Il mistero che avvolge la figura di Elena Ferrante è ormai un caso non solo italiano, ma internazionale. Al di là delle congetture sulla sua presunta identità, tuttora ignota, che hanno appassionato in questi anni molti lettori e non solo, la sua quadrilogia (“L’amica geniale”, “Storia della bambina perduta”, “Storia del nuovo cognome”, “Storia di chi fugge e di chi resta” tutti pubblicati dalla casa editrice E/O) ha scalato le classifiche dei più importanti giornali internazionali imponendosi come fenomeno letterario in tutto il mondo. Tradotta in 36 lingue la saga ha infatti venduto più di 300mila copie solo in Gran Bretagna e oltre 800mila negli Stati Uniti.

Il successo planetario di “L’amica geniale” (titolo con cui ci riferiamo all’intera saga trattandosi in pratica di un unico romanzo) ha inciso a tal punto sull’immaginario collettivo, soprattutto degli stranieri, da modificare la percezione comune della città di Napoli all’estero, come ha notato il prestigioso quotidiano inglese “The Guardian”. Sulla scia dei suoi libri infatti è nato un vero è proprio fenomeno turistico tanto che il New York Times, nella sua sezione viaggi, ha inaugurato una rubrica dal titolo: “Cosa fare nella Napoli di Elena Ferrante”.

Abbiamo così deciso di andare alla scoperta dei luoghi simbolo del romanzo a partire da quello in cui Elena e Lila, le due protagoniste, trascorrono la loro infanzia e adolescenza. Con l’aiuto di Lia Polcari, proprietaria della storica libreria Evaluna di Piazza Bellini dove lo scorso anno ha organizzato una mostra proprio su questo tema dal titolo “Smarginatura” (qui le info sul progetto), siamo andati alla ricerca del “Rione” di cui parla la misteriosa scrittrice.

Abbiamo così scoperto che si tratta del “Rione Luzzatti”, un piccolo isolato la cui costruzione risale al secondo dopoguerra e che si trova nel quartiere di Gianturco, alla periferia est di Napoli. Un quartiere che negli anni in cui è ambientato il romanzo sorgeva nel bel mezzo della campagna in prossimità di una zona denominata “degli stagni” e che ora ha all’orizzonte, da un lato, il grande complesso architettonico del centro direzionale; dall’altro, la ferrovia e i cantieri del porto. Un rione molto popolare, e allora anche decisamente popoloso, che oggi è in parte disabitato, tanto che in una certa misura è ancora possibile ritrovare quell’atmosfera sospesa descritta nel romanzo.

Lo abbiamo percorso in lungo e in largo lasciandoci attraversare dalle suggestioni letterarie e mettendoci sulle tracce di alcuni dei luoghi esplicitamente citati dalla misteriosa scrittrice. Il primo che balza agli occhi è la Chiesa del Rione che svetta tra i bassi edifici del quartiere e nelle cui vicinanze abitava la maestra senza la quale Elena non avrebbe mai continuato i suoi studi. Poco distante abbiamo riconosciuto la piazzetta con i suoi giardinetti, in cui i bambini passavano la maggior parte del loro tempo e che ora sono in parte sostituiti da un campetto da calcio. Poco distante dalla piazza si trova invece la biblioteca comunale in cui Elena e Lila prendono in prestito i libri con cui si sfidano a colpi di grammatica. Difficile invece individuare con esattezza quale fosse la palazzina dove viveva Elena, ma in compenso abbiamo riconosciuto il vialetto che porta a una delle scuola del quartiere e che presumibilmente è la stessa che frequentavano Elena e Lila. E poi ci sono i cortili chiusi da grossi cancelli, gli scantinati e ovunque pali e tralicci della vicina ferrovia di cui nel romanzo si fa continuamente menzione. Il luogo forse più suggestivo però è il tunnel che porta al mare e che segna uno dei momenti più intensi del romanzo. Lo abbiamo percorso ritrovando con nostra grande sorpresa la stessa goccia d’acqua di cui parla Elena e provando la medesima sensazione quando, una volta terminato il tunnel, si viene letteralmente abbagliati dalla luce del grande viale che conduce fino al mare, ai cantieri del porto.

C’è poi la zona degli stagni, ormai quasi del tutto scomparsi, dove le coppiette andavano ad appartarsi e in cui oggi il degrado e l’abbandono regnano incontrastati. In definitiva, il "Rione Luzzatti" è un luogo che difficilmente riesco ad associare a un’idea di bellezza, ma che però grazie alle suggestioni del romanzo, si è trasformato sotto i miei occhi in un luogo dell'anima. Un luogo dove io stesso, dopo aver attraversato il tunnel, ho avuto la sensazione di non vedere più i contorni delle cose.