
Se si può resettare Caracas, si può resettare la Via della Seta? Il Sudamerica oggi è meno “cortile di casa” degli Usa e sempre più uno snodo centrale della rete cinese, ed è questo – più del solo petrolio – a spiegare la missione Absolute Resolve. L’intervento in Venezuela e l’accerchiamento di Taiwan non sono crisi separate, ma segnali di un ordine internazionale che scivola verso sfere di influenza, dove il diritto conta solo se compatibile con gli interessi delle grandi potenze. Il Venezuela è cruciale per Pechino perché un precedente lì può rendere instabili contratti e investimenti in decine di Paesi: se si può “resettare” Caracas, si può farlo ovunque. Per questo la Cina risponde non con i missili, ma con arbitrati e trattati, tentando di rendere il cambio di regime giuridicamente ed economicamente proibitivo. In un mondo che si riorganizza attorno a risorse strategiche – petrolio, terre rare, semiconduttori – l’Europa rischia di scoprirsi senza una linea comune, soprattutto se la prossima pressione dovesse spostarsi sulla Groenlandia.
Monroe 2.0
Se si vuole capire perché il Venezuela sia diventato improvvisamente un teatro centrale, bisogna smettere di guardarlo come un’anomalia regionale. Caracas non è solo un Paese instabile con le maggiori riserve petrolifere del pianeta, ma un precedente globale. Ed è anche, in modo sempre più evidente, un segnale: l’idea che gli Usa possano tornare a esercitare una Dottrina Monroe aggiornata, non come retorica, ma come pratica. Nelle dichiarazioni e nelle ricostruzioni di queste settimane, l’operazione statunitense – la cattura di Nicolás Maduro e il controllo “temporaneo” del Paese rivendicato da Washington – viene descritta come un’azione di potenza che punta a rafforzare l’“oil clout” americano e, soprattutto, a ristabilire un principio: l’emisfero occidentale come zona in cui gli Stati Uniti si riservano il diritto di decidere chi governa e a quali condizioni.
È qui che la storia smette di essere latinoamericana e diventa planetaria. Perché mentre a Caracas si consuma un atto di forza, a migliaia di chilometri di distanza la Cina continua a stringere Taiwan in un abbraccio militare sempre più credibile: manovre integrate, interdizioni, simulazioni di isolamento e negazione dell’accesso a forze esterne (ne abbiamo scritto qui). E per Pechino, ciò che conta non è solo l’evento in sé, ma il precedente che crea: se la sovranità può essere sospesa in Sudamerica senza costi sistemici, allora il diritto internazionale è, ancora una volta, condizionale. Questa è la connessione reale tra Venezuela e Taiwan. Non un’analogia emotiva, ma una geometria del potere.
Venezuela: non un alleato, un precedente
L’errore più comune, quando si parla di Cina in America Latina, è trattare la questione come un duello ideologico: Washington contro Pechino, democrazia contro autoritarismo, influenza contro resistenza. In realtà, la Cina non ha bisogno di alleati ideologici. Ha bisogno di architetture. In vent’anni l’interscambio tra Cina e Sud America è cresciuto in modo esponenziale e, insieme agli scambi, si è costruita una rete diplomatica, politica e tecnologica che ha reso la presenza di Xi Jinping più centrale – per molti governi latinoamericani – di quella del presidente Usa. Brasile, Colombia, Perù, Venezuela: non tasselli isolati, ma nodi in cui infrastrutture, finanza, energia e tecnologia si intrecciano.
Il punto, però, non è contare quante delegazioni volano a Pechino o quante dichiarazioni vengono firmate. Il punto è capire che Caracas non è “solo petrolio”: è una prova di tenuta del modello cinese di proiezione economica. In altre parole: il Venezuela è uno dei luoghi in cui si decide se la Cina può continuare a essere una potenza che esporta capitali, costruisce infrastrutture e lega Paesi al proprio sistema senza dover ricorrere alla guerra. Ed è esattamente ciò che l’azione statunitense mette in discussione.
Un Sudamerica più cinese
Negli ultimi vent’anni la presenza cinese in Sudamerica è passata da marginale a strutturale, ridefinendo gli equilibri economici e geopolitici della regione. La Cina è oggi uno dei principali partner commerciali dell’America Latina e il primo per economie chiave come Brasile, Cile e Perù, oltre a essere il secondo partner della Colombia, sempre più sotto pressione da Washington per il suo avvicinamento a Pechino. Nel 2024 l’interscambio tra Cina e America Latina ha superato i $518 miliardi, raddoppiando in un decennio, dopo essere cresciuto di oltre il 1.200% tra il 2000 e il 2009. Questa espansione è stata trainata dalla domanda cinese di materie prime e dalla disponibilità di Pechino a offrire credito, infrastrutture e investimenti in una fase di disimpegno relativo degli Usa e dell’Occidente.
