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L’ultima sfida di Google è trasformare vecchi smartphone in piccoli data center: lo studio con l’UCSD

Un nuovo progetto dell’Università della California San Diego e Google sta provando a trasformare vecchi smartphone Pixel in piccoli data center, riducendo l’impatto ambientale dei rifiuti elettronici e offrendo nuova potenza di calcolo a basso costo per scuole e università.
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Ogni anno milioni di smartphone vengono sostituiti quando sono ancora perfettamente funzionanti. Secondo uno studio del 2025 presentato da due ricercatrici dell'Università Bocconi di Milano, un italiano su tre cambia il cellulare dopo pochi anni anche se è ancora perfettamente funzionante. Se da un lato questo fenomeno alimenta i consumi e riempie le tasche delle Big Tech, dall'altro contribuisce alla crescita dei RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) e a un impatto ambientale spesso sottovalutato. Ma se ci fosse un modo per sfruttare i modelli obsoleti (o ritenuti tali) in modo da supportare il progresso tecnologico e ridurre gli sprechi? Proprio da questa suggestione è nato un nuovo progetto sviluppato dall'Università della California di San Diego (UCSD) con il supporto di Google, che punta a dare una seconda vita ai vecchi smartphone Pixel trasformandoli in piccoli data center a basso costo.

L'obiettivo non è ovviamente sostituire le grandi infrastrutture cloud ma usare dispositivi già esistenti per svolgere attività di calcolo, riducendo così tutte le emissioni generate durante l'estrazione delle materie prime, la produzione, l'assemblaggio e il trasporto dei nuovi smartphone.

Da scarto a strumento di calcolo: come avviene la trasformazione

L'idea dietro a questa sperimentazione che la stessa Google ha recentemente presentato sul proprio blog ufficiale potrebbe sembrare insolita, ma poggia su solide basi tecniche. I moderni smartphone integrano processori molto potenti, una buona capacità di memoria, acceleratori hardware efficienti e sistemi di archiviazione che, anche dopo alcuni anni, continuano a offrire prestazioni di tutto rispetto. Un grande potenziale che può essere re-impiegato per nuovi scopi. I test condotti dal team hanno addirittura mostrato che, osservando alcuni parametri, gli smartphone di appena tre anni fa possono raggiungere o addirittura superare le prestazioni di server professionali utilizzati nei data center per il cloud (da non confondere con i data center che invece alimentano l'intelligenza artificiale).

I ricercatori dell'UCSD hanno dunque provato a intervenire su questi vecchi dispositivi rimuovendo tutti i componenti non indispensabili all'elaborazione dei dati (display, batterie, fotocamere, altoparlanti e scocca) e conservando la scheda madre, che contiene il processore e gli altri elementi essenziali. Fatto ciò, il vecchio software Android viene sostituito da una distribuzione Linux, più adatta all'esecuzione di applicazioni server e alla gestione centralizzata delle risorse. I dispositivi vengono quindi collegati tra loro in cluster e amministrati tramite Kubernetes, una piattaforma che automatizza e orchestra la gestione delle diverse funzioni delle applicazioni così che funzionino in modo coordinato. Così facendo decine di telefoni possono lavorare come un'unica infrastruttura.

Risultati confortanti e le sfide da affrontare

Secondo lo studio, servono tra 25 e 50 smartphone per raggiungere una capacità di calcolo utile. Le prime sperimentazioni hanno già dato risultati incoraggianti. Un cluster composto da appena 20 telefoni è riuscito a supportare le attività di una classe universitaria con oltre 75 studenti, gestendo sistemi di valutazione automatica e altri servizi didattici con tempi di risposta competitivi rispetto a quelli offerti da piattaforme cloud tradizionali. Il prossimo passo sarà costruire un'infrastruttura composta da circa 2.000 smartphone Pixel, in grado di servire contemporaneamente centinaia di ricercatori e un centinaio di corsi universitari.

Una conversione così radicale comporta ovviamente anche delle criticità. Anche se ormai siamo abituati a non spegnerli più, gli smartphone non sono progettati per funzionare senza interruzioni con le prestazioni richieste a dei server professionali. Resta da verificare quanto possano resistere a carichi di lavoro continui nel lungo periodo. Inoltre, la gestione di migliaia di dispositivi eterogenei introduce una complessità operativa che mal si concilia con i principi di standardizzazione tipici dei grandi data center. Per questo motivo è improbabile che, almeno nell'immediato futuro, i colossi del cloud adottino in massa una soluzione di questo tipo. Diverso potrebbe essere il discorso per università, centri di ricerca, scuole e organizzazioni con risorse limitate, che potrebbero ottenere capacità di calcolo a costi ridotti e con un impatto ambientale inferiore.

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