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30 Novembre 2012
16:59

L’ONU rilascia il certificato di nascita alla Palestina – Chi ha votato, come e perché

La Palestina conquista lo status di Stato Osservatore con 138 sì, 41 astenuti e 9 no. Ecco la composizione del voto e le dichiarazioni degli ambasciatori dei vari paesi che hanno motivato le singole scelta dei vari stati.
A cura di Anna Coluccino
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"Chiediamo all'Onu di rilasciarci il certificato di nascita, come fece 65 anni fa con Israele". Con queste parole Mahmoud Abbas, presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, accompagna la richiesta di riconoscimento dello Stato di Palestina presso le Nazioni Unite. Riconoscimento conquistato con 138 voti a favore, 41 astenuti e i 9 voti contrari di Israele, Canada, Stati Uniti, Micronesia, Repubblica Ceca, Isole Marshall, Nauru, Palau e Panama. Un assenso pressoché plebiscitario che – però – incontra notevoli resistenze da parte di nazioni il cui peso diplomatico è notevole. E non parliamo solo di Israele e Usa (e certo non si parla di Palau, Nauru, Micronesia o delle Isole Marshall…) quanto piuttosto di quei paesi europei che hanno scelto l'astensione offrendo motivazioni del tutto in linea con la posizione dell'asse israeliano-statunitense, vale a dire Germania e Regno Unito.

I contrati e gli astenuti – Le reazioni al voto

Israele e USA avevano minacciano ritorsioni, ma oggi sembrano moderare i toni. Ciononostante ribadiscono a ogni piè sospinto che non permetteranno alla risoluzione di modificare in nulla lo status quo dell'area, non fino all'ufficiale riapertura dei negoziati che, secondo le loro condizioni, lo Stato di Palestina dovrebbe accogliere senza precondizioni.  In questo senso, suonano piuttosto esplicite le parole che l'ambasciatore statunitense Susan Rice ha utilizzato per commentare l'approvazione della risoluzione: "Per anni abbiamo lavorato alla soluzione che prevede due Stati che vivano in pace e sicurezza. Questo resta il nostro obiettivo. Aiuteremo Palestina e Israele a tornare al tavolo dei negoziati." Eppure, nonostante questa lieta premessa la Rice non ritiene affatto il passo quasi unanime delle Nazioni Unite un progresso verso i due stati ma – anzi – "una risoluzione improduttiva e d'ostacolo alla pace". "Per questo" – dice –  "gli Stati Uniti hanno votato contro". La seconda parte del suo intervento fa eco alle parole del portavoce israeliano e ribadisce che "l'unica via per creare uno Stato palestinese è attraverso il lavoro duro dei negoziati. La soluzione a due Stati non può essere realizzata dall'Assemblea Generale, nulla cambia sul terreno. Questa risoluzione non crea uno Stato palestinese, ma è d'ostacolo al processo di pace. Inoltre non risolve la questione della sicurezza. Si tratta di una scorciatoia che non preserva la sicurezza di Israele né garantisce la sovranità palestinese". In sostanza, né USA né Israele sembrano disposti a riconoscere l'esistenza di un vero e proprio Stato di Palestina.

