Il medico che lanciò l’allarme dal barcone: “L’Italia ha lasciato annegare i miei bimbi”
“Penso che ci abbiano lasciato affondare e che credessero che poi nessuno avrebbe raccontato la storia. Non mi so dare altre spiegazioni”. Parole dure quelle di Mohanad Jammo, il medico siriano di 44 anni, direttore dell'unità di terapia intensiva dell'ospedale di Aleppo, autore della celebre telefonata alla Guardia Costiera nella quale dava l’allarme dal peschereccio carico di migranti partito dalla Libia che stava imbarcando acqua e che dopo poche ore si sarebbe capovolto. Era l’11 ottobre 2013: quel giorno in mare persero la vita 268 persone, tra cui una sessantina i bambini, tra i quali Mohamad, 6 anni, e il fratellino Nahel, 9 mesi, due dei tre figli di Mohanad Jammo. Il drammatico audio della chiamata, pubblicato nei giorni scorsi dall’Espresso, è diventato virale.
Mohanad ora vive in Germania con la moglie e l'unica figlia sopravvissuta. Repubblica ha intervisto il medico siriano:
Ha visto il video, ha risentito la sua voce?
"Sì, ho visto il film. Ma mi lasci dire, anche se sapevo che c’era stata qualche negligenza nei soccorsi, mi ha scioccato. Non immaginavo che qualcuno potesse sostenere di voler salvare centinaia di persone con la sua sola decisione, semplicemente lasciandole morire".
Nelle sue chiamate lei ripete più volte di essere un medico. Cosa si aspettava di ottenere?
"Credibilità. Continuavo a dichiarare che sono un medico, sperando di ottenere credibilità perché sentivo che il destinatario delle mie chiamate non prestava molta attenzione a quello che stavo dicendo.
Nonostante quello che è successo, Mohanad afferma di non essersi mai pentito per aver messo piede su quel barcone con tutta la sua famiglia. E anzi lo rifarebbe:
Cosa le è rimasto dentro di quel viaggio?
"Senta, io sono scappato dalla guerra perché non sono un fighter, un combattente. Io non posso combattere contro nessuno. Un essere umano non è un nemico. No, io sono un medico. Lavoro nel mio campo, conosco a fondo la mia specializzazione e questo è tutto ciò che posso fare. Ma vivere nel mezzo dei combattimenti, no, non posso. Non c'è nulla che possa valere la pena tanto da lasciare le nostre famiglie per andare in guerra".Salirebbe a bordo di un barcone se si trovasse oggi dall'altra parte del Mediterraneo?
"La mia meta era trovare una vita migliore per i miei bambini. Ora, nonostante quello che è successo, la penso allo stesso modo e prenderei le stesse decisioni. Non cambierò i miei principi e non darò mai il mio sostegno a nessuna parte in nessuna guerra. Non credo nella guerra".
Il medico siriano parla anche delle polemiche di questi anni legate al massiccio arrivo di profughi in Europa:
Mi spiace, ma non credo in queste definizioni, così come non credo nei confini. Chi dà a lei il diritto di vivere e lavorare qui e di respingermi? Chi pensa che i problemi nelle altre parti del mondo siano isolati da quello che succede qui si sbaglia. Così come credo che i governi di molte nazioni europee abbiano un ruolo enorme, negativo o positivo, in ciò che sta succedendo là".