6 Ottobre 2012
17:21

Yoani Sanchez e Bradley Manning: i due pesi e le due misure dell’Intellighenzia Liberal

L’Italia (e l’occidente tutto) pullula di J’accusisti d’assalto, donne e uomini pronti a impugnare la penna in difesa della libertà di pensiero, di espressione, di dissidenza. Eppure applicano un curioso criterio di selezione…
A cura di Anna Coluccino

Il Fatto

Il 5 ottobre 2012, Yoani Sánchez – blogger e dissidente cubana, collaboratrice per l'Internazionale. più volte candidata al Nobel per la Pace – viene arrestata a Cuba e detenuta per trenta ore Bayamo. Sánchez aveva appuntamento nel luogo di cattura con altri attivisti, lo scopo era mettere un atto "una provocazione e uno show mediatico" in segno di protesta contro il processo ad Angel Carromero, esponente politico spagnolo accusato della morte dell’oppositore cubano Paya.  Per l'intera giornata, politici, intellettuali e giornalisti (anche italiani) hanno lungamente protestato a mezzo penna il proprio motivato sdegno.

Un Commento

Ferma restando l'ovvia e aperta condanna alla politica cubana di repressione del libero pensiero e della libertà d'espressione, e ribadendo l'insensatezza dell'anacronistico (e fallimentare) principio secondo cui le idee pericolose per l'uguaglianza degli esseri umani vadano necessariamente soppresse, assassinate, represse, vietate perché solo così l'uguaglianza tra gli uomini può continuare a esistere nonostante gli esseri umani, c'è qualcosa che non torna nel modo in cui il mondo politico e intellettuale (italiano ma non solo) si rapporta da sempre a Cuba. Si ha come l'impressione che chiunque si pronunci nei riguardi di Cuba sia come guidato da una fede dogmatica fatta di rigidi paraocchi e occludenti tappi uditivi: la fede nel liberismo made in USA. Ovvero, quel genere di fede che consente al credente di focalizzare gli eventi liberticidi solo ed esclusivamente quando essi avvengono all'interno di paesi che si professano (praticamente o anche solo nominalmente) socialisti, e di non riuscire neppure a individuare eventi liberticidi – spesso anche più gravi – se avvengono nelle Sacre Patrie del liberalismo (USA, Israele e compagnia cantando).

Nella giornata di ieri, ad esempio, molti politici ed intellettuali di potere hanno deciso di non dedicare neppure una parola (un tweet, un post) all'insensato pestaggio cui sono stati sottoposti gli studenti di molti istituti italiani scesi in piazza contro l'austerity, così come nessuno di loro si è mai pronunciato sulle condizioni di detenzione di prigionieri palestinesi che – spesso – hanno tra i 13 e i 18 anni e vengono detenuti per mesi, anni senza che nessun'accusa venga mossa, senza nessuna prova a loro carico, senza nessuna possibile giustificazione. Ma questo non basta affinché il gotha del giornalismo italiano si scandalizzi, affinché il milieu intellettuale impugni la penna e ingaggi un accorato duello retorico contro l'ingiustizia, la vessazione, la soppressione dei diritti umani, l'attentato alla dignità e alla libertà personale; perché questa gente si indigni occorre che gli eventi liberticidi si concentrino in una precisa porzione di mondo: il mondo rosso (o presunto tale). Perché quel che accade nel mondo liberal – per quanto anti-liberatario – viene considerato "necessario al mantenimento dello status quo". In sostanza, si applica lo stesso, identico principio che vige nei paesi socialisti che vengono accusati di deriva dittatoriale: la libertà può (e deve) essere repressa se mette in pericolo i fondamenti del modello socio-politico vigente. (Anche se, nella grande maggioranza dei casi, la difesa dello status quo non riguarda la difesa di principi ideologici considerati irrinunciabili, ma posizioni di potere, di supremazia politico-economica).

Alcune prove: 

Yoani Sánchez, arrestata per trenta ore dal governo cumano: il mondo intellettuale e politico si indigna e twitta incessantemente per la sua liberazione.
Pussy Riot ,condannate a due anni: si monta un caso internazionale. Star system e politica gridano allo scandalo.
Dissidenti cinesi, detenuti senza accuse o falsamente accusati: scatta la difesa dell'occidente liberale, alcuni nomi vengono assunti a simbolo dal "mondo libero", il dissidente Liu Xiaobo viene insignito del Nobel.

Di contro:

Bradley Manning, nelle carceri USA da un anno e mezzo, torturato, vessato: le proteste della politica liberal e dell'establishment intellettuale non sono pervenute.
Mahmaud Sarsak, tre anni in un carcere israeliano senza aver commesso alcun reato: gli strenui difensori della libertà hanno taciuto, non hanno twittato, non si sono indignati.

Un paio di esempi d'umana contraddizione:

Antonio Di Pietro tweeta su Sánchez: "L’arresto di Yoani Sanchez e del marito è un attacco a libertà informazione.La paura di voci critiche non cancelli i diritti". Si tratta dello stesso uomo politico che disse "NO" alla commissione sui fatti del G8 di Genova.

Roberto Saviano tweeta su Sánchez arrestata per 30 ore: "Yoani Sanchez è stata arrestata. Voleva seguire il processo sulla morte di Payà. Il regime ha avuto ancora paura di lei. Libertà per Yoani". Non una parola – mai! – sulle centinaia di prigionieri palestinesi detenuti per anni e anni senza accuse, senza prove, senza processo.

E si potrebbe andare avanti a lungo con l'elenco delle esemplificazione dei due pesi e due misure che i j'accusisti d'assalto sono soliti utilizzare quando parlano di "libertà". Sembra, insomma, che tutto dipenda non tanto dai principi in sé o dalla sostanza dei valori libertari, ma dalla squadra per cui si gioca. A seconda della compagine al potere ci si arroga il diritto di definire i limiti dei principi, disegnarne i contorni e infine decretare quali siano gli eventi che li mettono in pericolo e quali gli eventi che li proteggono. Alcuni avvenimenti (quelli che riguardano gli altri, quelli che accadono altrove) saranno considerati come degli insopportabili "attentati alla libertà", altri (quelli che avvengono in casa propria) verranno ignorati e tollerati perché portatori dell'innocente etichetta della "difesa della sicurezza nazionale".

Quel che si difende, in realtà, è un dogma ideologico. L'idea – che si rivela spesso anche nelle relazioni uno-a-uno – è che se è la mia squadra a contravvenire un principio universalmente riconosciuto come corretto, allora ha le sue buone ragioni, se invece è una squadra avversaria a lederlo, allora via libera all'indignazione! Che si sprechino pagine e pagine d'inchiostro in difesa dei diritti dell'uomo, della tolleranza, della solidarietà, della libertà, che si dia sfogo alla pulsione di dar voce al vero e al bello e al giusto! E i più incarogniti e brutali nella battaglia di penna, spesso, risultano essere proprio quelli che – per fede ideologica – non hanno molto spesso l'occasione di accusare, perché troppo impegnati a difendere l'indifendibile (due parole: Caso Sallusti).

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