video suggerito
video suggerito

Trump e l’attentato, Diletti: “Segno di un’America pronta a esplodere. Alle elezioni di midterm i suoi potrebbero scaricarlo”

A due giorni dall’attentato alla Casa Bianca, e impantanato nella guerra in Iran, Donald Trump vede il suo consenso ai minimi termini. Il presidente USA potrebbe perdere le prossime elezioni di midterm a novembre. E in quel caso, secondo il professor Mattia Diletti, il suo stesso partito potrebbe decidere di “scaricarlo”.
Intervista a Mattia Diletti
Docente della Sapienza Università di Roma ed esperto di politica americana.
A cura di Davide Falcioni
0 CONDIVISIONI
Immagine

Mancano ancora sette mesi, ma le prossime elezioni di metà mandato degli Stati Uniti si preannunciano già come un test decisivo per la seconda amministrazione Trump. Nonostante una base elettorale come quella MAGA che rasenta il culto della personalità, il Presidente si trova a gestire una tempesta perfetta: arenato in una guerra, quella in Iran, che non "appassiona" gli americani e con indicatori economici che, sebbene positivi per i grandi gruppi finanziari, deludono la classe media.

Il gradimento di Trump è dunque ai minimi storici. In questo scenario, le midterm di novembre non saranno solo una conta dei seggi, ma un vero e proprio bivio esistenziale per il trumpismo. Se il Partito Repubblicano dovesse uscire pesantemente sconfitto, la tenuta del Presidente potrebbe vacillare non solo sotto i colpi dell'opposizione, ma per una crisi di rigetto interna: persino il suo partito potrebbe decidere di scaricarlo prima del termine naturale del mandato. A due giorni dall'attentato alla Casa Bianca, abbiamo analizzato queste dinamiche con Mattia Diletti, docente alla Sapienza ed esperto di politica americana, per capire se questi mesi segneranno l'inizio della fine dell'era Trump.

Professor Diletti, partiamo dal fronte internazionale. In vista delle elezioni di metà mandato, quanto peserà il fattore guerra sul consenso di Donald Trump?

L'impatto della guerra in Iran sulle elezioni sarà senza dubbio negativo, e non è una mia supposizione, ma lo dicono chiaramente i numeri. Disponiamo di sondaggi che misurano l’atteggiamento degli americani rispetto ai conflitti da decenni, e raramente abbiamo assistito a un'adesione così bassa, inferiore al 50%.

Tuttavia, bisogna fare una distinzione: rimane una base di consenso "MAGA" granitica, che al momento non sembra essere stata scalfita. Nonostante il disagio espresso da alcuni influencer e opinion maker di peso nell'universo conservatore – penso ad esempio a Tucker Carlson – la base elettorale di Trump continua a considerarlo come un vero e proprio culto. Ma attenzione: a meno che non intervengano sviluppi clamorosi nel conflitto, tali da permettere a Trump di vendere una "vittoria strabiliante" – cosa che onestamente non vedo all'orizzonte – il bilancio politico resterà in rosso. La società americana manifesta una stanchezza profonda verso questo tipo di avventure militari. Gran parte dell'elettorato lo aveva votato proprio per il presupposto opposto: disimpegnarsi dai conflitti esteri. Oggi c'è una domanda diffusa e trasversale che chiede di occuparsi dei problemi interni, e la domanda è "perché siamo lì?"

Parlando di problemi interni, l'economia è sempre il motore del voto americano. Mentre in Europa sentiamo duramente gli effetti del conflitto in Medio Oriente, qual è la percezione reale negli Stati Uniti?

Il contraccolpo negli Stati Uniti è meno violento rispetto a quello che subiscono i paesi in via di sviluppo o gli stessi alleati europei, ma è comunque presente e visibile. C’è stato un aumento immediato dei prezzi del carburante, che in America è un indicatore simbolico e psicologico fondamentale. Per un americano, il prezzo alla pompa è il termometro della salute del Paese: se sale, la fiducia crolla.

I dati sulla fiducia dei consumatori sono impietosi: oggi sono più bassi rispetto ai periodi più bui del Covid o della crisi finanziaria del 2007-2008. Il consumatore medio vede il futuro con angoscia. È importante sottolineare che questa paura delle classi medie e medio-basse di arretrare socialmente esisteva già prima della guerra; il conflitto ha solo esasperato una tendenza preesistente. E qui c'è un paradosso: se guardiamo i dati macroeconomici, gli Stati Uniti avrebbero ragioni per sorridere. La vendita di materie prime sta correndo e la bolla dell'intelligenza artificiale sta gonfiando il PIL, mantenendo alti i numeri della crescita. Ma questa ricchezza non "gocciola"  verso il basso. Non c'è alcun riflesso positivo nella percezione dell'americano medio, che continua a sentirsi più povero e più insicuro.

L'attentato dell'altra sera alla la cena dell'Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca ha sconvolto l'opinione pubblica. Secondo lei si è trattato del gesto isolato di un folle o dobbiamo leggerlo come un sintomo della malattia profonda che affligge l'America?

Entrambe le cose. È un gesto isolato nella sua esecuzione, ma è indiscutibilmente un termometro della situazione degli Stati Uniti. Quando vivi in un contesto di perenne conflitto verbale e polarizzazione estrema, dove la violenza del linguaggio è la cifra stilistica della politica, certi esiti diventano quasi statistici. Con un "Polarizzatore in Capo" alla Casa Bianca come Trump, il surriscaldamento dell'aria è inevitabile.

