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Perché il 90% degli umani è destrimano, svelato il mistero: “Dovuto a cervello e modo di camminare”

I ricercatori hanno determinato perché il 90 percento della popolazione umana è destrimano, cioè predilige l’uso della mano destra, uno sbilanciamento non presente negli altri primati. Secondo il nuovo studio, tutto dipende dal nostro cervello e dal modo in cui si è evoluto il nostro modo di camminare.
A cura di Andrea Centini
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Circa il 90 percento degli esseri umani è destrimano, ovvero predilige la mano destra per svolgere la maggior parte delle attività, come ad esempio scrivere a penna, usare un mouse o le posate per mangiare. A noi sembra una cosa normalissima, eppure per i biologi evoluzionisti è un vero e proprio enigma da secoli. Nemmeno i più avanzati studi di neuroscienze e genetica sono riusciti a dare una spiegazione solida a questo unicum tra i primati. Sebbene nelle grandi scimmie antropomorfe è possibile notare una leggerissima lateralizzazione, a livello di popolazione siamo gli unici primati ad avere una simile, sbilanciatissima preferenza verso una mano. Ora un nuovo studio sembra aver risolto questo mistero evolutivo: alla base vi sarebbe il bipedalismo, ovvero la capacità di camminare eretti su due gambe, e la crescita del nostro cervello. Attraverso un affascinante e approfondita indagine, infatti, è stato infatti dimostrato che se si tengono in considerazione l'espansione dell'encefalo e la lunghezza delle braccia rispetto a quella delle gambe, che rappresenta un parametro standard della locomozione bipede, la nostra specie (Homo sapiens) non rappresenta più un'anomalia tra i primati, un “outlier evolutivo”, come dicono gli antropologi.

A determinare che la lateralizzazione manuale nell'essere umano è strettamente connessa all'espansione del cervello e al modo in cui camminiamo sono stati i tre ricercatori Thomas A. Püschel, Rachel M. Hurwitz e Chris Venditti, rispettivamente dell'Istituto di Scienze Umane della Scuola di Antropologia ed Etnografia Museale presso l'Università di Oxford (i primi due) e della Scuola di Scienze Biologiche dell'Università di Reading. I ricercatori sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato con metodi meta-analitici e filogenetici i dati di oltre 2.000 individui appartenenti a 41 specie di “antropoidi”, tra varie specie del genere Homo, scimmie e altri primati non umani. I ricercatori hanno tenuto in considerazione molteplici fattori: dalla massa corporea all'habitat, passando per locomozione, dieta, uso di strumenti, struttura sociale e molto altro ancora. Nessuno di questi elementi era in grado di spiegare il “bias evolutivo” rappresentato dalla popolazione umana destrimana al 90 percento. Ma come sono stati inseriti la dimensione del cervello e il bipedalismo, Homo sapiens non è più apparso come un'anomalia nell'albero evolutivo dei primati. Questi fattori erano infatti pienamente in grado di spiegare la lateralizzazione manuale che caratterizza la nostra specie.

Per quanto concerne il bipedalismo, i ricercatori hanno determinato che questa modalità trasforma profondamente la biomeccanica degli arti, con gambe che diventano molto più lunghe delle braccia. Ciò libera le mani dal doversi occupare della locomozione e innesca pressioni selettive che favoriscono una specializzazione funzionale. Ad esempio, nei primati terrestri la lateralizzazione è debole, ma è più forte in quelli che si arrampicano sugli alberi come i gibboni. Nella nostra specie si viene a creare una situazione unica in cui le mani libere, associate a un grande cervello, iniziano a essere utilizzate per compiti complessi. L'aumento del volume endocranico è fortemente associato alla lateralizzazione perché è connesso alla specializzazione degli emisferi per funzioni cognitive complesse. In sostanza, il bipedalismo e il cervello grande sono perfettamente coerenti con la preferenza per una delle mani. Lo dimostrano anche i dati "evolutivi".

I ricercatori hanno stimato la lateralizzazione manuale di specie di Homo e altri ominini estinti, osservando che andando indietro nella scala evolutiva essa risultava sempre più ridotta. Nello specifico, sono emersi i seguenti valori: Ardipithecus ramidus: 0.16; Australopithecus afarensis: 0.32; Homo ergaster: 0.50; Homo erectus: 0.54; Homo neanderthalensis: 0.64; Homo sapiens: 0.76. L'unica eccezione è stata l'Homo floresiensis, il cosiddetto hobbit indonesiano, che aveva un cervello piccolo ed era adattato sia a camminare che ad arrampicarsi. “Questo è il primo studio a testare diverse delle principali ipotesi sulla lateralizzazione manuale umana in un unico quadro di riferimento. I nostri risultati suggeriscono che sia probabilmente legata ad alcune delle caratteristiche chiave che ci rendono umani, in particolare la postura eretta e l'evoluzione di cervelli più grandi. Analizzando molte specie di primati, possiamo iniziare a comprendere quali aspetti della lateralizzazione manuale siano antichi e condivisi e quali siano unicamente umani”, ha spiegato il professor Püschel in un comunicato stampa. I dettagli della ricerca “Bipedalism and brain expansion explain human handedness” sono stati pubblicati su PloS Biology.

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