L’Africa si sta spaccando in quattro, non in due: gli indizi trovati nello Zambia. Sorgerà un oceano

A causa del Sistema di Rift dell’Africa Orientale (East African Rift System, EARS), una gigantesca spaccatura di circa 6.400 chilometri che attraversa diversi Paesi come Tanzania, Congo, Kenya e Mozambico, i ricercatori sottolineano da tempo che l'Africa si sta spezzando in due. Hanno trovato diverse prove geologiche e geochimiche in vari punti strategici del complesso sistema di faglie, ad esempio nella regione del Turkana e sotto l'Etiopia. Un nuovo studio ha ora determinato che anche nel cuore del Rift di Kafue, nello Zambia, la crosta terrestre si sta frammentando in modo significativo, un potenziale nuovo rift continentale – una zona in cui due placche tettoniche si separano – che “taglierà” in ulteriori due parti il continente africano. In sostanza, l'Africa si starebbe spaccando in quattro, non in due.
Il Rift di Kafue è una parte del Sistema di Rift dell'Africa sudoccidentale che si estende per 2.500 chilometri (1.553 miglia) tra la Tanzania e la Namibia; la sua completa spaccatura potrebbe congiungersi con la Dorsale Medio-Atlantica dando vita a un nuovo oceano, come del resto si immagina per il Rift dell'Africa orientale. Fra milioni di anni, pertanto, l'Africa potrebbe letteralmente trasformarsi, cambiando profondamente la geografia mondiale. Del resto, la deriva dei continenti e il rift delle placche non è certo un fenomeno nuovo: basti pensare alla Pangea, un supercontinente formatosi sulla Terra tra i 300 e i 350 milioni di anni fa e che iniziò a separarsi 200 milioni di anni, fa tra il Triassico e il Giurassico nel Mesozoico, facendo nascere dopo successive divisioni i vari continenti come li conosciamo oggi.
A determinare che il Rift di Kafue nello Zambia è un nuovo confine tra due placche in separazione è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati britannici dell'Università di Oxford, che hanno collaborato con i colleghi di vari istituti. Fra quelli coinvolti il Dipartimento di Scienze della Terra e Atmosferiche dell'Università di Alberta, il Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Toronto (Canada) e l'Institut de Physique du Globe de Paris (IPGP) dell'Università della Città di Parigi (Francia). Sono stati coinvolti anche studiosi della società Kalahari GeoEnergy di Lusaka (Zambia), alla luce del fatto che questa scoperta può avere anche un rilevante impatto economico grazie alle fonti geotermiche analizzate. I ricercatori, coordinati da Rūta Karolytė e Michael C. Daly dell'ateneo del Regno Unito, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato i rapporti isotopici dei campioni di gas prelevati da alcune sorgenti geotermiche lungo il Rift di Kafue.
Come spiegato dagli autori dello studio, infatti, gli isotopi hanno concentrazioni diverse se provengono dalla crosta o dal mantello sottostante. Se si rilevano in superficie rapporti isotopici legati al mantello, allora significa che la crosta si sta spaccando in due facendo fluire i composti presenti nelle profondità. È esattamente ciò che è stato osservato nello Zambia. Il professor Daly e colleghi hanno prelevato i campioni da otto punti diversi del rift, sei all'interno e due all'esterno. In quelli all'interno hanno rilevato concentrazioni isotopiche compatibili con la composizione del mantello, mentre in quelli esterni la composizione era tipica della crosta. Ciò significa che lungo il Rift di Kafue è in corso una fratturazione della litosfera, che è compatibile con i dati geofisici raccolti in precedenza, hanno scritto gli autori dello studio.
“Le sorgenti termali lungo la Rift Valley di Kafue, nello Zambia, presentano caratteristiche isotopiche dell'elio che indicano una connessione diretta con il mantello terrestre, situato tra i 40 e i 160 km di profondità”, ha affermato in un comunicato stampa il professor Daly. “Questa connessione fluida dimostra che il confine di faglia della Rift Valley di Kafue è attivo e, di conseguenza, lo è anche la Rift Valley dell'Africa sudoccidentale, e potrebbe rappresentare un primo segnale della frammentazione dell'Africa subsahariana”, ha aggiunto l'esperto. Nello specifico, i ricercatori hanno rilevato concentrazioni di 3He/4He = 0.14–0.17 R/Ra, superiori a quelle che si riscontrano nella crosta, e δ13C(CO₂ = –3.9‰), che sono tipiche del mantello. In sostanza, ci sono prove della risalita di fluidi mantellari e quindi della frammentazione della crosta.
Questi risultati suggeriscono che il Rift di Kafue faccia parte di un nuovo confine di placca e che la Nubian Plate si stia separando dalla San Plate. Poiché queste sorgenti sono ricche di idrogeno ed elio, potrebbero essere sfruttate come serbatoi da cui prelevarli; inoltre il calore potrebbe essere utilizzato come fonte di energia geotermica. I dettagli della ricerca “The Southwestern Rift of Africa: isotopic evidence of early-stage continental rifting” sono stati pubblicati su Frontiers in Earth Science.