Dobbiamo osservare due trend in crescita. Da un lato abbiamo la violenza politica organizzata, con gruppi come i Proud Boys a destra. Dall'altro, stiamo assistendo a un fenomeno speculare: gruppi di autodifesa legati alle comunità afroamericane e LGBTQ+ che, dopo le elezioni del 2024, sono tornati a organizzarsi in modo paramilitare. Esistono reportage inquietanti di comunità trans e gay che, proprio come i nazionalisti bianchi, si addestrano all'uso delle armi e alla difesa di gruppo nei boschi. È uno scenario che fino a pochi anni fa sarebbe stato inimmaginabile. In una società che sembra costantemente sull'orlo di una crisi di nervi, la "scheggia impazzita" che si radicalizza online è solo l'ultimo anello di una catena di tensione che coinvolge tutti.

Trump ha reagito immediatamente all'attentato, cercando di volgerlo a proprio favore. Come sta utilizzando politicamente questo evento?

Trump possiede una capacità di improvvisazione politica fuori dal comune: accade un evento tragico e lui, istantaneamente, calcola come trarne vantaggio. In questo caso sta premendo su due fronti. Il primo è quasi surreale: ha iniziato a polemizzare sulla "sala da ballo" della Casa Bianca, sostenendo che l'attentato non sarebbe avvenuto se avesse potuto organizzare i suoi eventi dove voleva lui, lamentando le restrizioni dei giudici. È un modo per dire: "Vogliono fermarmi in tribunale e così mi espongono al pericolo".

Il secondo fronte è più istituzionale e riguarda lo shutdown parziale delle spese per la sicurezza. I democratici stanno bloccando l'aumento dei fondi perché chiedono il definanziamento dell'ICE (l'agenzia per l'immigrazione), e Trump sta cavalcando questa situazione dicendo che, per colpa dell'opposizione, i servizi segreti non avranno più fondi per operare.

Gira una tesi tra alcuni analisti: Trump potrebbe non arrivare alla fine del mandato, non per cause esterne, ma perché "scaricato" dai suoi stessi alleati. È fantapolitica o c'è del realismo?

Non è affatto irrealistico, perché ci troviamo in una fase politica completamente fuori dai binari. Se alle elezioni di metà mandato il Partito Repubblicano dovesse subire una sconfitta pesante – esito molto probabile – il partito si troverebbe davanti a un bivio. Trump non ha mai dimostrato di saper accettare una sconfitta, e gestire due anni con un Presidente isolato e in rotta di collisione con tutto sarebbe un suicidio per i repubblicani.

La rimozione di Trump, in forme che oggi non possiamo ancora prevedere, potrebbe diventare l'unica opzione di sopravvivenza per la destra americana. Due anni con la nave che affonda, infatti, sarebbero un'eternità. C'è poi un fattore economico decisivo: Trump è stato finora il garante di un patto con le grandi banche d'investimento e i giganti del Big Tech. Questi attori si sono schierati con lui attratti dalle politiche di spesa militare e di sorveglianza, mettendo a disposizione capitali e tecnologie. Ma se questa figura diventa incapace di gestire gli equilibri e mette a rischio la stabilità del sistema, quegli stessi poteri non esiteranno a cercare un'alternativa. Se Trump perde il controllo della barra, il problema della sua successione o rimozione si porrà concretamente il giorno dopo il voto di metà mandato.

Questo legame tra Stato, apparato militare e Big Tech sembra essere il cuore della sua analisi. Perché è così centrale in questa fase?

Perché stiamo vivendo una trasformazione profonda del capitalismo americano, che sta diventando un capitalismo a trazione digitale e militare. La compenetrazione tra Stato e Big Tech è fondamentale per i nuovi sistemi di sorveglianza e per gli investimenti bellici. Trump ha chiesto un aumento di quasi il 50% delle spese militari nel bilancio di quest'anno, e una fetta enorme di questi soldi è destinata proprio all'integrazione tra intelligenza artificiale e apparati bellici.

Parliamo di interessi strategici di una portata tale che non possono essere lasciati nelle mani di un leader instabile o incapace di gestire i processi.

In questo scenario, che ruolo giocano i Democratici? Sono pronti a offrire un'alternativa credibile?

Al momento i Democratici hanno un gioco facile. Grazie all'ondata di anti-trumpismo vinceranno quasi certamente le elezioni di metà mandato. Questo aprirà una fase di durissima opposizione istituzionale: non faranno passare una singola proposta del Presidente, avvieranno commissioni d'inchiesta a tappeto e cercheranno di colpire legalmente i membri dell'amministrazione. C’è una parte rilevante dell'entourage di Trump che rischia letteralmente la galera per le azioni compiute in questi due anni, e i Democratici eserciteranno la massima pressione possibile.

Tuttavia, il loro vero problema inizierà dopo. Una cosa è fare opposizione, un'altra è mettersi d'accordo su un'agenda politica che li renda credibili per il 2028. Anche in casa democratica si profila una sorta di "guerra civile" interna per definire l'identità del partito e il nome del prossimo candidato.

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views