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“La nostra illegalità ha salvato il Derby, ci opponiamo alla speculazione a Milano”: parla il centro sociale Cantiere

Il Cantiere dal 2001 occupa la sede del Derby Club, storico locale di Milano chiuso nel 1985. Nicola ed Emma hanno raccontato a Fanpage.it cosa fa oggi il centro sociale e in che modo con la sua illegalità prova a opporsi alle logiche speculative della città.
L’ex Derby Club, oggi sede del centro sociale Cantiere (foto di Enrico Spaccini – Fanpage.it)
L’ex Derby Club, oggi sede del centro sociale Cantiere (foto di Enrico Spaccini – Fanpage.it)

Incastrato tra palazzi milionari e di fronte agli uffici realizzati da Renzo Piano, c'è un vecchio edificio decorato con graffiti dalle fondamenta fino al tetto e una scritta a caratteri cubitali: "Cantiere". Là dentro, al civico 84 di viale Monte Rosa, fino a 40 anni fa c'era la sede del Derby Club: uno dei più famosi locali notturni nella Milano degli anni di piombo, dove comici dal futuro promettente come Paolo Rossi e Claudio Bisio si esibivano davanti a intellettuali e criminali del calibro di Renato Vallanzasca e Francis Turatello. Oggi di quel Derby Club è rimasto poco, a parte l'insegna e la storica bussola d'ingresso che riposa malconcia in un piccolo cortile.

La vecchia bussola d’ingresso del Derby Club (foto di Enrico Spaccini – Fanpage.it)
La vecchia bussola d’ingresso del Derby Club (foto di Enrico Spaccini – Fanpage.it)

A partire dal 2001, il palazzo di viale Monte Rosa 84 ospita il centro sociale Cantiere. Si tratta, a tutti gli effetti, di una occupazione abusiva. A marzo 2024, però, l'edificio è stato venduto per 1,8 milioni di euro. Il compratore è la società immobiliare Monterosa84 srl, posseduta da Futura srl, Immobiliare La Rocca srl e Murè Holding. Quest'ultima, in particolare, è già sotto inchiesta della Procura di Milano per presunti abusi edilizi nella realizzazione del progetto di viale Papiniano 48, ad oggi sotto sequestro. Da un lato, dunque, c'è un centro sociale che, muovendosi nell'illegalità, ha occupato un edificio abbandonato e ha creato un punto di riferimento per i cittadini di ogni strato sociale. Dall'altro, imprese disposte ad aggirare le norme per vendere case a prezzi folli e massimizzare così gli incassi.

Un anno fa, il Tribunale Civile di Milano ha respinto il ricorso d'urgenza per lo sfratto del Cantiere presentato dalla Monterosa84 srl, dichiarando che lo stabile non è prossimo al decadimento, perciò chi lo occupa non è in pericolo. "Ci hanno staccato la corrente, ma abbiamo messo i pannelli solari. Così siamo indipendenti, risparmiamo e non inquiniamo". A parlare, intervistati da Fanpage.it, sono Nicola ed Emma, che ci hanno aperto le porte del vecchio Derby Club. Ad accoglierci c'è Ernesto "Che" Guevara, dipinto di nero su sfondo rosso, le pareti tempestate di manifesti e adesivi e il bagno gender neutral. Ci sediamo all'interno della libreria, ma non prima che la nostra attenzione venga diretta verso le uniche regole del centro sociale: "Il Cantiere è uno spazio totalmente autonomo. Le norme che cerchiamo di rispettare sono solo quelle di un comportamento che, secondo noi, dovrebbe essere alla base della socialità".

Le uniche regole per poter frequentare il Cantiere (foto di Enrico Spaccini – Fanpage.it)
Le uniche regole per poter frequentare il Cantiere (foto di Enrico Spaccini – Fanpage.it)

Questa mattina (giovedì 7 maggio, ndr) avete preso parte allo sciopero indetto dal sindacato di base per la formazione scolastica. C'è stata partecipazione? Come avete contribuito? Di solito come vi preparate per questi eventi?

Noi non siamo un sindacato, non c'è mai un'organizzazione chissà quanto studiata. Abbiamo partecipato allo sciopero e distribuito volantini, ma facciamo la nostra parte anche nelle manifestazioni più grandi, come quella del 25 aprile quando dietro al nostro camion c'erano migliaia di persone. Non dico che frequentano tutte il Cantiere, ma di certo lo riconoscono come parte attiva della città. Oggi ci tenevamo a essere presenti perché era dedicato all'istruzione, e possiamo dire che in qualche modo facciamo parte del settore anche noi, viste le nostre aule studio e questa libreria.

La libreria ‘Don Durito' dove siamo ora è ricca di libri di ogni tipo: non solo storici e filosofici, ma anche quelli che parlano di identità di genere, di società, di diritti. Da dove arrivano?

