono proprio i più giovani, i quali vogliono dimostrare di essere all'altezza del resto del gruppo.

Il secondo è che queste persone girano sempre con un'arma bianca a portata di mano. E se uno gira con un coltello, è perché prima o poi lo userà. Infine, il consumo di alcol e sostanze. Ad esempio, nel 2015 alcuni membri della MS13 armati di machete aggredirono il personale di Trenord a Villapizzone. Chi ha colpito era talmente ubriaco che quasi non ricordava quello che aveva fatto.

La mancanza di un territorio da difendere

Um membro dei Latin King fa il segno identificativo con le mani "LK" (foto da Getty)
Um membro dei Latin King fa il segno identificativo con le mani "LK" (foto da Getty)

Per quanto riguarda le attività delle bande in Italia, manca il tema del "controllo del territorio". Ragionare per "mappe", per quartieri della città in qualche modo presidiati da un gruppo piuttosto che da un altro può tanto essere rassicurante quanto fuorviante. Innanzitutto, per mantenere il "controllo" di una determinata zona serve una presenza forte, ma in realtà oggi le persone che fanno parte di queste realtà sono numericamente scarse. Inoltre, manca un motivo per il quale stabilirsi in un'area. Nella logica criminale, chi gestisce una rete di spaccio ha la necessità di tutelare la propria piazza dalla concorrenza e di avere pronte vie di fuga. Tuttavia, le bande di derivazione sudamericana non hanno alcun mercato da proteggere.

A testimonianza di questa mancanza di un territorio da difendere, ci sono ancora una volta i fatti di cronaca. Per quanto riguarda Milano, quasi tutte le aggressioni ad opera di MS13, B18 o LK si sono verificate sui mezzi di trasporto, in luoghi di scambio come fermate della metropolitana o stazioni ferroviarie, all'uscita di centri di aggregazione o di ritrovo come bar o discoteche. La realtà, dunque, è molto diversa dalla narrazione che fin troppo spesso viene fatta basandosi su quanto accade oltreoceano.

Il reinserimento in società e lo studio del fenomeno

Un membro della gang Barrio 18 (foto LaPresse)
Un membro della gang Barrio 18 (foto LaPresse)

Uscire da queste realtà e provare a reinserirsi in società è molto complicato. Come già detto, spesso chi entra in questi gruppi sono persone dal passato difficile e che si trovano ai margini. C'è chi si è avvicinato alle bande già quando era in El Salvador ed era molto piccolo. Sono mondi iper violenti e provare ad allontanarsi vuol dire mettere in pericolo tutta la famiglia.

Il fenomeno delle maras, o delle pandillas, in Italia è stato al centro di importanti studi soprattutto nei primi anni duemila. Oggi, però, l'attenzione mediatica si accende solo quando avvengono fatti di cronaca eclatanti, ma tende a scomparire nel giro di pochi giorni. Per il caso di Ibarra, così come già accaduto in passato, probabilmente ci saranno condanne esemplari. Dopodiché, tutto tornerà a essere invisibile come prima. Il fatto che in una città come Milano continuino a esserci persone, spesso giovanissime, che si sentono rifiutate dalla società non farà più notizia fino a che qualcun altro non si farà male. A quel punto, ripartirà il ciclo di repressione e indifferenza a cui stiamo già assistendo. Un cambiamento potrà avvenire solo con attività di prevenzione per potenziali derive, ma oggi nessuno se ne preoccupa.

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