Tre casi di linfoma non Hodgkin, un mieloma, due tumori intestinali e un tumore al cervello. Tre ricoveri in ospedale per vertigini e perdita di conoscenza. Tutto nel raggio di 100 metri.

Siamo in via Borgovilla, a Cappella Maggiore, uno dei 15 comuni dell’alto Trevigiano che fanno parte dell’area della denominazione Prosecco Docg. A farla da padrone qui è il vitigno Glera, da cui si ottiene l’uva bianca Prosecco. Una zona ricoperta da vigneti, e, da maggio a settembre, avvolta da nuvole di pesticidi. I cittadini sono spaventati e puntano il dito proprio contro l’uso dei fitofarmaci: "I linfomi non sono contagiosi: come possono esserci tanti casi di malattia e di ricoveri in una sola strada? Sono davvero una coincidenza?".

A raccontarci la storia di una via di campagna dove "non si respira più" è la famiglia Garbelotto. La figlia Alessia, 35 anni, due bimbe piccole, sta lottando contro il linfoma non Hodgkin. La stessa malattia che si è portata via un vicino e che ha colpito la signora Rosanna, che vive a pochi metri da Alessia. La madre della ragazza, Viviana, è finita al Pronto Soccorso. Lo stesso è accaduto ad altri due vicini di casa, Antonietta e Andrea. Al marito di Viviana, Renato, è stato invece riscontrato un enfisema polmonare.

"Ci siamo resi conto dei primi problemi circa tre anni fa – spiega Viviana – Da maggio 2013 ho iniziato ad accusare spesso vertigini e nausea, sintomi che mi costringevano immobile a letto per ore. Non ho capito subito di cosa si trattasse, ma dalla primavera di quell’anno, nel vigneto che distava pochi metri da casa, sono iniziati i trattamenti chimici. Un contadino, incaricato dal proprietario della coltura, arrivava bardato in uno scafandro bianco, munito di maschera, su un trattore con vaporizzatore che irrorava una nube di pesticidi. Io stavo ben attenta a chiudere le finestre, ma era difficile stare lontano da quel veleno: la nube si depositava sull’orto, entrava nella piccola piscina dove giocavano i bimbi. Rimaneva nell’aria per ore, forse per giorni. Poi, una nuova irrorazione. Senza preavviso".

Quel vigneto è stato rimosso, improvvisamente, a febbraio 2016. "Dopo varie segnalazioni fatte al sindaco, all’Ulss e alla polizia – spiega Viviana – una commissione composta da un medico del Servizio Prevenzione, Igiene e Sicurezza negli Ambienti di Lavoro (Spisal), da due dottoresse, da due vigili urbani e da un addetto del Comune, è arrivata a casa nostra per un sopralluogo. La visita era stata programmata per il 10 febbraio. Tra il 7 e il 9 il vigneto accanto alla nostra abitazione è stato smantellato".

Se quel campo non c’è più, ettari di vigneti rimangono tra le case di via Borgovilla e nei dintorni. E anche il terreno coltivato a mais, di fronte alla casa della famiglia Garbelotto, sta per essere trasformato in vigneto, coltivazione più redditizia.

Alessia è preoccupata: "Sono già malata, come posso espormi ancora a sostanze chimiche? Ho paura per me, e per le mie bambine".

Dalla campagna alla città

La famiglia Garbelotto è interprete di un sentimento di rabbia e paura diffuso tra gli abitanti dei 15 comuni del Prosecco Docg. I cittadini che fino a una decina di anni fa si spostavano in campagna per "respirare aria pura", ora si barricano in casa da maggio a settembre, per evitare le nubi di pesticidi. Chi può, se ne va. Una controtendenza diffusa, nella Docg.

"Noi stiamo cercando di vendere la casa – raccontano Mirko e Carol, che 10 anni fa hanno comprato un appartamento immerso nella campagna del comune di Follina – Dove c’erano i campi di mais, ora sono stati piantati vigneti e le irrorazioni sono quasi quotidiane. Nostra figlia di due anni si è ammalata di tumore. Non possiamo affermare con certezza che siano stati i pesticidi, ma questa è l’aria che ha respirato per i primi due anni della sua vita. Quando irrorano, nel nostro giardino troviamo una strage di insetti morti: quello che buttano è un veleno che uccide, e di certo a una bambina appena nata non fa bene". Il loro sogno di una casa in campagna si è trasformato in un incubo: ora Mirko e Carol vogliono tornare in città.

