Mara Terzi, ballerina premiata a Milano: “Dalla provincia di Bergamo, ho portato il flamenco fino in Giappone”

Nella splendida cornice della Sala Alessi di Palazzo Marino a Milano, Mara Terzi, danzatrice, coreografa, docente, ha ricevuto il Premio Award al Merito. Si tratta di un prestigioso riconoscimento nazionale istituito dall'Associazione "Insieme con Marito".

Mara, nella motivazione con cui ti hanno assegnato il premio si legge che hai dedicato oltre 40 anni alla diffusione della cultura della danza formando generazioni di allievi e contribuendo in modo significativo alla vita artistica e culturale di Milano e dell'Italia. Questo è stato un riconoscimento che ha reso merito alla tua grande figura artistica. Sei più orgogliosa o commossa?
Commossa e anche un po' sorpresa. Io faccio le cose per passione, per amore, per vocazione. In un certo senso, non mi rendo neanche conto di quello che realizzo. Vado sempre avanti, non mi guardo indietro. Finisco una cosa e sono già pronta per la successiva. Avere però sentito queste parole, da una parte mi ha sorpresa. Mi sono detta: "Caspita, ma davvero ho fatto tutte queste cose?". Dall'altra mi
sono detta: "Brava Mara".
Ricevere questo premio mi dà anche un senso in più di responsabilità. È come se dovessi dare più "humus" a questo premio, facendo altre cose. In un certo senso, è un impegno ulteriore.
Sempre nella motivazione, si legge che sei stata pioniera nella divulgazione del flamenco e della danza e che hai portato il tuo lavoro sui palcoscenici internazionali, promuovendo il dialogo tra Italia e mondo. Anche la danza, come la musica, è strumento universale di dialogo tra le varie culture e civiltà del mondo?
Assolutamente sì. La danza appartiene a ciascuno di noi. Non è che uno debba essere magro, alto,
biondo e con gli occhi azzurri. In questo momento dobbiamo recepire ancora di più che la danza fa parte dell’essere umano. Forse ce lo siamo dimenticati. Immaginate l’uomo primordiale: che cosa aveva a disposizione? Non c’era la parola, ma solo suoni gutturali. Quello che aveva a disposizione era il proprio corpo. Si esprimeva attraverso di esso ed esprimeva emozioni e sentimenti.
Si facevano rituali per propiziarsi i frutti della terra, per allontanare eventuali catastrofi, per la fertilità delle donne, per la forza negli uomini. La danza era un vero e proprio atto quotidiano.. È un grandissimo strumento di dialogo che usa un linguaggio universale. Aiuta ad esprimere se stessi e a
comunicare con gli altri.
Attraverso scuole, spettacoli, progetti editoriali e attività di ricerca, hai reso la danza accessibile a un pubblico vasto.
Il mio lavoro è andato capillarmente nel territorio nazionale e anche all’estero. Voglio ricordare la collana di video “Si balla” attraverso la quale due milioni di persone hanno imparato a ballare. Pensiamo ai paesini che non hanno scuole di danza e che hanno avuto questi miei video come unico
strumento d’insegnamento.
La scuola di danza “Mara Terzi” che cosa rappresenta per te e quale è stata l’idea che l’ha fatta nascere?
La scuola di danza, per me, rappresenta la base di tutto. È stata un’idea di mia mamma Linda. Io già insegnavo. Mi è sempre piaciuto, anche da bambina. A 7 anni io chiamavo tutte le amichette
del condominio dove abitavo, avevo un grande terrazzo, le mettevo tutte lì a far lezioni di danza
e le coreografie.
Da un certo punto di vista, forse, per me è più interessante coreografare e insegnare, piuttosto che ballare. Intendiamoci, io ho ballato molto, il che è gratificante. Coreografare e teatralizzare mi piace tantissimo perché crei un mondo a tua immagine e somiglianza. La scuola la aprì mia madre, io ero ragazzina. Per me fu una grande base perché mi diede la possibilità di fare tante altre cose fuori dalla scuola, essendoci la mamma a seguire. Ho potuto ballare in giro per il mondo, ho potuto fare le mie tournee perché c’era una stabilità sotto tanti punti di vista e comunque la scuola è stata una fucina dove si sono creati tanti talenti e tanti ballerini che, di fatto, erano miei allievi. Benedetta, quindi, l’idea della scuola di danza.
