Jannis Kounellis
in foto: Jannis Kounellis

Amava definirsi “pittore”, Jannis Kounellis, ma nella sua arte c'era molto di più che la semplice tela. La sua è un arte che vuole e deve “uscire dal quadro”, in quanto sintomo di un'esigenza comunicativa nuova, inaspettata: le sue opere, nel corso degli anni, hanno preso la forma di vere e proprie messe in scena, trasformando Kounellis in uno dei più tenaci narratori della contemporaneità.

Jannis Kounellis è morto a Roma, la città che era diventata un po' come la sua seconda casa: nato in Grecia, nel Pireo, Kounellis si era trasferito giovanissimo nella capitale per studiare con il maestro Antonio Scialoja. E proprio a Roma, nella galleria d'arte “La Tartaruga”, aveva esordito negli anni Sessanta: “Alfabeto” è l'opera che lo fa conoscere al grande pubblico e che gli guadagna l'ingresso nel novero dei nuovi artisti che in quegli anni stanno rivoluzionando l'arte italiana. Amava Pollock, ma anche Caravaggio e Masaccio, e il suo esordio pittorico raccoglie la lezione di questi grandi maestri, rielaborandola e trasportandola nella contemporaneità di un'Italia che stava lentamente abbandonando i linguaggi del neorealismo in favore di qualcosa di diverso, completamente diverso.

Jannis Kounellis, "Z3" (1961)
in foto: Jannis Kounellis, "Z3" (1961)

Non a caso, nel 1967, Jannis Kounellis partecipa alla prima grande mostra dedicata all'arte povera, organizzata a Genova da Germano Celant, padre concettuale del movimento. Insieme ad artisti come Alighiero Boetti, Pino Pascali e Guido Paolini, Kounellis espone un nuovo tipo di arte: un'arte che, nella definizione dello stesso Celant, “riduce ai minimi termini e impoverisce i segni, per ridurli ai loro archetipi”. Pur definendosi pittore per tutta la vita, Kounellis ha fatto del rifiuto dell'arte tradizionale e dei suoi supporti un manifesto quasi politico: non più tele, ma materiali “poveri” appunto, quali terra, legno, ferro e plastica lo accompagneranno da adesso in poi nella realizzazione delle sue opere.

Opere che escono dalla cornice, che divengono vere e proprie installazioni e rivoluzionano il rapporto con la performance artistica: capolavori come la “Margherita di fuoco” o “Cavalli” sono i più straordinari esempi di questo nuovo modo di fare arte. La natura e la cultura si scontrano, nell'arte di Kounellis, così come il mito e la realtà: diviene così possibile riportare, bruscamente, la natura nell'arte, agganciando magari dei cavalli ad una corda, dentro una galleria d'arte, come fossero protagonisti di un quadro.

Al di là dell'arte povera

Jannis Kounellis al Centre Pompidou, nel 1987
in foto: Jannis Kounellis al Centre Pompidou, nel 1987

Ma l'arte povera idealizzata da Kounellis non sopravvive ai tempi. Come affermerà lo stesso Celant, “la comunità dell'arte condivide il sogno, ma soccombe se lascia la società immutata”: l'arte povera viene pian piano inghiottita da quello stesso mondo che tenta di decostruire, e il linguaggio di Kounellis si stacca dal sogno, divenendo critico, disincantato. Emblema di questo processo è la famosissima “Porta Chiusa” presentata nel 1969 a San Benedetto del Tronto: essa viene collocata dall'artista all'ingresso dell'ambiente che doveva ospitare l'esposizione, impedendo l'accesso. Simbolo di rifiuto e insofferenza verso l'arte stessa, incapace di lasciare fuori il consumismo e la fruizione fine a se stessa. La Porta resterà famosa per anni, e fino agli anni Ottanta farà il giro d'Europa: Baden-Baden, Londra, Colonia e Parigi, essa forse resta il simbolo più forte e immediato di cosa Jannis Kounellis intendeva fare con la sua arte.

Nonostante l'allontanamento quasi forzato dalle prime forme dell'arte povera, Jannis Kounellis è rimasto, fino alla fine, uno dei maestri più emblematici e rappresentativi di questa ideologia artistica: dagli anni Settanta fino al Duemila, Kounellis ha trasformato costantemente la sua narrazione, rielaborando e facendo maturare la sua personale idea di arte, e portandola in tutto il mondo: Sud America, Londra, ma soprattutto in Italia, che aveva scelto quale sua patria adottiva, la sua arte continua ad affascinare il grande pubblico, grazie anche al recupero di quel rapporto che sembrava reciso, con la classicità e la tradizione. Una storia artistica, quella narrata dall'arte di Kounellis, che inizia negli anni Sessanta e arriva fino ad oggi, restando comunque, sempre, profondamente attuale.