I comitati e la marcia

I cittadini esasperati che non possono o non vogliono scappare cercano di resistere. "Gruppo Vallata per i nostri bambini", "Mamme di Revine Lago", "Zero Pesticidi", "Colli Puri", "Liberi di respirare": sono alcuni dei gruppi che si sono formati nella zona del Prosecco Docg per combattere l’abuso dei fitofarmaci e quella che gli ambientalisti definiscono una "monocoltura devastante". I comitati si sono uniti in un unico Coordinamento, "Fare Rete". Lo scorso 28 maggio, a Follina, la Marcia Stop Pesticidi ha visto la partecipazione di oltre tremila cittadini.

Nel braccio di ferro tra ambientalisti e produttori di uva Prosecco, è intervenuta anche la Regione: "I protocolli per il trattamento dei vigneti sono uguali in tutta Italia, in tutta Europa – spiega Luca Zaia, presidente Regione Veneto – Quindi non bisogna farla pagare al Prosecco facendo credere ai cittadini che questa è l’unica realtà dove si utilizzano i fitofarmaci. Bisognerebbe invece dire ai cittadini che è l’unica in cui ci sono autoregolamentazioni".

Dello stesso avviso è Fulvio Brunetta, dirigente Coldiretti: "Si è creato un allarme a sproposito. Questi prodotti sono disponibili sul mercato perché posti in circolazione dal ministero della Salute. Se usati correttamente non costituiscono un pericolo. Quando in agricoltura si rispettano le norme non c’è nulla di cui preoccuparsi".

Ma cosa c’è dentro queste nuvole chimiche tanto temute?

I fitofarmaci utilizzati (e banditi) e la “svolta green”

A darci numeri e nomi di erbicidi, fungicidi e insetticidi è Gilberto Carlotto del WWF Terre del Piave, che con i dati raccolti dai siti ufficiali (Regione Veneto e relative Ulss)  mostra cosa viene irrorato nelle campagne del Prosecco. Gli ultimi dati ufficiali si riferiscono al 2015, anno in cui in Veneto sono stati venduti 16 milioni e 654.964 chilogrammi di fitofarmaci. Nella sola provincia di Treviso le vendite di prodotti fitosanitari ammontano a 3 milioni 692.439 Kg.

"Le sostanze più utilizzate in provincia – spiega Carlotto – sono quelle a base di zolfo. Subito dopo ci sono Glifosate, Folpet, Mancozeb e Metiram".

Stando alle indicazioni di pericolo secondo il Regolamento CE, il Glifosate ha codici H318 (cioè provoca gravi lesioni oculari) e H411 (tossico per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata). Le molecole Folpet e Mancozeb hanno invece rispettivamente frasi di pericolo H351 (sospettato di provocare il cancro) e H361D (sospettato di nuocere al feto). Più utilizzato del Glifosate, nella zona del Docg, è il Metiram, sostanza decodificata con un codice H373 (può provocare danni agli organi in caso di esposizione prolungata e ripetuta).

Di Metiram, ai piani alti, non si parla. Ma Glifosate, Mancozeb e Folpet sono stati protagonisti della cosiddetta "svolta green" dei due consorzi del Prosecco.

Mentre infatti i cittadini insorgono, i presidenti Docg e Doc si difendono, spiegando che da tempo sono stati attuati quei cambiamenti che renderanno la zona del Prosecco sempre più sostenibile.

"Noi con il nostro protocollo viticolo – spiega Innocente Nardi, presidente Consorzio Prosecco Docg (7500 ettari di vigneti) – abbiamo sconsigliato ai viticoltori più di 16 molecole chimiche che sono invece autorizzate dal Ministero della salute".

Ma come spiega Carlotto, per l’area Docg "Si tratta solo di una raccomandazione: non succede nulla se un viticoltore utilizza le sostanze bandite. La decisione poi è su base volontaria e riguarda solo gli iscritti al Consorzio Prosecco Docg". Tradotto: ai produttori che ne faranno uso non verrà comunque tolto il marchio.

Invece il consorzio Doc, che si estende per 9 province tra Veneto e Friuli (23.250 ettari di vigneti) ha deciso la scorsa primavera di bandire le tre sostanze, Glifosate  Mancozeb e Folpet, "Non perché siano cancerogene, non entriamo nel merito" – riferisce Stefano Zanette, presidente del consorzio Doc – "Ma con questo disciplinare vogliamo andare incontro alle preoccupazioni dei cittadini. Il consorzio, su votazione, ha fatto una scelta: ora la palla passa alle Regioni, in questo caso Veneto e Friuli, e poi allo Stato, che dovrà ratificarlo. Poi, queste tre sostanze saranno vietate nell’area Doc". Ma non è stato possibile attuare il cambiamento per la vendemmia appena conclusa, il passaggio formale non è ancora avvenuto.

