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Opinioni

Quali sono gli interessi di Mosca e Pechino e perché l’alleanza tra Russia e Cina è inevitabile

L’ordine mondiale che si è instaurato nel Novecento sta stretto sia alla Russia sia alla Cina. La loro alleanza (e se alleanza pare troppo, chiamiamola pure collaborazione) è dunque inevitabile. Con una differenza.
A cura di Fulvio Scaglione
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Nel 2013, quando divenne presidente della Cina per la prima volta, Xi Jinping scelse la Russia quale meta della sua prima missione all’estero. Dieci anni dopo, in questi giorni, ha di nuovo scelto la Russia per la prima visita internazionale dopo essere stato rieletto per la terza volta.

In questi dieci anni, Vladimir Putin e Xi Jinping si sono incontrati una quarantina di volte. E ieri, nella cornice imperiale di saloni, stucchi e guardie d’onore che Putin gli ha preparato al Cremlino, Xi ha invitato Putin a tornare in Cina tra breve.

È vero ciò che scrivono molti dalle nostre parti, e cioè che Cina e Russia hanno alle spalle una storia di contese e contrasti fin dai tempi degli zar, che nel 1969 sono addirittura arrivate a scontrarsi militarmente lungo il confine sul fiume Ussuri, che nel 1972 la “diplomazia del ping pong” portò la Cina di Mao a riavvicinarsi agli Usa di Nixon per timore dell’Urss.

Ma evidentemente molte cose oggi sono diverse. D’altra parte, perché solo il rapporto tra Cina e Russia dovrebbe restare immobile in un mondo che cambia a gran velocità?

Mai come ora, infatti, gli interessi strategici di Mosca e Pechino paiono convergenti, anche a dispetto del diverso peso specifico. Per fare un solo esempio: il Prodotto interno lordo 2021 della Cina è di circa 18 mila miliardi di dollari, quello della Russia dieci volte meno. Eppure l’una ha bisogno dell’altra.

Da quando Xi Jinping è arrivato al vertice, la politica cinese ha smesso di sorridere e ha fatto chiaramente capire di aspirare a un ruolo di primo piano nell’agone internazionale. Se pure l’Occidente si è chiuso a riccio di fronte a progetti come la Nuova Via della Seta, che aveva appunto lo scopo di riportare la Cina (l’Impero di mezzo) al centro degli scambi globali, Xi e i suoi non hanno smesso di perseguire una politica di espansione dell’influenza globale cinese.

I fatti delle ultime settimane lo dimostrano. Prima Pechino ha presentato un “piano di pace” per lo scontro tra Russia e Ucraina che ha mille lacune ma che, in ogni caso, resta l’unico piano di pace sul tavolo. E che proprio per questo viene stroncato da coloro (dal presidente Biden all’alto rappresentante europeo Borrell) che vedono nella sconfitta sul campo della Russia, che a sua volta presuppone la guerra a oltranza, la condizione per qualunque negoziato.

Poi ha mediato la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Iran, per lunghi anni nemici mortali, aprendo le porte a una possibile risistemazione del Medio Oriente che difficilmente potrà piacere agli Usa. Non a caso l’Arabia Saudita ha annunciato ieri di voler riprendere i rapporti anche con la Siria, altro nemico fino all’altro ieri.

Xi Jinping, però, sa benissimo che le sue ambizioni si scontrano con la realtà della declinante ma tuttora fortissima influenza globale degli Usa. E che la sua Cina non è ancora in grado di competere con la potenza americana. Anche qui un solo esempio: il budget per la difesa Usa è di 847 miliardi di dollari, quello cinese di 209.

E se si guarda intorno, Xi non può certo farsi sfuggire che c’è un altro leader con il suo stesso problema: Vladimir Putin, appunto. Dopo aver a lungo corteggiato l’Europa proponendole un patto tra estrattori (la Russia delle materie prime) e trasformatori (gli europei, appunto), Putin ha capito che il sogno non si sarebbe mai avverato per l’ostilità degli Usa, tra l’altro assai più attraenti, forti e capaci di stringere alleanze.

Già nel 2007, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera, Putin aveva avvertito che la Russia non avrebbe mai accettato un mondo unipolare dominato dagli Usa. Così, il 24 febbraio scorso, ha deciso di andare alla radice del problema, dichiarando guerra all’influenza Usa per interposta Ucraina.

Modi diversi, quindi, ma scopi uguali. L’ordine mondiale che si è instaurato nel Novecento, non a caso detto “il secolo americano”, sta stretto sia alla Russia sia alla Cina. La loro alleanza (e se alleanza pare troppo, chiamiamola pure collaborazione) è dunque inevitabile. Con una differenza.

Per Putin, si tratta soprattutto di una questione tattica: la Cina offre gli sbocchi che il confronto armato con l’Occidente ha ormai chiuso. Non a caso ieri, al Cremlino, lo Zar ha molto insistito sugli scambi economici, rimarcando il fatto che nel 2022 hanno battuto ogni record raggiungendo il valore di 85 miliardi di dollari con la prospettiva di sfondare il muro dei 200 entro il 2023.

La Russia non può aspirare al primato globale, si accontenta di far continente a sé, rivendicando magari le “terre storiche” (o presunte tali) della Crimea o del Donbass. E quando interviene fuori dai confini, come in Siria, in Libia o nei Paesi dell’Africa Centrale, lo fa soprattutto per scombinare i piani altrui, di Usa, Francia o Gran Bretagna.

L’interesse della Cina per la Russia è invece strategico, perché Pechino aspira a stare almeno su un piede di parità con gli Usa. Mosca è la prima linea del confronto con l’Occidente, è il combattente che tiene impegnate le forze nemiche, la testa d’ariete. Xi Jinping sa benissimo che, una volta liquidata la Russia, gli Usa si volgerebbero verso la Cina, con la stessa strategia di contenimento che è già stata applicata (secondo i più cinici con successo) nell’Europa orientale: attrazione dei diversi Paesi nella sfera d’influenza della Nato e della Ue, allargamento della presenza politica (vedi Ucraina 2014) e militare, logoramento progressivo dell’avversario.

Già Barack Obama diceva che le priorità per gli Usa erano l’Asia e l’espansionismo cinese. Poi venne Donald Trump con i dazi e le accuse sul Covid come “virus cinese”. E infine Biden, che non è da meno ma deve occuparsi dell’Ucraina.

Ben venga dunque la Russia che fa la guerra, pensa Xi, mentre la Cina fa gli accordi e lentamente, astutamente, pazientemente, logora i pilastri che tengono ancora in piedi il “secolo americano”.

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