
Le proteste in Iran si distinguono sempre per immagini cariche di potere simbolico. In occasione dell’uccisione per mano della polizia morale della giovane attivista curda Mahsa Amini nel settembre del 2022 la solidarietà di tutto il mondo è arrivata alle donne iraniane con il gesto di tagliarsi una ciocca di capelli. Così come di alto valore simbolico è sempre stato il gesto delle iraniane di togliersi il velo ogni mercoledì, ormai da anni, nelle piazze pubbliche delle città iraniane, per protestare contro la censura degli ayatollah.
Le sigarette

Il nuovo gesto, virale sui social network, e carico di significato simbolico, delle donne iraniane nel mondo, è quello di dare alle fiamme con una sigaretta un’immagine della guida suprema. Ali Khamenei aveva definito “vandali” nei giorni scorsi i manifestanti che orami da 15 giorni continuano a protestare per le strade iraniane.
Anche questo gesto è ricco di significati simbolici. Prima di tutto perché sono le donne a compierlo. Così come le iraniane sono state le protagoniste della rivoluzione del 1979 e continuano ad essere l’anima principale delle mobilitazioni che attraversano il paese.
Eppure, la risposta del regime non è mai andata incontro alle richieste di maggiori libertà, soprattutto in tema di abbigliamento, avanzate dalle giovani iraniane. Quindi il solo fatto che, ancora una volta, siano le donne a guidare e solidarizzare con questa nuova ondata di proteste è il segno che dalle mobilitazioni femminili parte la critica più dura nei confronti della Repubblica islamica.
Perché Khamenei?
Prendere di mira proprio la guida suprema ha un’altra conseguenza di grande rilevanza. Vuol dire che le mobilitazioni si stanno allargando, dopo giorni di manifestazioni con tanti iraniani uccisi dalle forze di sicurezza. I dati variano da 72 a 271, oltre cento secondo il think tank Human Rights Activists in Iran (Hrana), basato negli Stati Uniti, un numero che si sta pericolosamente avvicinando alle 550 vittime e 20mila arresti, causati dalle proteste dal 2022 in poi. Mentre sarebbero oltre 2500 gli arrestati.
Non solo, le proteste stanno acquisendo una spinta anti-regime come mai prima d’ora nelle varie ondate che dal 1999 alla così detta Onda verde del 2009 contro Mahmud Ahmadinejad, fino alle proteste contro il carovita del 2018. In altre parole, gli iraniani e le iraniane ormai non mirano soltanto a denunciare la crisi economica, l’inflazione e la corruzione ma vogliono liberarsi di un regime, considerato come la principale causa dei mali per la popolazione locale.
"Morte al dittatore"
E così lo slogan che motiva le iraniane a partecipare alle manifestazioni ora è "Morte a Khamenei", "Morte al dittatore", come appare evidente dalle foto che mostrano le giovani iraniane bruciare con le fiamme di una sigaretta l’uomo forte dell’Iran.
Tuttavia, la televisione di stato iraniana continua a negare la portata di un movimento potenzialmente rivoluzionario e foriero di una transizione democratica nel paese. Le immagini delle uccisioni delle forze di sicurezza, continuamente mostrate dalla tv pubblica, puntano a dimostrare il controllo che il regime ha ancora sulle contestazioni, mentre continuano ad essere diffusi messaggi che Israele e il gruppo, considerato terroristico in Iran, dei Mojaheddin e-Khalq (Mek), siano la regia dietro a queste manifestazioni.
Proprio la possibilità che la famiglia Pahlavi riporti la monarchia dello shah in Iran è stata citata da molte attiviste iraniane come un’arma a doppio taglio per delegittimare le contestazioni che puntano invece su più ampie aperture democratiche nel Paese. D’altra parte, il procuratore generale, Mohammad Mahvadi Azad, ha avvisato che chiunque parteciperà alle proteste d’ora in avanti sarà considerato "nemico di Dio" e rischia la pena capitale.
L’attivismo social

Video e foto di donne che accendono sigarette per dare alle fiamme immagini di Khamenei sono diventate virali soprattutto sui social network negli ultimi giorni. Così come su Telegram continuano ad essere diffusi quotidiani video di grandi proteste notturne con auto, quartieri e palazzi governativi dati alle fiamme.
In realtà si tratta di un’immagine dalla grande potenza rivoluzionaria. Il solo gesto di fumare in pubblico per una donna da sola è considerato una violazione in Iran dove truccarsi, cantare o recitare è vista come un’attività fuori legge per una donna, a meno che non sia accompagnata da un uomo.