La libreria ‘Don Durito' è composta soprattutto da libri che ci sono stati donati, o regalati perché frutto di eredità pesanti, o dalle stesse case editrici indipendenti. A volte ce li lasciano anche gli autori, con i quali magari organizziamo la presentazione in Cantiere. Chiunque può entrare e prenderli. C'è il prezzo indicato, spesso simbolico come 1 euro, ma in realtà è finto. L'importante è che le persone leggano. Anche perché oggi per preparare un esame all'università devi spendere anche più di cento euro per un libro nuovo, ma intanto lo Stato taglia i fondi alle biblioteche, con quelle scolastiche che ormai vivono solo nei ricordi dei nostri genitori. La libreria è una delle cose più importanti e più belle del Cantiere in quanto spazio fisico.

La libreria ’Don Durito’ del Cantiere (foto di Enrico Spaccini – Fanpage.it)
La libreria ’Don Durito’ del Cantiere (foto di Enrico Spaccini – Fanpage.it)

Stando alla vostra esperienza personale, come viene percepito il Cantiere da chi vive il quartiere?

Questo non è più un quartiere nel vero senso della parola. Chi ci vive davvero è solo il console iraniano, qua vicino. Per il resto, la maggior parte delle persone sta qui due settimane e poi se ne vanno. Non c'è un'identità, e quindi nessuno si lamenta. Ma allo stesso tempo è impossibile radicarsi a fondo nel territorio. Abbiamo la libreria, l'aula studio gratuita, il Wi-Fi, le prese per ricaricare il telefono, il bagno che si può usare senza dover consumare. Sono cose che vengono apprezzate da tutti. Anche i giornalisti del Sole24Ore, quando avevano la redazione nel palazzo davanti, venivano da noi a mangiare. I prezzi sono popolari. Magari avevano idee diverse dalle nostre, ma da veri economisti sapevano come gestire le finanze.

Dal punto di vista politico, mettersi contro il Cantiere vuol dire andare contro il 25 novembre, la giornata contro la violenza sulle donne, contro Fridays for Future. Insomma, sono posizioni che poi devi essere capace di sostenere in una società come quella di oggi. C'è chi lo fa, ma devo dire che a Milano rimane ancora un po' di decenza.

Parlando di centri sociali, la memoria non può non tornare a quanto accaduto al Leoncavallo, che il 21 agosto 2025 è stato sgomberato dalla sede di via Watteau che occupava dal 1994. Ecco, perché ricorrere all'occupazione? Perché muoversi nell'illegalità e, così facendo, esporsi a facili critiche?

Bisogna partire dal presupposto che l'idea di "legalità", di per sé, non è un metro di giudizio. Ci sono leggi che istituiscono i Cpr in Albania, persone che vengono sfrattate in modo legalissimo ma che si lanciano dal balcone per la disperazione. Se una legge è ingiusta, la si disobbedisce. Questo posto, prima dell'arrivo del Cantiere, era un punto di smercio di cocaina e tutto il valore storico del Derby era lasciato a marcire. Tantissime persone, dopo l'esperienza maturata durante il G8 di Genova, nel 2001 si sono rese conto che Milano aveva bisogno di uno spazio e, nell'illegalità, si sono dette: "Proviamo a costruire qualcosa che non sia per noi, ma per tutti e tutte".

Il Cantiere e gli altri spazi sociali sono fuori dalle logiche speculative di Milano. Lo Stato parla di "legalità", ma dovrebbe garantire anche una casa per tutti, la possibilità di andare a scuola e vivere una vita decente. Per non parlare di quanto sia difficile aprire un'associazione in una città come questa, tra bandi e fondi. C'è chi ha ottenuto uno spazio comunale e deve pagare affitti altissimi per luoghi in cui non viene fatta nemmeno la manutenzione. Il Cantiere offre spazio anche a loro, le associazioni sanno che possono venire qua e nessuno chiederà loro mai un euro.

L’aula studio esterna del Cantiere (foto di Enrico Spaccini – Fanpage.it)
L’aula studio esterna del Cantiere (foto di Enrico Spaccini – Fanpage.it)

Nel frattempo, svariate società come la Murè Holding sono sotto inchiesta per presunti abusi edilizi. Se le accuse dovessero trovare conferme, si potrebbe dire che anche loro hanno operato nell'illegalità. Qual è la differenza tra voi e loro?

Guardiamo cosa sta succedendo alla città, non solo a noi. Tutti gli spazi che sono fuori dalle logiche speculative del mercato stanno scomparendo: le librerie indipendenti, il museo del fumetto Wow. Ciò che non porta profitto, viene considerato senza valore. È ovvio che il loro obiettivo è solo quello di fare soldi e l'essere sotto il loro attacco ci dà un'ulteriore forza sul piano politico. Ci permette di chiedere il coinvolgimento degli altri spazi e delle associazioni, abbiamo anche avviato la campagna di mappatura ‘Giù le mani dalla città' per individuare tutti i nostri nemici, non solo la Murè Holding. Il fatto è che più sei scomodo, più piaci.

