Mostafa Naghi, ex detenuto nelle carceri egiziane
in foto: Mostafa Naghi, ex detenuto nelle carceri egiziane

Zaki è solo l'ultimo di una lunga fila di fermati e arrestati per motivi politici in Egitto. Secondo la BBC sarebbero almeno 60mila gli oppositori, attivisti e giornalisti invisi al regime, numero che porta l'Egitto ad essere uno dei posti con meno libertà di stampa al mondo. Nel buco nero delle carceri egiziane finiscono non solo egiziani, ma anche stranieri come Giulio Regeni o Mustafa Qasem, cittadino americano morto il 14 gennaio scorso nel carcere Aqrab, uno dei più duri del paese, arrestato con la stessa accusa mossa a Zaki: voler rovesciare il regime.

I controlli sugli oppositori del regime 

Secondo un rapporto di Human Rights Watch le autorità egiziane da anni starebbero limitando, sottoponendo a controlli serrati, ritiro dei documenti e arresti, i potenziali oppositori del regime egiziano, che spesso sono già individuati on line dai servizi di sicurezza. Ed è proprio dal fermo in aeroporto che ha inizio l'inferno con gli interrogatori e finisce con la detenzione, in condizioni di costante violenza tra percosse, insulti e torture. Fino anche alla morte, come il caso del povero Regeni.

Mostafa Naghi, ex detenuto nelle carceri egiziane
in foto: Mostafa Naghi, ex detenuto nelle carceri egiziane

Cos'è "La festa di benvenuto"

Tutti in Egitto la conoscono. Si chiama "Tashrifa", "la festa di benvenuto" in arabo, ed è l'accoglienza riservata a chi viene fermato e portato in un posto di polizia, prima di essere trasferito in un carcere. Questa "festa" consiste in varie pratiche di tortura come legare il fermato per mani e piedi e appenderlo al muro per poi percuoterlo con bastoni, elettrizzarlo nelle parti intime, denudarlo al freddo sotto lo sguardo divertito dei poliziotti.

La testimonianza di Mostafa

A raccontare a Fanpage.it questi macabri dettagli è Mostafa Naghi che queste torture le ha viste e in parte subite per 8 mesi come detenuto in Egitto. Mostafa ora vive in Italia con la moglie e ricorda con dolore quei momenti: "Mi hanno arrestato per strada il 4 aprile 2014 ad Alessandria con l'accusa di voler rovesciare il regime e di essere un oppositore. Mi hanno ammanettato e spinto in un veicolo. Non sapevo dove fossimo diretti, nel furgone della polizia oltre a me c'erano decine di altre persone. Eravamo tutti ammassati, faceva caldo e non c'erano finestre per respirare. Una volta arrivati all'interno dello stabile, (la sede dei servizi di sicurezza di Alessandria) ci hanno ritirato tutto, portafogli, telefono e ci hanno fatto"tashrifa": ci hanno fatto camminare in mezzo a due fila di agenti mentre questi ci picchiavano, bastonavano, insultavano. Dipendeva poi da quali agenti trovavi, io ho preso solo pugni, calci e schiaffi, ad un mio amico invece gli hanno spaccato le gambe a bastonate. Ad altri, invece dopo questo passaggio venivano direttamente portati ai piani superiori e da lì arrivavano le urla, i pianti. Sentivo le botte. Quelli erano gli arrestati che facevano parte di partiti o movimenti di opposizione. Le urla di chi veniva torturato erano continue. Di giorno e di notte. E provenivano, mi hanno spiegato, soprattutto dal quarto piano, dove si torturavano i prigionieri politici. Chi saliva in quel piano non scendeva più. Tutti avevamo paura di finire al quarto piano. Mi hanno interrogato insultandomi e picchiandomi in maniera continua e a più riprese facendomi domande come "fai parte dell'opposizione? Perché hai la barba?" Dopo l'interrogatorio tornavo in cella. Piccolissima, dove eravamo almeno in venti".

Forze di sicurezza egiziane
in foto: Forze di sicurezza egiziane

Il trasferimento e il carcere con i cani

"Dopo un giorno, senza cibo e sonno, mi hanno trasferito in un posto di polizia, dove hanno continuato a picchiarmi  per settimane e solo dopo un mese di sofferenze, pagando i poliziotti, mi hanno trasferito nel carcere "Borg el Arab". Pensavo fosse un posto migliore. Mi sbagliavo. Sono rimasto 7 mesi in carcere con continue torture. Venivamo denudati e ci lanciavano acqua ghiacciata, ci spaventavano con i cani davanti alle celle e potevamo essere picchiati di notte o di giorno, in qualsiasi momento, senza spiegazioni. Alcuni venivano elettrizzati. Quando la corrente andava e veniva e sentivamo le urla significava questo: elettroshock".

Le occasioni speciali

"C'erano giorni dove sapevamo che sarebbero arrivate le botte. Erano i giorni che precedevano l'anniversario del colpo di stato del 3 luglio 2013. In quei giorni si spegnevano le luci e sentivamo dei rumori terrificanti arrivare dalla stanza delle guardie. Erano loro che in coro emettevano come degli ululati, mentre i cani davanti alle nostre celle ringhiavano. In quei frangenti tutti avevamo terrore, un terrore incredibile perché significava che ci sarebbero state torture, le peggiori. Mangiavamo poco e dormivamo a turni".

La liberazione e la condanna

Dopo 8 mesi di prigionia Mostafa, nel novembre 2014, viene rilasciato. Le accuse a suo carico vengono considerate inconsistenti dal giudice che ne ordina la scarcerazione. Mostafa esce e decide, nel 2015, di venire in Italia, dove trova l'amore e si sposa. Nel 2015 il tribunale di Alessandria lo ha condannato a 15 anni, in contumacia, con l'accusa di voler rovesciare il regime. Il giudice invece che nel 2014 ordinò la sua liberazione è stato sollevato dall'incarico. Amnesty International da anni accusa il regime egiziano di violare i diritti umani e di usare la tortura in maniera sistematica contro gli oppositori attraverso varie forme di coercizione fisica come riportato in un loro rapporto sulla condizione dei detenuti in Egitto.