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I nuovi dazi di Trump all’Europa sono inutili e lui lo sa: l’esperto spiega qual è il suo vero piano

Donald Trump, incassata la bocciatura della Corte Suprema, ha rilanciato con nuovi dazi. Ormai, però, l’economia mondiale ha imparato ad adattarsi, e verso l’Ue i dazi sono un’arma particolarmente debole. Fanpage.it ha chiesto all’economista Massimiliano Marzo perché il presidente Usa insista: il motivo, secondo lui, è che Trump punta a un modello radicalmente diverso di gestione della politica economica.
Intervista a Massimiliano Marzo
Docente di Finanza internazionale all'Università di Bologna
A cura di Luca Pons
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Nel giro di poche ore, la settimana scorsa, Donald Trump ha incassato la bocciatura della Corte Suprema su buona parte dei suoi dazi e ha rilanciato, imponendo nuove tariffe globali. Al di là delle dichiarazioni spavalde, però, è chiaro che finora le tariffe abbiano avuto poco successo. Il loro peso ricade soprattutto sulle aziende statunitensi, più che sui Paesi colpiti. Ora si apre da una parte il fronte delle imprese che chiederanno di essere risarcite per i dazi illegali versati, dall'altra il dibattito su come affrontare le nuove imposizioni di Trump. Anche perché avranno una durata limitata: cinque mesi, poi dovranno essere sostituite da altre.

Fanpage.it ha intervistato il professor Massimiliano Marzo, coordinatore del corso di laurea magistrale in Economia e management all'Università di Bologna. Secondo l'economista i dazi non sono l'unico aspetto della politica economica di Trump su cui bisognerebbe concentrarsi. Sono solo uno dei segnali di un cambiamento più radicale, che il presidente sta portando avanti (ma che non ha inventato) e che coinvolge anche la Federal Reserve.

Professore, la sentenza della Corte Suprema è stata una sconfitta per Trump e la sua politica economica?

Formalmente sì, perché Trump aveva puntato molto su queste tariffe e la sentenza è un chiaro disconoscimento delle sue azioni. Nei fatti no, perché l'impatto dei dazi è stato ben al di sotto delle aspettative, circa 200 miliardi di dollari.

Perché non hanno avuto l'effetto che molti temevano?

Ci sono diversi motivi. Le aziende hanno compresso i loro margini di guadagno all'importazione e all'esportazione per far fronte alle tariffe, questo ha contribuito. Certo, gli importatori americani hanno pagato in maniera abbastanza forte, e c'è stato comunque un impatto sul consumatore, ma meno pesante di quello che ci si aspettava.

Trump ha risposto subito con nuovi dazi ‘globali', entrati in vigore pochi giorni fa, che presto potrebbero salire al 15%. Cosa dobbiamo aspettarci questa volta?

Non dico che non ci sia di che preoccuparsi, ma sono tariffe meno alte di quelle che aveva previsto un anno fa. Certamente ci sarà un impatto – sulle aziende e i consumatori statunitensi e, a catena, sugli esportatori europei. Ma sarà meno spiazzante. Le aspettative delle imprese e delle economie mondiali si sono ormai aggiustate sulla base dei dazi.

Peraltro, le tariffe di questo tipo sono molto più efficaci in regime di cambio fisso (come tra Stati Uniti e Cina) piuttosto che quelli a cambi flessibili (come tra Stati Uniti e Unione europea). Quindi già in partenza, per Donald Trump, colpire l'Europa con i dazi non è una mossa vincente.

Se allora l'impatto dei dazi è così limitato, e con l'Europa anzi risultano quasi inutili, perché Trump insiste? 

Teniamo conto che i dazi sono solo la conseguenza di un atteggiamento più generale di Trump. La stampa sta parlando molto, forse anche troppo, di queste tariffe, ma in realtà il tema è più ampio.

Qual è secondo lei l'obiettivo più generale di Trump?