Non solo, l’uso dei social network è un altro punto centrale per capire l’intensità di queste mobilitazioni. È attraverso la condivisione di immagini, di impatto, come questa, che i giovani, gli attivisti delle minoranze, i lavoratori iraniani puntano ad accrescere la partecipazione alle proteste.
E così non si è fatta attendere la repressione del regime con il blackout totale di internet, accessibile solo per pochi tramite Starlink. Ormai da giorni non è possibile comunicare con gli attivisti iraniani che continuano a manifestare. La censura dell’attivismo cibernetico è sempre stata la strategia chiave delle autorità iraniane per tenere sotto controllo qualsiasi manifestazione di dissenso.
La fine dell’hejab
Nelle immagini virali le donne iraniane non portano l’hejab, il copricapo persiano, obbligatorio secondo la legge iraniana. Alcuni di questi video sono stati girati a Toronto in Canada da donne iraniane che hanno manifestato la loro solidarietà alle proteste in corso nel paese.
Le donne della diaspora hanno sempre avuto un ruolo centrale per sostenere le proteste nel Paese. E così in prima linea c’è stata nei giorni scorsi Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace, che ha avvertito come la censura online possa nascondere un possibile “massacro” in corso da parte delle forze di sicurezza contro i manifestanti. Ebadi ha anche denunciato che molte delle attiviste colpite avevano ferite agli occhi.
Anche Nasih Alinejad, attivista iraniana che vive negli Stati Uniti, più volte minacciata per il suo aperto dissenso verso gli ayatollah, ha avvertito che il numero delle vittime di questi giorni potrebbe essere molto più alto rispetto ai dati ufficiali.
Pochi giorni prima delle manifestazioni, un’altra voce essenziale del movimento contro le violazioni dei diritti umani nella Repubblica islamica, l’altro premio Nobel per la pace, Narges Mohammadi, è stata arrestata. L’attivista stava partecipando a una cerimonia per ricordare Khosro Alikordi, 46 anni, avvocato per i diritti umani, ritrovato morto nel suo ufficio a Mashhad nel Nord-Est dell’Iran in circostanze da chiarire.
La solidarietà internazionale
E così il sostegno alle proteste delle donne iraniane nel mondo è sempre più esteso. L’artista inglese, Soheila Sokhanvari, nota per i suoi ritratti di donne iraniane ribelli, ha denunciato le violenze dei pasdaran. "Persone innocenti e senza armi sono soggette alla forza brutale della polizia nell’impunità. Questa è una rivoluzione non una protesta, siate la loro voce", ha scritto Soheila sui social.
Sulla stessa linea d’onda, sono arrivate le parole dell’attrice Golshifteh Farahani, la prima iraniana a partecipare a un film di Hollywood dopo la rivoluzione del 1979. "L’Iran è in fiamme, il mio cuore batte per gli iraniani", ha scritto Farahani, mentre i noti registi Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof hanno duramente criticato la censura di internet in corso nel Paese.
Le promesse di Trump
In più occasioni il presidente degli Stati Uniti ha caldeggiato la possibilità di sostenere le più estese mobilitazioni in Iran da anni. Trump ha chiesto alle autorità iraniane di non sparare contro i manifestanti dicendosi “pronto ad aiutare” gli iraniani e le iraniane che sono scesi in piazza.
Nel 1979 lo shah lasciò il Paese rifiutandosi di sparare contro gli iraniani che chiedevano la sua rimozione aprendo la strada all’ascesa dell’imam Ruhollah Khomeini. Eppure, il presidente del parlamento iraniano, il conservatore Mohammad Qhalibaf, ha avvertito che Israele e le basi Usa in Medio Oriente sarebbero degli obiettivi legittimi se Trump dovesse intervenire.
Oltre 570 proteste si sono svolte in due settimane in 31 province in Iran, le donne sono ancora una volta in prima fila per chiedere la fine del velo obbligatorio e del regime degli ayatollah. Ancora una volta sono loro a lanciare le immagini più potenti per chi protesta in solidarietà in tutto il mondo con le donne iraniane. Lo fanno sfidando le leggi, sempre più restrittive anche se applicate solo in parte, contro il velo.
Lo fanno prendendo nel mirino direttamente la guida suprema, Ali Khamanei, e con lui l’intero establishment religioso che rappresenta. In questo modo i cardini del consenso della Repubblica islamica stanno vacillando e vedremo fino a che punto ayatollah e pasdaran vorranno arrivare per mantenere in vita un sistema invivibile, per giovani e lavoratori, ma soprattutto per le donne iraniane.