La candidatura Unesco.

E’ proprio per l’abuso di fitofarmaci, oltre che per lo stravolgimento di un territorio che sta diventando sempre più una monocoltura, che gli ambientalisti della zona dicono "no" alla candidatura a patrimonio dell’Unesco dei colli del Prosecco. La zona Docg, quella dell’Altamarca trevigiana, da gennaio 2017 è in lizza per il riconoscimento (il processo era partito nel 2008 e la candidatura ufficiale è stata presentata lo scorso 20 maggio) ma le associazioni ambientaliste non ci stanno. I circoli locali di Legambiente, a inizio ottobre, hanno consegnato all’Icomos, organismo incaricato di valutare la candidatura, un dossier dove vengono spiegate le motivazioni per cui la zona non dovrebbe ottenere il titolo. "I vigneti di glera vengono piantati dove storicamente non ci sono mai stati – riferisce Legambiente – anche in aree paludose o esposte a Nord, non vocate per clima e composizione del terreno: questo implica un utilizzo ancora maggiore di fitofarmaci". Per gli ambientalisti, dunque, non è un riconoscimento Unesco quello che dovrebbero ottenere in questo momento i colli Docg, ma una tutela.

L’erbicida più utilizzato, in zona, è il Glifosate. Solo nella provincia di Treviso, nel 2015, ne sono stati venduti 264mila chili.

Il Glifosato

Il Glifosato o Glifosate è un erbicida utilizzato in agricoltura a partire dagli anni Settanta. Sulla pericolosità di questa sostanza è in corso un dibattito scientifico: a marzo 2015, in una sua monografia l’International Agency for Reserch on Cancer (IARC) ha classificato il Glifosate come potenzialmente cancerogeno per l’uomo. A novembre dello stesso anno uno studio dell’European Food Safety Authority (EFSA) ha sostenuto, al contrario, che è improbabile che possa essere tossico per l’uomo. Anche l'Agenzia chimica europea (ECHA), il 15 marzo 2017 ha definito la sostanza "sicura".

Per Annibale Biggeri, epidemiologo dell’Università di Firenze, si tratterebbe del "tentativo di una grande industria, (la Monsanto, azienda statunitense produttrice del diserbante, ndr) di distorcere il processo di acquisizione delle conoscenze scientifiche". Il professor Biggeri non ha dubbi: "Stiamo assistendo a un attacco inaccettabile e senza precedenti nei confronti dello Iarc, eccellenza dell’Oms per la valutazione di cancerogenicità. C’è un’attività dolosa dell’industria volta a screditare l’agenzia". Il medico si riferisce a un'inchiesta pubblicata lo scorso 2 giugno su Le Monde, dal titolo "Monsanto papers", proprio sulla multinazionale che dagli anni Settanta ha fatto dell'erbicida il fulcro della sua fortuna: il glifosate è la sostanza alla base del Roundup, il prodotto più venduto. L'azienda, dopo lo studio pubblicato dallo Iarc, ha reagito con un comunicato, parlando di "junk science" (scienza spazzatura). E ha intimato agli scienziati dell'Istituto di consegnare il materiale raccolto sul glifosate. Le pressioni esercitate dalla multinazionale sui dipendenti dell'Istituto dell'Oms sono state riportate da Le Monde.

In Europa la Commissione europea ha consentito l'uso del glifosate dal 2002. A giugno 2016 Bruxelles ha prorogato l'autorizzazione dell'uso dell'erbicida fino al 31 dicembre 2017. Ora la discussione riprenderà il prossimo 25 ottobre, quando si deciderà se rinnovare ancora la licenza, per altri 10 anni. L'Italia, come la Francia, tramite il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha già fatto sapere che voterà no al glifosate in sede europea.

La Monsanto ha rifiutato l'invito a presentarsi alle Commissioni Ambiente e Agricoltura per un'audizione sul glifosate lo scorso 11 ottobre. La Conferenza dei presidenti dei gruppi politici dell'Europarlamento ha risposto proibendo l'accesso al Parlamento europeo per i dipendenti della Monsanto. Il presidente dei Verdi Philippe Lamberts ha parlato di "disprezzo delle istituzioni".

