Imelda Cortez, all’uscita dal carcere dove ha passato 18 mesi con l’accusa di aver tentato di abortire (Gettyimages)
in foto: Imelda Cortez, all’uscita dal carcere dove ha passato 18 mesi con l’accusa di aver tentato di abortire (Gettyimages)

Imelda Cortez, una ragazza di El Salvador di 20 anni, è stata messa sotto accusa per aver tentato di abortire. La giovane era rimasta incinta dopo essere stata stuprata dal patrigno, Pablo Henríquez, un uomo di 70 anni. Le violenze sessuali erano cominciate quando Imelda aveva solo 12 anni. La ragazza ha sempre sostenuto di non sapere di essere incinta fino al giorno in cui ha avuto un parto spontaneo nel bagno della sua umile casa di Jiquilisco, una zona rurale del dipartimento di Usulutlán, nel sud del Paese centroamericano. Dopo aver dato alla luce una bambina, Imelda è andata in ospedale dove un medico, sospettando che avesse cercato di abortire, l’ha denunciata alla polizia. La giovane mamma aveva raccontato di essere stata violentata per anni dal patrigno, senza essere creduta. Dopo una settimana trascorsa in ospedale, Imelda Cortez fu arrestata. Per lei c’era stata una grande mobilitazione nazionale e i movimenti femministi di tutto il mondo avevano seguito il suo caso.

Una manifestazione a favore della liberazione di Imelda Cortez fuori dal tribunale (Gettyimages)
in foto: Una manifestazione a favore della liberazione di Imelda Cortez fuori dal tribunale (Gettyimages)

Le accuse contro di Imelda erano pesanti: aver tentato di uccidere la neonata tagliato il cordone ombelicale. La ragazza rischiava 20 anni di carcere. Ieri, dopo 18 mesi passati in prigione preventiva, la ventenne è tornata finalmente libera. Cortez aveva accettato il rito abbreviato per quel crimine in cambio della riduzione della pena. Il pubblico ministero aveva cambiato l’accusa da tentato omicidio a abbandono di minore, un reato che prevede un anno di carcere che Imelda aveva già abbondantemente compiuto. Ma alla fine è stata giudicata innocente e per fortuna la sua odissea è finita.

Decine di donne hanno festeggiato l’annuncio della liberazione di Imelda. Fuori dal carcere dove era rinchiusa, tra grida e canti, hanno aspettato che uscisse per abbracciarla.

I suoi avvocati hanno insistito sul fatto che non c'erano prove che dimostrassero che avesse indotto un aborto o che intendesse danneggiare il suo bambino. “E’ stato un processo molto complicato”, ha dichiarato Bertha Deleón, l’avvocato di Imelda. “La nostra priorità è sempre stata quella di rimetterla in libertà. Alla fine il tribunale ci ha dato ragione e il giudice ha riconosciuto che Imelda è stata vittima di violenza sessuale continua. Siamo soddisfatti – ha concluso l’avvocato – e pensiamo che questa sentenza possa rappresentare un precedente. Speriamo che finalmente si possa cominciare ad affrontare casi come quello di Imelda in modo diverso tenendo sempre a mente quali sono i diritti delle donne”.

“Quello di Imelda è solo un caso”, ha detto Paula Avila-Guillon, direttrice di Women's Equality Center, un'organizzazione che sostiene i diritti riproduttivi in tutto il mondo. “La sua storia racconta la sistematica persecuzione delle donne povere da parte del governo di El Salvador. Queste leggi, e la loro errata interpretazione da parte di giudici – ha concluso Avila-Guillon – stanno causando gravi danni alle donne e alle loro famiglie”. A El Salvador, l’aborto non è permesso in alcun caso anche se si tratta di minorenni, oppure la gravidanza è conseguenza di una violenza sessuale o può mettere a rischio la vita della madre. E le pene per chi interrompe la gravidanza sono molto severe: fino a trent'anni di carcere. Nel Paese dell’America Centrale in questo momento sono 24 le donne recluse per questo reato.