Caracas rappresenta il caso più emblematico di questa trasformazione. Partner strategico della Cina sin dai primi anni Duemila, ha visto il commercio bilaterale crescere da livelli marginali a decine di miliardi di dollari nel giro di pochi anni. Nonostante la crisi economica e il calo produttivo, nel 2025 circa 470 mila barili al giorno di petrolio venezuelano hanno continuato a fluire verso la Cina, che resta uno dei principali clienti di Caracas. In questa strategia rientra anche l’apertura, nel 2025, di una linea di credito da quasi $10 miliardi in yuan per l’America Latina e i Caraibi, pensata per sostenere progetti di sviluppo e, allo stesso tempo, rafforzare il ruolo internazionale della valuta cinese. In questo contesto, il Venezuela ha già avviato la vendita di parte del proprio greggio in yuan invece che in dollari.
Il vero bersaglio
La posta in gioco non è Maduro come persona politica. È molto più fredda e strutturale: la validità dei contratti sovrani. Gran parte della proiezione cinese all’estero – prestiti, concessioni, joint venture, porti, ferrovie, centrali, reti – si regge su un presupposto giuridico che finora è stato più forte delle crisi: i governi possono cambiare, ma gli accordi restano. Questo è il cemento di qualunque finanza internazionale. Se lo scalfisci, non crolla un singolo edificio: scricchiola l’intera città. Per questo, di fronte a un’operazione che Reuters descrive come “rapimento” nella narrazione russa e come “pirateria” in quella diplomatica, la Cina ha un incentivo preciso: trasformare l’atto di forza in un costo giuridico e finanziario permanente. Non perché creda che i tribunali fermino i marines. Ma perché sa che, nel lungo periodo, la potenza americana si misura anche nella capacità di rendere “normale” ciò che fa. E la normalità, nel mondo moderno, passa da contratti esigibili, mercati assicurabili, investimenti difendibili.
Se un cambio di regime – o un intervento esterno – può azzerare gli obblighi di un Paese, allora l’intera architettura dei prestiti e delle opere cinesi all’estero rischia di diventare carta straccia. Non solo in Venezuela, ma in Africa, in Asia, nel Pacifico. È questo il punto: Caracas come precedente replicabile. In altre parole, Pechino tenta di rendere il “regime change” non solo illegittimo, ma economicamente ingestibile: un’operazione che, prima ancora di essere combattuta, diventa troppo rischiosa da finanziare e da assicurare. È un potere meno spettacolare dei missili, ma potenzialmente più corrosivo. Perché agisce sulla sostenibilità stessa della politica estera e sulle stesse leggi create dall’Occidente.
Il danno dell’azione di Trump, oltreché strategico è quantificabile: restano $17-19 miliardi di prestiti petrolio-contro-debito ancora in essere, la maggiore esposizione singola di Pechino in un programma che dal 2007 ha superato i 60 miliardi. Sul piano operativo, diversi raffinatori cinesi hanno adattato i propri impianti per lavorare il greggio pesante venezuelano, acquistato a forte sconto perché precluso ai mercati occidentali.
Taiwan dopo Caracas
È a questo punto che Taiwan rientra nel quadro non come “altro teatro”, ma come continuazione della stessa storia. Pechino osserva ogni precedente che relativizza la sovranità e lo trasforma in materiale politico. E Taiwan, che già vive in una zona grigia giuridica, diventa un caso ancora più “negoziabile” nel linguaggio della forza. C’è poi l’elemento operativo. Da anni, la pressione militare cinese intorno all’isola non è più soltanto “dimostrativa”, ma sempre più simile a prove di isolamento: esercitazioni orientate al controllo di porti, interdizione di rotte, negazione dell’accesso a forze esterne. E in parallelo, nella stampa britannica è circolata la ricostruzione di un assessment riservato secondo cui in molti war game gli Stati Uniti “perdono” lo scontro sullo Stretto, anche per la capacità cinese di colpire asset strategici come le portaerei con sistemi avanzati.