Come è nata la tua passione per il flamenco che ti ha portato anche ai trionfi sui palcoscenici giapponesi?
Da piccolina, volevo essere spagnola. Mi mettevo davanti allo specchio con le rose, i vestiti, i ventagli, ecc. Nella città dove sono nata, cioè Bergamo, non c’erano corsi di flamenco, bensì di danza classica, che del resto amavo perché io amo tutta la danza in ogni sua espressione. A 4 anni vidi al Teatro Donizetti di Bergamo l'opera Carmen. Mi ricordo che dissi a me stessa: voglio essere Carmen. Infatti, in tournee in Giappone sono stata con la mia Carmen e alla fine sono anche approdata nel “mio” teatro, il Donizetti, con la mia Carmen, quasi a chiudere un cerchio.
Il flamenco è meraviglioso, non smetti mai d’imparare. È sempre un atto creativo. È diventato patrimonio dell’umanità. Il flamenco non è solo ballo. Nasce dal canto, senza accompagnamento alcuno, se non il battito delle nocche sul legno. Quindi c’è un grande repertorio di canto che comprende 50 “palos”, vale a dire 50 stili differenti. Non basta una vita per rappresentarli. Poi dal canto arriva l’accompagnamento con la chitarra e, da ultimo, arriva il ballo. Una come me che deve imparare ancora tante cose, lì dentro ci sta bene.
Rigore artistico, passione educativa e impegno civile. Ti riconosci in queste definizioni? Ti rappresentano bene?
Nella passione educativa, mi riconosco perfettamente. L’impegno civile caratterizza, secondo me, chiunque fa arte. Poi credo che bisogna sapere per insegnare, per creare occorre partire da una base. Certo che ci vuole rigore. Ho passato tre anni in Polonia per imparare la danza classica, per poi dire a me stessa: “Mara, adesso qualcosa sai”.
Io ho molto senso critico e autocritico. Sempre valuto situazioni e persone e soprattutto me stessa. È molto difficile che io mi metta su di un piedistallo. O mi ci mettono gli altri o io non mi ci metto.
Oltre 40 anni di impegno, sacrifici, difficoltà di ogni genere da superare. È la passione che ti ha sempre spinto e ti spinge ancora ad andare avanti?
Tutti noi che facciamo danza, se non fossimo spinti dalla passione, non potremmo andare avanti. Noi vediamo tutti questi ballerini meravigliosi sui palcoscenici, ma dietro c’è tutta una grande sofferenza, una serie di enormi sacrifici, una forte fatica e usura fisica.
Un messaggio che vuoi lanciare ai giovani e magari ai tuoi tantissimi allievi ed allieve?
Ai miei allievi dico che li amo tutti e che senza di loro non esisterei nemmeno io. Ai giovani (ed è un po’ la mia missione, oggi) dico questo: frastornati da mille stimoli, avrebbero bisogno di una sola cura e medicina, la danza. La danza obbliga a un’attenzione focalizzata e prolungata. È la medicina che serve a rendere questi ragazzi di nuovo consapevoli di possedere un corpo e a rendersi conto che esiste una realtà tangibile e che non è tutto virtuale.
La danza è armonia, aiuta a socializzare. I famosi saggi di fine anno, servono tantissimo ai ragazzi: socializzano tra loro, i gruppi dei più grandi sono di esempio ai più piccoli, i più timidi riescono a uscire un po’ dalla loro timidezza, i più introversi capiscono che possono comunicare anche con il corpo, il che talvolta è più facile rispetto alle parole. I saggi sono molto educativi e pedagogici. Non c’è solo il piacere di andare in scena, ma è richiesto tutto un lavoro di collaborazione e di portare a compimento un progetto comune.
E dopo Mara Terzi? Il testimone a chi passerà?
Tutti i miei allievi, in qualche modo, sono i miei eredi. A tutti loro ho lasciato un pezzettino di me. Chi mi ha amato e chi ritiene che io abbia dato qualcosa, lo trasmetterà ad altri che verranno.