La Catalogna, la regione spagnola che vuole diventare Stato. Oggi si vota

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Il popolo catalano alle urne per eleggere il parlamento autonomo. Favorito CiU, il partito di Arturo Mas che vuole il taglio definitivo con l'”odiata” Madrid. Ma dietro il sogno indipendentista, si nascono molte insidie economiche.

5,4 milioni di catalani sono chiamati a rinnovare la Generalitat, il Parlamento autonomo della più grande e ricca regione della Spagna, per quello è forse il voto più importante di questa comunità dai tempi della caduta del franchismo. Oggi, infatti, si decide anche il futuro istituzionale della Catalogna, vista la sfida indipendentista lanciata dal governatore uscente Artur Mas: «Non saremo servi dello Stato spagnolo, il popolo catalano vuole avere un luogo fra le nazioni del mondo» ha detto il leader del partito nazionalista di centro-destra “Convergencia i Uniò” (CiU). Il suo obiettivo è ottenere una maggioranza assoluta per la sua coalizione, così da promuovere entro quattro anni un referendum sull'indipendenza. Non sarà semplice, dal momento che lo stesso governo nazionale di Madrid lo ha bollato come anti-costituzionale.

Una strumentalizzazione della questione indipendentista? -Mas è stato criticato dai suoi detrattori di esaltare il tema dell’indipendenza, pur non potendo far nulla a riguardo, solo per distrarre l'attenzione dai pesanti tagli ad alcuni servizi pubblici attuati in sintonia con le direttive di austerity di Bruxelles e Madrid. Nonostante le accuse, Mas è comunque riuscito ad indire le elezioni anticipate, forte anche della grandissima manifestazione dello scorso 11 settembre nella quale un milione e mezzo di persone ha sfilato pacificamente per le strade di Barcellona per sostenere l’indipendenza catalana. Secondo i sondaggi CiU è nettamente avanti anche agli altri partiti indipendentisti di sinistra fra cui Esquerra Republicana de Catalunya (Erc) e Iniciativa-Verds. Poche speranze, invece, per i socialisti catalani, emanazione del Psoe, che sostengono un sistema federale per la regione.

I motivi economici alla base dell'indipendenza – Mas e gli indipendentisti vogliono che la Catalogna diventi uno Stato a sé innanzitutto per motivi economici. La Catalogna ha grande autonomia di spesa ma non ha potere di riscossione in diversi ambiti (dalla sanità all'istruzione, passando per la sicurezza e vari servizi pubblici): il proprio gettito fiscale finisce nelle casse del Governo centrale e viene poi redistribuito verso altre regioni spagnole per circa 16 miliardi all'anno, secondo i calcoli della Generalitat de Catalunya (il governo regionale). Proprio su quest'ultimo punto si è verificata due mesi fa la rottura con Madrid.

I debiti catalani – La Catalogna con un Pil di oltre 200 miliardi di euro rappresenta un quinto del Prodotto interno lordo spagnolo, oltre che l'intera economia del Portogallo. «Se la Catalogna avesse il suo proprio Stato, attualmente sarebbe, in termini di creazione di ricchezza per abitante, il settimo paese dell'Unione europea» ha detto il governatore uscente. C'è, però, da dire che è anche la Regione più indebitata della Spagna con un "passivo" di 44 miliardi di euro. Tanto che in estate, pur di pagare le proprie scadenze, lo stesso Artur Mas è stato costretto a mettere da parte l'orgoglio e chiedere a Madrid un prestito di 5 miliardi di euro.

L'indipendenza potrebbe voler dire bancarotta? – Ma è la stessa ipotesi indipendentista a non essere vista di buon occhio dagli economisti. Come scrive La Stampa, secondo una simulazione dell’Iee, l’Istituto di studi economici, l’indipendenza costerebbe un crollo del 50% dell’export (oggi 49 miliardi); ci sarebbero 500 mila occupati in meno; 3 miliardi di extracosti commerciali; e una caduta del Pil del 20% nel primo anno. Non è tutto. Il nuovo Stato catalano nascerebbe con una non invidiabile caratteristica. Ai 44 miliardi + 5 da restituire al governo nazionale, ne vanno aggiunti altri 5 in pancia ai comuni locali più spendaccioni, i costi per la ristrutturazione bancaria (20 miliardi) e la quota parte del debito nazionale spagnolo (100 miliardi): «Si arriverebbe a circa 180 miliardi, il 90% del pil regionale», calcola l’economista, Donato Fernandez Navarrete della Universidad Autónoma de Madrid (UAM).

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