Si chiama Stromae, è un ragazzo di 29 anni, è un meticcio della vita e della musica. Madre belga, padre rwandese.

Emigrato, emigrante. Orfano e creativo. Suo padre viene ucciso nel genocidio rwandese e sua madre lo cresce alla periferia di Bruxelles. Quella periferia avvolta dal grigio quasi tutto l'anno, così triste, così spersonalizzante che pare impossibile possa generare della creatività nelle persone che ci vivono. Una periferia piatta schiacciata tra la pioggia battente, i capannoni industriali e il sogno di quel centro città lontano fatto di affaristi, politici e lobbisti.

Stromae parla alla (e della) sua generazione come nessun altro. E lo fa perché conosce il dolore della periferia, della vita senza un soldo. Lui che è cresciuto al suono dell’hip hop e delle melodie africane non ha bisogno di “meticciarsi”, perché lui è meticcio, lo è la sua musica. Un meticcio che vive in una città dove si incontrano migliaia di meticci come lui provenienti da mezzo mondo. Storie d'emigrazione, di povertà. Storie di Belgio, di colonie ma anche storie d'Italia.

Dentro di sé racchiude le periferie del nord Europa e l’Africa. I precari dei fast food (nei quali ha lavorato per finanziarsi gli studi) e i sogni dei creativi. Sa cos’è il razzismo ma aveva 300 mila visualizzazioni su MySpace quando i social network non erano ancora "i social network".

Frequenta una scuola cattolica ma i suoi amici sono dei rapper, studia cinema ma poi si specializza come ingegnere del suono perché sa che sul web non esiste musica senza immagini (e viceversa). Studia mainstream ma si autoproduce. Ama la musica ma sa usare internet per farsi conoscere perché Stromae è una "YouTube star" prima che YouTube creasse delle star. Perché Stromae anticipa i tempi, non li cavalca. Stromae è i Daft Punk che incontrano Akenaton; Brel che va a letto con Bizet e l'odio antiborghese che si unisce all'amore di Miriam Makeba.

Non è un politico, non deve dire che "il capitalismo è una merda" gli basta scriverlo in un verso: “chi dice soldi, dice consumo”. Abbandona presto le logiche ACAB dell’hip hip francese ma deride i “figli di papà” che nelle discoteche ballano strafatti la sua “Alors on danse” senza capirne il significato.

Sa che la sua visione del mondo non si fa con i proclami ma attraverso la creatività e allora si traveste da donna per cantare i diritti degli omosessuali mentre balla come gli zombie in Thriller e racconta dell’amore ai tempi di twitter citando la Carmen.

Stromae ti accende con i ritmi di Papaoutai il cui ritornello, in fondo, è un preghiera: la preghiera di avere un padre. Un padre per sé e per la sua generazione che non ha più riferimenti.

Perché Stromae è questo: un meticcio senza padre. Un meticcio che deve inventarsi il futuro. E allora canta il mondo che vorrebbe in cui i soldi non fanno la felicità, in cui le coppie gay hanno gli stessi diritti di quelle etero e in cui l’amore è qualcosa di più che un incontro su Facebook.

Stromae racconta il mondo che vorrebbe. Stromae cerca un padre che non menta ai propri figli giurandogli che vive nel migliore dei mondi possibili, né vuole una madre che idealizzi il proprio figlio ma solo un genitore che confessi: “sì, questo mondo fa schifo ma ora sta a te sognarne uno migliore”.