Loro cercano il profitto, noi offriamo uno spazio di libertà a tutti. Certo, se dovessero riuscire a portare a termine il loro progetto di costruire un palazzo da sei piani in un cortile con solo una Scia, farebbero l'affarone. Ma se scoppia la bolla e ti costringono a pagare gli oneri di urbanizzazione, poi diventa tutto molto meno conveniente.

Sta di fatto, però, che il palazzo è stato comprato dalla Monterosa84 srl. Non per portare sfortuna, ma vista l'esperienza del Leoncavallo, penso che lo sgombero del Cantiere sia ineluttabile. Non sappiamo quando, ma arriverà.

Per noi il Cantiere è un megafono. Se il megafono si rompe, ne prendi un altro. Finché ci sarà mobilitazione, servirà uno spazio. Basta vedere cos'è accaduto con il Conchetta nel 2009, o proprio con il Leoncavallo prima di via Watteau. Qualche mese fa ci è stato chiesto cosa volessimo in cambio di questo palazzo. Gli abbiamo detto: ‘Voi siete costruttori di case? Bene, a Milano ci sono migliaia di persone senza casa. Ce ne andiamo se trovate una sistemazione a loro'. Poi non abbiamo saputo più nulla. Dal Comune, invece, non si è fatto vivo nessuno. Avessimo qui davanti il sindaco Beppe Sala, terremmo comunque la stessa linea: ‘Se volete questo spazio, date gli spazi alle associazioni'. Non siamo qua per stare qua. Siamo qua perché abbiamo uno scopo.

Probabilmente pensavano che ci avrebbero mandati via in un mese, ma dopo un anno siamo ancora qua. Anzi, a giugno festeggeremo i 25 anni con il festival di strada ‘Here25tay'. Anche il fatto che qui c'era il Derby, rende questo palazzo più difficile da radere al suolo. Con un'operazione del genere fai incazzare non solo lo studente, ma anche la sciura.

Già, il Derby. A ben guardare il palazzo mantiene comunque un ricordo di quei tempi. Fuori ci sono l'insegna e la bussola, ma dentro c'è anche il vecchio "gobbo" che veniva usato per comunicare con i comici che salivano sul palco.

Stando qui, abbiamo l'occasione di parlare con molti comici che hanno iniziato la loro carriera al Derby: Paolo Rossi, Cochi Ponzoni, ma anche Giovanni Storti. A loro non basta una targa che ricordi il palazzo "dove una volta c'era il Derby", ma vogliono un posto dove ancora artisti alle prime armi hanno l'occasione di esibirsi davanti a un pubblico sul loro stesso palco. Qua possono fare la cosiddetta "gavetta", che è un'altra cosa che è diventata difficile se non hai le conoscenze giuste e risorse economiche. Senza andare a ripescare Fedez o Ghali, i Vaeva, la band punk rock che ha suonato al Concertone del Primo Maggio a Roma, sono partiti da qui. Anche lo stesso Rossi spesso viene da noi. A volte dice "cosa c'è per cena" e si ferma a mangiare qui. Quando la nuova proprietà si è mossa per lo sgombero, ha fatto uno spettacolo dentro il Cantiere e ne farà un altro il 27 maggio.

L’entrata del centro sociale Cantiere di via Monte Rosa 84 a Milano (foto di Enrico Spaccini – Fanpage.it)
L’entrata del centro sociale Cantiere di via Monte Rosa 84 a Milano (foto di Enrico Spaccini – Fanpage.it)

Ci sono realtà che preferiscono dirsi vicine a certe tematiche, ma evitano di schierarsi politicamente in modo netto. Mi sembra che voi non facciate alcuno sforzo per mascherare la vostra identità politica, anzi sembra quasi che la rivendichiate.

Senza il "quasi". Abbiamo il "Che" sulla porta, ma ancora più identificative sono le regole all'ingresso. Piuttosto, c'è un tema di depoliticizzazione della società. Non è vero che i giovani non si interessano alla politica, ma se ci chiudono gli spazi di aggregazione, non riusciamo più a incontrarci e a parlarci senza che ci sia la polizia che viene a controllarti. Stanno togliendo dalle scuole tutte quelle materie che spiegano come funziona il mondo che viviamo. Così diventa davvero impossibile fare socialità senza la politica, perché non hai idea di cosa ti succede intorno e non hai motivo di cambiarlo.

Qua nessuno è pagato e nessuno dà gli ordini. Anche perché se ci fosse un capo che comanda nessuno pulirebbe il bagno. Le decisioni le prende l'assemblea, alla quale può partecipare chiunque. Non ci sono tessere. È chiaro che l'utopia "faremo la rivoluzione e cambieremo il mondo" che ci ha portati qui ha dovuto fare i conti con la realtà. Però poi ti rendi conto che ci sono altre generazioni che continuano ad avere quella forza e pensi "magari il mondo non lo cambieremo, intanto oggi possiamo fare qualcosa". Pezzettino per pezzettino, è meglio dell'utopia.

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