Il Minnesota è vicino all’approvazione di una legge sui matrimoni per persone dello stesso sesso. Sarà il dodicesimo stato degli USA e la parola definitiva sarà detta il prossimo lunedì. La cosa non dovrebbe nemmeno essere giustificata, piuttosto il contrario.

È una questione di giustizia e di uguaglianza, che non toglierebbe nulla a nessuno. Il divieto, invece, esclude alcune persone dall’accesso ad alcuni diritti in base alle preferenze sessuali: posso sposare Francesco, ma non posso sposare Francesca. A meno che – come di recente è stato stabilito – io non sia un parlamentare e allora ancora non posso sposarmi ma posso usufruire dell’assistenza sanitaria (e quello che non va bene non è che vi siano più diritti, ma che non siano validi per tutti. Cioè che il more uxorio valga solo in un certo luogo e non in un altro).

L’analogia più potente è quella con il divieto di matrimoni interrazziali d’un tempo e con i presunti argomenti di chi vi si opponeva in nome di qualche sacralità da rispettare. Argomenti che oggi si ripetono meccanicamente contro l’uguaglianza e che sono ridicoli.Dalla famiglia “tradizionale” a quella “naturale” il campionario di invocazioni è abbastanza vario, ma sostanzialmente animato dallo stesso scheletro: la discriminazione. Superfluo sottolineare che se io potessi sposare Francesca non minaccerei il tuo matrimonio, né il tuo celibato, né la tua indecisione.

Mentre in Minnesota legiferano sull’uguaglianza, qui in Italia si svolge la “Giornata internazionale della famiglia 2013” (Roma, Palazzo Rospigliosi). Dal sito si può leggere che “La giornata, organizzata dal Forum delle Associazioni Familiari in collaborazione con la Fondazione Roma Terzo Settore, sarà approfondita attraverso l’intervento di numerose personalità provenienti da istituzioni, parti sociali e imprenditoriali sviluppandosi attraverso due momenti di confronto” (il programma completo lo si può scaricare alla fine della pagina). A leggere chi sono gli organizzatori si ripensa immediatamente al Family Day – quella celebrazione un po’ buffa un po’ surreale della Famiglia con la F, che potrebbe avere come slogan “di Famiglia ce n’è una, tutte le altre son nessuno”, e la Famiglia è quella che dicono loro: moglie geneticamente femmina (XX), marito geneticamente maschio (XY), prole possibilmente numerosa e concepita senza diavolerie tecniche. E basterebbe guardarsi intorno per rendersi conto della varietà dei modelli familiari e della vacuità del modello unico, manco fosse un odioso balzello.

Più di tanti ricordi e discorsi, a essere sintomatico della palude in cui ci troviamo sono le parole di Maurizio Sacconi, già indimenticabile per le sue dichiarazioni su Eluana Englaro quando era ministro del Welfare, firmatario di un atto che rendeva illegale sospendere la nutrizione artificiale, nonostante la decisione del giudice, e che ha avviato un’indagine per violenza privata. Sacconi fa anche riferimento all’assicurazione sanitaria tra le mura della Camera dei deputati – “non mi straccio le vesti perché rispetto le relazioni affettive”, ci rassicura. Però – c’è sempre un però – invoca le conseguenze di una decisione del genere al di fuori, ovvero se dovessimo replicare quel modello di uguaglianza anche tra i non deputati, pensione di reversibilità compresa (e tasto dolente sul piano della spesa pubblica).

“La difesa dell’unicità dell’istituto matrimoniale è la difesa del nostro modello sociale”, chiarisce. E questa è l’unica obiezione comprensibile (non giusta, perché sarebbe la giustificazione del mantenimento di una discriminazione, ma almeno si capisce che se apriamo i confini servono più soldi e già di soldi non ce ne sarebbe abbastanza). Ma Sacconi si spinge oltre, affermando che è giusto riconoscere “come dice la carta costituzionale solo la famiglia naturale, la società naturale”.

E questo è davvero semplicistico e forzato, perché presuppone l’interpretazione della famiglia “naturale” come quella che dice lui, l’automatica esclusione delle altre e l’impossibilità di un cambiamento sociale (dell’articolo 29 della Costituzione, che parla di “coniugi” senza nominarne il sesso, si può leggere qui). Poi ribadisce la necessità che nella dimensione pubblica vi sia una “promozione dei principi etici della tradizione” – e mi piacerebbe sapere a quale tradizione fa riferimento, perché di per sé la tradizione non è né buona né cattiva, ma solo ciò che è accaduto per un certo periodo di tempo. La tradizione a lungo è stato il matrimonio riparatore o l’istituto della dote – di cui non c’è da andare fieri.

In conclusione, dopo un accenno alla famiglia come scheletro del welfare e delle imprese (“modello di capitalismo familiare, che affronta le fatiche dello startup come nessuno mai"), ecco un’amara constatazione di Sacconi, o meglio un avvertimento: “del resto il catalogo (le fattispecie di famiglie possibili, nda) è completo, mancano solo gli animali”.