I data center spaziali di Musk sono un’idea stupida? L’ingegnere: “Fumo negli occhi da parte dei miliardari”

Per molte persone, soprattutto negli Stati Uniti, i data center stanno diventando un grosso problema. Consumano enormi quantità di acqua ed elettricità, impattano sull'ambiente e molto spesso fanno schizzare alle stelle le bollette dei privati cittadini. Questi impianti sono però indispensabili per lo sviluppo dell'intelligenza artificiale e rinunciare a queste infrastrutture significa restare al palo in un settore strategico che probabilmente determinerà gli equilibri economici e geopolitici dei prossimi anni. Laddove un comune cittadino vede un problema, però, un multimiliardario vede un'opportunità. Peter Thiel, il multimiliardario che ha fondato Palantir e ha una strana ossessione per l'Anticristo, ha per esempio iniziato a investire milioni di dollari su una startup che costruisce data center in mezzo al mare. Il solito Elon Musk ha invece puntato ancora più in alto, letteralmente. Al World Economic Forum dello scorso gennaio, il proprietario di Space X ha infatti annunciato pubblicamente l'intenzione di costruire decine di data center alimentati ad energia solare e di lanciarli nello spazio per supportare la corsa all'IA in modo più efficiente ed economico. Secondo alcuni esperti, però, l'ambizioso programma di Musk non solo non è facilmente realizzabile, ma è così idiota che potrebbe essere stato scritto da un'IA poco performante.
In particolare, a demolire il progetto ci ha pensato l'ingegnere aeronautico Brian McManus, autore del canale YouTube Real Engineering. In collaborazione con IEEE Spectrum (la rivista ufficiale dell'autorevole Institute of Electrical and Electronics Engineers) McManus ha realizzato un video dove viene analizzata la proposta di Starcloud, startup che sta collaborando con SpaceX proprio per mandare in orbita i data center. Il responso è piuttosto critico. "I miliardari stanno cercando di gettarti fumo negli occhi e convincerti che questa tecnologia ha perfettamente senso" afferma McManus. "In realtà è davvero stupida".
Un pieno che non si regge in piedi: le critiche di McManus
All'inizio del video, McManus ricorda che Starcloud ha appena raccolto oltre 170 milioni di investimenti per costruire i data center da mandare in orbita, ben lontani dalle proteste delle comunità locali e delle politiche ambientali troppo limitanti. Gli obiettivi e i dettagli tecnici di questa operazione sono stati riassunti in un documento datato 3 settembre 2024. È proprio questo documento a finire nel mirino dell'ingegnere irlandese, convinto che il report somigli più a una presentazione pensata per convincere gli investitori ad aprire il portafoglio che a un piano ingegneristico realmente attuabile.
La prima grande criticità riguarda il calore prodotto dai server. Già sulla Terra il raffreddamento dei sistemi di intelligenza artificiale rappresenta una sfida ardua e costosa in termini di energia e consumo d'acqua. Nello spazio, dove manca un'atmosfera che favorisca la dispersione del calore, il problema diventerebbe ancora più complesso. Sarebbe necessario realizzare una gigantesca rete di tubazioni e liquidi refrigeranti. Secondo i calcoli illustrati da McManus, ogni struttura dovrebbe pompare oltre 68 mila chilogrammi di composti come il glicole ogni secondo. Uno sforzo paragonabile allo svuotamento di una piscina olimpionica in appena 40 secondi.
Anche le dimensioni previste per le infrastrutture appaiono fuori scala. Per raggiungere una capacità di calcolo di cinque gigawatt, ogni data center dovrebbe estendersi su oltre quattro chilometri quadrati di pannelli solari, una superficie quasi cinquemila volte superiore a quella dei pannelli della Stazione Spaziale Internazionale. Il peso complessivo supererebbe i 113 milioni di chilogrammi ancora prima di aggiungere pompe, schermature contro le radiazioni, carburante e altri componenti essenziali. In pratica, osserva l'ingegnere, sarebbe come lanciare in orbita una portaerei, con una massa superiore a sei volte tutto il materiale che l'umanità ha lanciato nello spazio nella sua storia.
Il problema dei detriti e della manutenzione
Le criticità non finiscono qui. Un'infrastruttura tanto estesa sarebbe estremamente vulnerabile ai detriti spaziali, ormai presenti a milioni nelle orbite terrestri. Anche i frammenti di piccolissime dimensioni potrebbero perforare pannelli e strutture. Ed essendo gli impianti nello spazio, le riparazioni sarebbero particolarmente costose e complesse. Dopotutto, fa notare McManus, è un problema con cui la stessa Starlink sta facendo i conti per gestire la rete di satelliti che ogni tanto esplodono senza alcuna spiegazione apparente.
A ciò si aggiunge un altro ostacolo poco considerato: le radiazioni cosmiche possono alterare i dati elaborati dai computer, danneggiando i transistor o modificando i bit di memoria. Per evitare errori sarebbero necessari continui controlli e calcoli ridondanti, con un ulteriore aumento della complessità del sistema.
Un sogno più finanziario che tecnologico
Infine c'è il nodo economico. Secondo McManus, le stime diffuse da Starcloud sui costi di lancio e sulla massa da trasportare risultano eccessivamente ottimistiche. Anche la manutenzione rappresenterebbe una voce enorme di spesa: gli attuali chip per l'intelligenza artificiale hanno una durata di appena due-quattro anni sulla Terra e, in un ambiente ostile come lo spazio, potrebbero deteriorarsi ancora più rapidamente.
"Oggi sembra proprio che bastino alcuni rendering e un documento scritto da qualcuno che ha usato da un'intelligenza artificiale fin troppo accondiscendente per ottenere finanziamenti dai venture capitalist", è la caustica sentenza di McManus. Più che un progetto destinato a rivoluzionare il settore dei data center, quello di Starcloud sarebbe dunque un concept lanciato in fretta e furia e senza badare troppo al rigore scientifico per raccogliere finanziamenti e cavalcare l'entusiasmo degli investitori per l'IA.