L'omicidio di Antonio Maso e Rosa Tessari è uno dei casi cardine della storia del crimine italiano. Marito e moglie, cinquantasei anni lui e quarantotto lei, sono stati aggrediti nella loro casa di Montecchia di Crosara, a quaranta minuti da Verona, la notte del 17 aprile 1991. I loro corpi inanimati sono stati scoperti dal figlio Pietro, 20 anni, nelle prime ore del mattino. Le prime battute di indagine hanno seguito la pista della rapina: nella villa dell'agricoltore i cassetti erano stati svuotati, gli oggetti erano sparsi alla rinfusa sul pavimento. Poche ore dopo il duplice delitto, mentre le figlie Laura e Nadia si stringevano intorno a Pietro, è emersa la verità. Una verità che ha messo in discussione una comunità e il suo sistema di valori.

Un figlio amato

La genesi del delitto Maso nasce molti anni prima, quando Antonio e Rosa mettono su la loro casa nella cittadina veronese. Antonio, agricoltore, è un gran lavoratore e lo stile di vita equilibrato e sobrio condotto con la moglie gli permette di guadagnarsi una discreta fortuna. Nascono le prime due figlie, Nadia e Laura e per ultimo il sospirato maschietto, Pietro, il più coccolato della famiglia. Il ragazzo cresce tra le attenzioni e le premure della madre e delle sorelle, è viziato e amato. A 14 anni si iscrive all'istituto agrario, per seguire le orme del padre, ma al terzo anno abbandona gli studi. Viene cacciato anche dal seminario e riformato dal servizio militare per ‘schizoaffettività'. Mentre le sorelle maggiori hanno lasciato il nido familiare per sposarsi, a 20, Pietro vive ancora a casa dei suoi. Antonio e Rosa non gli fanno mancare nulla, ma per loro diventa sempre più difficile assecondare i desideri di Pietro: esce tutte le sere, frequenta discoteche e bar, compra abiti firmati, profumi, scarpe costose.

Il dandy

Nella piccola Montecchia, dove i ragazzi conducono vite semplici modeste, tra studio, lavoro e chiesa, Pietro si atteggia a dandy di provincia. Esce con diverse ragazze, sfoggiandone ogni volta una diversa come fossero foulard della sua collezione, usa banconote da cinquantamila lire arrotolate per accedere le sue ‘Camel'. Per la sua personalità egocentrica e narcisista non servono amici ma sodali, ammiratori. Pietro, infatti, si circonda di ragazzi più giovani di lui, avvezzi a vite semplici, sui quali produce una forte impressione. Tra loro c'è Giorgio Carbognin, 19 anni. Fragile e in cerca di riferimenti, il diciannovenne elegge Maso a suo modello, lo imita nel modo di vestire, di pettinarsi, negli atteggiamenti, finanche nei piccoli gesti. Ai due si uniscono Paolo Cavezza, 19 anni e Daniele Burrato, 17.

Gli amici del bar John

Sono tutti ragazzi fragili, con una intelligenza inferiore alla media, in cerca di una guida da seguire, nel bene o nel male. Pietro Maso diventa il loro leader, li inizia alla bella vita, gli fa credere di vivere in un film, ma presto arrivano i problemi. Quello stile di vita è insostenibile a lungo termine perfino per il ricco Pietro, ma i guai arrivano quando Carbognin dilapida tra serate e vestiti firmati un prestito bancario di 23 milioni di lire ottenuto con la garanzia del suo datore di lavoro. I soldi vanno restituiti, ma come? Ci pensa Pietro, attingendo dalla solita cassa: i genitori. Stavolta però non può chiedere una somma così grande e allora si procura i soldi da solo, falsificando la firma della madre su un assegno.

Il piano

Se la madre lo scopre, però, stavolta non basterà chiedere scusa. I suoi potrebbero reagire male, addirittura tagliargli i viveri e questo per il giovane e immaturo, Pietro, quello che pensa solo a se stesso, sarebbe insopportabile. È allora che tra un bicchiere e l'altro al tavolo del bar ‘John' prende forma il suo piano. Pietro che si comportava come un ereditiere, decide di diventarlo davvero e si accorda con gli amici per sterminare la sua famiglia. Lo avrebbero fatto insieme, poi avrebbero diviso i soldi: 200 milioni a testa per Cavazza e Burrato, il resto diviso in parti uguali tra Maso e Carbognin. Un piano puerile e crudele, sulla scia del duplice omicidio Caretta, concepito da quattro ragazzi che davano senso alle loro vite sperperano denaro. Pietro vuole uccidere tutti, sorelle e cognati compresi, così progetta di far saltare in aria la villetta, ma sarà proprio una delle sorelle a scoprire le bombole di gas in cantina e mandare all'aria il piano. Si ripiega infine sul piano più semplice: uccidere i soli genitori. L'improbabile commando omicida si arma di sbarra di ferro, bloccasterzo, pentole e padelle.

Cinquantadue minuti per uccidere

Incappucciati con delle tute per proteggersi dagli schizzi di sangue e con il volto occultato dalle maschere, aspettano i coniugi di ritorno la sera del 17 aprile. Appena Antonio varca la soglia della cucina, saltano fuori da dietro il frigorifero e la caldaia. Li assaltano colpendoli con gli oggetti pesanti che hanno con loro, ma le due sfortunate vittime non muoiono. Ancora una volta quei quattro ragazzini non sanno quello che fanno, tanto che ci vorranno loro 53 minuti per ‘finire'. Quella notte stessa, per crearsi un alibi, Pietro fa il giro di due discoteche, poi torna a casa e inscena il ritrovamento dei corpi. Le tv riprenderanno il ragazzo scampato alla morte e rimasto solo in quella grande casa.

Il caso

In un primo momento gli inquirenti credono alla sua versione, come crederanno a quella di Erika De Nardo, nel 2001, ma di fronte agli indizi seminati ovunque dai ragazzi non ci metteranno molto a riannodare le fila della vicenda. Del resto gli stessi amici avevano spiattellato in giro il loro ‘piano'. Pietro Maso viene arrestato per l'omicidio dei genitori e confessa. Gli inquirenti arrivano subito ai sui complici. La sua storia è il tema principale dei dibattiti nei salotti televisivi: Pietro Maso, come aveva sempre voluto, è al centro dell'attenzione. Nasce un macabro Il ‘Maso fans club', in cella il ragazzo riceve centinaia di lettere di coetanei che vorrebbero seguire il suo ‘esempio' e altrettante di ragazze innamorate.

L'epilogo

In sede processuale Maso verrà ritenuto seminfermo di mente al momento delitto, conclusione controversa che mal si concilia con la semplice diagnosi di disturbo narcisistico di personalità.  Maso viene condannato a 30 anni di carcere per il duplice omicidio dei genitori, i complici, a 26 anni ciascuno. Dopo sette anni di carcere Carbognin, il braccio destro, è stato scarcerato per buona condotta. Pietro Maso è oggi un uomo libero.