Queste valutazioni, vere o enfatizzate che siano, hanno un effetto politico: insinuano dubbio. E nella deterrenza, il dubbio è già un’erosione. È un ragionamento coerente con quanto già emerso nelle analisi RAND: il limite strutturale degli Stati Uniti nel sostenere più fronti ad alta intensità contemporaneamente (Kiev, Gaza, Caracas, Iran, Pacifico) apre finestre strategiche che altri attori osservano con attenzione. Tuttavia, la risposta cinese privilegia il terreno giuridico e contrattuale, rafforzando la difesa dei propri investimenti globali. Questa strategia, tuttavia, convive con una pressione crescente su Taiwan, evidenziando una contraddizione strutturale tra la difesa dell’ordine internazionale e le dinamiche di potenza nello Stretto.
La spartizione che nessuno vuole chiamare così
Qui si innesta la lettura più inquietante, che Reuters riporta con chiarezza: a Mosca l’operazione statunitense viene interpretata come un segnale di mondo “Wild West”, un realismo transazionale dove ciascuno fa ciò che può nel proprio spazio, e chi è abbastanza forte non ha bisogno di giustificarsi. Al Jazeera, in un’analisi che spinge il ragionamento fino alle conseguenze, suggerisce che il Venezuela potrebbe diventare una “moneta di scambio” nel gioco globale delle superpotenze, accanto all’Ucraina: un dossier utile a ridisegnare un equilibrio, non a difendere un principio. È questa la logica che trasforma le crisi in tessere negoziali: Americhe sotto influenza USA, gli ex spazi sovietici sotto l’influenza russa, il Medio Oriente e il Centrasia sempre più dossier israeliano e l’Asia orientale come asse della competizione con la Cina. E in mezzo, un’Europa che fatica persino a definire se la propria sicurezza sia un interesse autonomo o una delega permanente.
Se metti insieme i pezzi, la mappa che emerge è quella di un mondo che torna a contare i chilometri quadrati non per la bandiera che li sventola, ma per ciò che contengono. Il Donbass ricco di miniere, risorse strategiche e proiezione russa sull’ex blocco. Il Venezuela ricco di petrolio, gas, oro, diamanti e terre rare (200 miliardi), proiezione emisferica americana e nodo energetico-politico. Taiwan: per Pechino simbolo nazionale, ma anche cuore dei semiconduttori avanzati, collo di bottiglia globale. Gaza è ricca di gas, l’Iran è uno dei principali snodi del greggio mondiale e grande alleato cinese. E poi c’è la Groenlandia, 1,5 milioni di tonnellate stimate di terre rare, ormai oggetto di ambizioni statunitensi: territorio artico, rotte, risorse. Se il mondo sta tornando al XIX secolo in termini di logica imperiale, lo sta facendo con strumenti del XXI: filiere, contratti, sanzioni, tecnologia.
Venezuela oggi, Groenlandia domani?
È qui che il discorso si fa più scomodo, perché chiama in causa l’Europa non come commentatrice morale ma come soggetto politico. L’Unione Europea non ha reagito in modo unitario alla vicenda Venezuela. Il risultato è un precedente politico: se una parte dell’Europa sceglie il silenzio e un’altra parte – come nel caso dell’Italia – arriva a leggere l’operazione come “legittima difesa”, allora l’Europa manda un messaggio implicito: la sovranità è negoziabile se l’attore è “amico” o se l’azione è presentata come necessaria.
Ma se questa logica dovesse spostarsi sulla Groenlandia, cioè su un territorio che tocca il perimetro politico europeo, cosa farebbe l’UE? Reagirebbe come blocco o come somma di capitali? E soprattutto: con quale credibilità, dopo aver accettato che il principio valga a geometria variabile? Questo è il rischio reale: non solo perdere peso internazionale, ma perdere la capacità di distinguere tra interesse e subordinazione. In un mondo di sfere, chi non definisce la propria sfera diventa parte di quella altrui.
Il prezzo della non-scelta
Il Sudamerica è “più cinese che americano” non perché la Cina abbia piantato bandiere, ma perché ha costruito dipendenze e interdipendenze. Ed è proprio questo che spiega la reazione americana: non un capriccio regionale, ma una controffensiva su un nodo che Washington non può permettersi di perdere senza effetti a catena. Il punto, però, è che ogni controffensiva crea precedenti. E ogni precedente, se accettato, diventa un pezzo di dottrina. Caracas non è solo un evento: è un segnale di mondo. Un mondo in cui il diritto viene usato quando serve e ignorato quando ostacola, e in cui le risorse strategiche contano più delle dichiarazioni valoriali. Taiwan, Venezuela, Donbass, Groenlandia sono lo stesso test ripetuto in luoghi diversi: chi può rompere le regole, chi può riscriverle, e chi è costretto ad adattarsi. L’Europa, se resta divisa, non sceglierà la neutralità. Sceglierà – senza dirlo – di essere scelta, di essere ancora più subordinata e oppressa.