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Il primo maggio è partito in Italia il progetto cofinanziato dalla Commissione Europea “Garanzia Giovani” (Youth Guarantee). Per contrastare la disoccupazione giovanile che in UE ha raggiunto il tasso del 23,2% e che vede paesi in seria difficoltà come la Spagna (54,3%), la Grecia (59,2%) e l’Italia, il cui ultimo rapporto Istat riporta un dato del 43,3%. In particolare il programma vuole occuparsi dei “neet”, i giovani entro i 24 anni che non studiano e non lavorano.

La Garanzia Giovani assicura a tutti gli iscritti una chiamata da un centro provinciale per l’impiego (Cip), o strutture affini, entro 60 giorni dall’iscrizione, e un colloquio che entro 4 mesi darebbe possibilità di accedere a stage, contratto di apprendistato, percorsi di formazione retribuiti. In questi giorni, quindi, dovrebbero arrivare tante chiamate. Perché in due mesi si sono registrati quasi 90mila giovani, e il 1 luglio scadono i 60 giorni dall’inizio del progetto.

L'Italia ha allargato il programma fino ai 29enni, dunque alla fascia di età a cui si rifersice il dato Istat del 43,3% di disoccupazione giovanile (record dal 1977). La Garanzia Giovani nasce in Svezia nel 1984. E proprio per via dei successi raccolti al Nord Europa l’Unione ha deciso di riprendere il programma nei paesi oggi più in difficoltà. Eppure sono tante le critiche al programma, e alla sua efficacia. E arrivano dal cuore dell’UE.

I NUMERI. Sette settimane dall’avvio, quasi 90mila domande d’iscrizione a fronte dei 900.000 giovani che a detta del governo dovrebbero essere coinvolti. Gli ultimi dati dal ministero mostrano che 56.234 si sono registrati sul sito del ministero, 33.575 dai portali regionali. Il 19% delle domande arriva dalla campania, il 16% sicilia, l’8% dal lazio. 53% uomini, 47% donne.

Un dato che fa riflettere: la fascia di età originariamente pensata per il progetto europeo, quella relativa ai “neet” dai 19 ai 24 conta un 49% di iscrizioni, di poco superiore alla fascia dai 25 ai 29 anni, col 46%. I 15-18enni contano il 4%. Su 90mila partecipanti il 20% è in possesso di una laurea, il 55% del diploma, il 25% di un titolo di studio inferiore.

I fondi di cui l’Italia dispone per il progetto Garanzia Giovani ammontano a un miliardo e mezzo di Euro. 567 milioni vengono dall’Unione Europea, altri 567 milioni dal fondo sociale europeo, il restante 40% dall’Italia. Di questi di cui 200 milioni sono sgravi fiscali destinati ai contratti di apprendistato, 200 milioni al servizio civile e 100 milioni per stage da 500 euro al mese.

COSA DICE L’EUROPA. A dispetto della volontà europea di questo progetto arrivano molte critiche proprio dal cuore dell’Europa. È l’Eurofound (agenzia europea del lavoro) a dirci, basandosi sui dati raccolti dai programmi avviati in Finlandia e Svezia negli ultimi 20 anni, che la Garanzia Giovani ottiene risultati nell’immediato. Ma non è in grado di risolvere i problemi strutturali, né di intervenire sul nodo della formazione (centrale in Italia), né di influire sui disoccupati di lungo periodo.

Lo stesso Laszlo Andor, commissario europeo all’occupazione ed affari sociali, ha affermato: “La Garanzia Giovani non può sostituire la macroeconomia”, ovvero l’ economia di ogni paese nel suo insieme. Lo stesso Andor ha affermato di recente sul programma italiano che sarebbe stato meglio estenderlo successivamente ai 29enni, perché pensato per gli under 25.

La stessa commissione Europea riporta: “Stando alle stime, i costi complessivi della realizzazione di un sistema di garanzia per i giovani nell'area dell'Euro ammonterebbero a 21 miliardi di euro all'anno, vale a dire allo 0,22% del PIL” (Fonte: relazione OIL – crisi dell’occupazione nell’area dell’euro). Ma in campo alla fine i miliardi per 20 paesi che benificeranno del progetto sono solo 6, che dovrebbero diventare 8. Troppo poco.

PROGETTO FERMO, EFFICACIA DUBBIA. Se i fondi non bastano, se la reale efficacia è dubbia sul lungo periodo, l’Italia sconta altre problematiche. La frammentazione dei soggetti promotori del programma, che porta ogni regione ad agire come meglio crede. In Italia il progetto è partito il 1 maggio 2014. In Piemonte il programma è partito ad ottobre, mentre la Sicilia ha lanciato un “Piano Giovani” a fine febbraio. Sembra difficile intravedere una linea organica.

In secondo luogo la scarsa efficacia dei centri per l’impiego: solo il 3% della popolazione trova un lavoro grazie a questi centri (Fonte: ministero del lavoro). Poi la reale difficoltà di riuscire a coinvolgere le imprese nel programma: con l’avvicinarsi della scadenza dei primi due mesi dal lancio arrivano le prime 87 imprese, e mettono a disposizione 579 posti di lavoro. Sembra un po’ poco per iniziare.

Ma nel frattempo arrivano le prime critiche dalla Commissione Europea. Proprio su: coordinamento fra regioni e ministero, su un maggiore impegno del settore privato col mondo dell’istruzione, e, ancora, sulla riforma della formazione italiana. E nella riforma del contratto di apprendistato – che qui dovrebbe giocare un ruolo importante – bisogna stare attenti a non cancellare le adeguate tutele di welfare, ci fanno notare. Critiche molto simili sono state rivolte, sempre dalla Commissione Europea, al progetto francese.

Francia e Italia, però, sembrano ad oggi essere gli unici paesi europei ad avere almeno fatto partire la Garanzia Giovani, arrivano le critiche ma solo perché siamo gli unici. Negli altri paesi pare tutto fermo. La volontà di risolvere l’emergenza della disoccupazione giovanile in Europa non sembra vicina. E la reale efficacia di queste misure, tutta da vedere.