Leggermente diverse le posizioni di Germania e Regno Unito, diverse non solo per la scelta dell'astensione ma anche perché – pur abbracciando in toto la teoria di Israele riguardo la tossicità della risoluzione – sottolineano aspetti diversi della questione. L'ambasciatore del Regno Unito ribadisce la posizione poco condivisa secondo cui l'unica via credibile per la pace sarebbero i negoziati. Eppure nessuno è in grado di chiarire in che modo la scelta di fare della Palestina uno Stato Osservatore – invece che una mera Entità rappresentata dall'Anp – possa diventare un ostacolo al processo di pace e non, invece, un indispensabile step perché le posizioni dei due stati sullo scacchiere internazionale siano un po' più bilanciate. L'ambasciatore del Regno Unito sottolinea il tentativo fatto dal suo paese – mossa molto discussa sotto il profilo etico –  di convincere i leader dell'Anp a firmare un accordo privato in cui lo Stato di Palestina si impegnava a non denunciare il governo israeliano per crimini contro l'umanità, a tornare al tavolo dei negoziati senza precondizioni e a non pretendere il ritorno dei profughi palestinesi in patria. L'ambasciatore britannico ha sottolineato lo sforzo fatto dal suo paese e ha concluso che "in assenza di tali garanzie, non abbiamo votato la risoluzione di oggi perché danneggia il processo di pace". Pressoché speculare la posizione delle Germania, il cui ambasciatore sottolinea l'unilateralità della decisione e invita le parti a tornare al tavolo dei negoziati. Resta da capire come mai l'entrata di Israele come membro a tutti gli effetti dell'ONU – risalente al 1949, ovvero immediatamente dopo il primo conflitto arabo-israeliano – non venga considerata, allo stesso modo, una decisione unilaterale ma "un atto dovuto".

I favorevoli – Le reazioni al voto

Ben 138 i paesi favorevoli alla risoluzione, un numero che identifica un'amplissima area geografica – ben rappresentata dell'immagine sovrastante – e in cui si annoverano paesi dalla grande influenza diplomatica. A partire dalla Cina che, pur vivendo una situazione tecnicamente simile (ma storicamente molto diversa) con il Tibet, non ha voluto giocare la carta diplomatica del mi astengo oggi se tu ti astieni domani e ha scelto di dare forza alla rivendicazione palestinese a prescindere dai calcoli strategici. Stesso dicasi per la Russia che, certo, vanta molteplici contraddizioni e contrasti sul proprio territorio, ma ha comunque scelto di appoggiare Abbas e l'Anp nella richiesta di riconoscimento.
L'Europa – apparsa quanto mai divisa, a testimonianza del difficilissimo processo di costruzione di un'identità politica continentale – ha portato in Assemblea Generale una buona maggioranza di stati che hanno votato a favore della risoluzione. Tra questi ricordiamo il "sì" dell'Italia, ben motivato dal nostro ambasciatore presso l'ONU, il quale ha evidenziato che "La pace può essere raggiunta con la soluzione a due Stati, con il riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente, attuabile, inviolabile e con continuità territoriale". Anche la Francia ha voluto dare sostanza alla sua posizione favorevole e lo ha fatto ricordando l'impegno di Hollande per il sosteno alla richiesta di sovranità dello Stato di Palestina e sottolineando come la Francia non poteva perdere questa occasione, specie "dopo le violenze della scorsa settimana a Gaza". L'ambasciatore francese ha ricordato che "le ripercussioni potrebbero essere dure"  ma ha ribadito l'impegno della Francia a sostegno della ripresa dei negoziati e ha chiesto "alla comunità internazionale di assumersi la responsabilità di lavorare alla pace".

Tra i paesi espressisi favorevolmente, da segnalare l'endorsement della Turchia – già esplicitato nella fase dell'ultimo attacco su Gaza da parte di Israele – che viene rafforzato dalle parole che l'ambasciatore turco ha rivolto al popolo palestinese: "Non vi abbandoneremo fino a quando non avrete raggiunto l'indipendenza". Una menzione, inoltre, va riservata al Sudan, incaricato di presentare la storica risoluzione del 29 novembre 2012, in quanto facente parte degli stati "promotori" della stessa. L'ambasciatore sudanese ha affermato: "Le Nazioni Unite hanno riconosciuto 65 anni fa il diritto del popolo palestinese ad avere un proprio Stato, al fine di creare una pace reale in Medio Oriente. Le Nazioni Unite devono ora fare la storia votando la risoluzione di oggi". La storia è stata fatta. Vedremo se anche chi ha espresso perplessità e resistenza saprà accettare la svolta e agire di conseguenza o se proverà a resistere – strenuamente – alla realizzazione di una parità tra Israele e Palestina che si esprima sia sul piano della forma che su quello della sostanza.

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