Il principio di precauzione e gli effetti dei fitofarmaci sulla salute

"Sono in corso numerosi studi sulla cancerogenicità di queste sostanze, ma in attesa che la ricerca vada avanti, andrebbero eliminate". L’affermazione è del dottor Giacomo Toffol, pediatra, medico dell’Isde (Associazione medici per l’ambiente). Se dovessimo scoprire che una sostanza è cancerogena insomma, non esiste una soglia di sicurezza, una dose che possiamo considerare tollerabile per il corpo umano. Per questo non possiamo permetterci ulteriori ritardi nella messa in atto di misure di protezione.

Secondo uno studio iniziato nel 2012 e condotto dall’ex Ulss7, cioè nel territorio del Prosecco Docg, in provincia di Treviso, anche chi vive lontano dai luoghi di irrorazione viene a contatto con i pesticidi. Ma per chi abita nelle zone rurali il rischio aumenta. Proprio per dimostrare la più alta concentrazione di fitofarmaci nell’organismo di chi vive tra i vigneti è stato fatto un campionamento su 500 soggetti: analizzando le urine di bambini e adulti residenti in 8 comuni nella zona è emerso che esiste una correlazione significativa tra i valori di pesticidi nell’organismo e la distanza dell’abitazione dai vigneti.

Ma tra quanti anni potremo capire se l’utilizzo di questi fitofarmaci nella zona del Prosecco ha avuto degli effetti sulla salute?

Per il dottor Toffol "I pesticidi sono pericolosi in primo luogo per le madri incinte, perché possono danneggiare la tiroide, organo importante in gravidanza per il corretto sviluppo del cervello del bambino". Ma se il ruolo di interferenti endocrini, cioè di sostanze che interagiscono con il sistema ormonale, è una frontiera ancora da esplorare, la ricerca scientifica ha invece messo in relazione i pesticidi con alcuni tipi di tumore. A esempio secondo Annibale Biggeri "Sebbene la diffusione del tumore alla tiroide sia di difficile interpretazione, perché risentiamo ancora dell’effetto Chernobyl e delle conseguenze della radioattività, la letteratura associa invece con certezza all’esposizione a pesticidi l’incidenza, (il numero di nuovi casi in un determinato periodo di tempo, ndr) del linfoma non Hodgkin".

Se si consultano nell’archivio dell’AIRTUM (L’Associazione italiana dei registri tumori, che raccoglie i dati di tutti i registri italiani), i numeri relativi a questo tipo di neoplasia, aggiornati al 2006, è evidente che la variazione annuale di incidenza è positiva per il Veneto: questo significa che un aumento di questa patologia c’è stato almeno nel 50% del territorio, che corrisponde alla porzione coperta dal registro. "Per quanto riguarda il tumore alla tiroide i dati dimostrano poi una crescita clamorosa – spiega Biggeri – Tra il 2002 e il 2006 abbiamo addirittura un aumento del 6,9% per gli uomini e del 7,5% per le donne. Questo non ci rassicura".

Tuttavia per alcuni tumori del sistema linfoemopoietico (come leucemie e linfomi) il periodo di latenza è di 5 anni. Altri tumori hanno un tempo di latenza anche di 20 anni. Quindi non possiamo stabilire con certezza se ci sia stato un ulteriore aumento di queste patologie negli ultimi anni. Soprattutto se i dati disponibili risalgono, nel migliore dei casi, al 2010. Ed è proprio qui che si apre la controversa vicenda del Registro Tumori Veneto, (Rtv).

Il Registro tumori del Veneto e l’incertezza statistica

Ad uno primo sguardo, le statistiche dei tumori relative all’ex Ulss 7 Pieve di Soligo, cuore della zona Docg, non sembrano mettere in evidenza eventuali danni associati all’esposizione a pesticidi. Ma i dati potrebbero essere fuorvianti. Il RTV fino al 2007 copriva circa metà del Veneto, il cosiddetto registro storico (dal 1986), cioè 2 milioni e 400mila abitanti. Successivamente sono stati fatti degli allargamenti, aggiungendo il monitoraggio di altri centri, tra cui la zona di Pieve di Soligo, i cui i dati si riferiscono però solo al biennio 2008-2009. Quando si chiude un anno di incidenza i dati vengono di solito spediti all’AIRTUM. Ma dato che la popolazione dell’ex Ulss 7 di Pieve di Soligo è di 216.000 abitanti, secondo le procedure richieste dall’AIRTUM, il monitoraggio dovrebbe essere condotto per un minimo di 5 anni. Ma di Pieve di Soligo si conoscono solo i dati di quel biennio. Numeri troppo piccoli per essere ritenuti scientificamente validi.

di Stefania De Bastiani Annalisa Cangemi