La revisione della gestione della politica economica americana, per come è stata governata dal secondo dopoguerra ad oggi. Così come la presidenza Trump ha ‘interrotto' le regole di governo del mondo nella politica internazionale – penso al ruolo degli Usa nella Nato, ma gli esempi si sprecano – lo sta facendo anche in campo economico.

Anche perché c'è un dibattito, in atto da ben prima dell'arrivo di Trump, sul fatto che forse il modello degli ultimi quarant'anni non funziona più così bene. Guardando la questione con una lente più ampia, nel quadro si inserisce anche l'ostilità del presidente nei confronti della Federal Reserve.

In che senso? 

Bisogna fare due premesse: la prima è che i dati ufficiali ci mostrano che l'economia statunitense sta andando piuttosto bene. Nell'ultimo anno il reddito disponibile è cresciuto dello 0,4%. Quindi, gli economisti che sostenevano che la linea di Trump avrebbe distrutto gli Stati Uniti sono stati smentiti.

La seconda è che, dagli anni Cinquanta a oggi, il modo di governare l'economia è cambiato. È ormai chiaro che ci sia bisogno di strumenti e di approcci diversi.

Di quali cambiamenti si parla?

Ad esempio, appunto, il superamento della netta indipendenza tra Banca centrale e governo. È un tema molto sentito nel dibattito accademico americano, non è una cosa che ha inventato Trump.

Gli attacchi del presidente Usa al governatore della Federal Reserve, quindi, sarebbero motivati dalla volontà di cambiare il rapporto tra governo e Banca centrale?

Trump è molto sopra le righe, su questo non c'è nessun dubbio. Il dibattito però, tra gli economisti, c'è da tempo ed è strutturale. Non su quanto debba essere indipendente o meno la Banca centrale, ma su quale sia il suo mandato e chi debba darglielo.

Da decenni c'è una netta separazione, si può dire che la mano destra non sa quello che fa la sinistra. La Banca centrale si occupa della moneta, lo Stato si occupa della politica fiscale. Questo sistema, oggi, non funziona più. Forse gli obiettivi della Banca centrale dovrebbero essere discussi dalla politica, come avviene con le grandi leggi che governano uno Stato. Qui si concentra il dibattito.

Insomma, Trump starebbe ‘accelerando' un processo già in corso, sulla gestione dell'economia?

Sì, consapevolmente o meno sta interpretando a modo suo un tema molto dibattuto, e non solo negli Stati Uniti. Lo si vede anche in Europa.

Qui non abbiamo Trump, eppure la Banca centrale europea è in difficoltà. Negli ultimi anni i governi europei hanno iniziato a criticare apertamente le decisioni di politica monetaria. In parte perché la presidente Christine Lagarde ha sbagliato qualche mossa e ha perso un po' di credibilità. Ma anche perché si inizia a pensare che forse il mandato della Bce vada rivisto.

Ora che abbiamo chiarito la situazione più generale, la riporto alla questione dei dazi. Quelli attualmente in vigore dureranno solo per cinque mesi, e intanto l'amministrazione Trump ha detto che ne preparerà degli altri. A chi fa più danni questa incertezza continua, all'Europa o all'America?

Entrambe. È una situazione non dissimile da quella che abbiamo vissuto negli anni Novanta, prima che iniziasse la progressiva regolamentazione del commercio internazionale.

All'epoca c'era un forte grado di incertezza sui dazi, sulle restrizioni alle importazioni… C'erano periodi in cui le aziende agroalimentari italiane potevano esportare il prosciutto o il formaggio negli Usa, altri in cui non potevano perché partiva un blocco per presunti motivi sanitari, ad esempio. Il problema è che, rispetto ad allora, oggi le economie sono molto più interdipendenti.

L'Unione europea aveva firmato un accordo commerciale con gli Usa, la scorsa estate, sotto la pressione delle tariffe. Con il senno di poi, è stato un errore?

Probabilmente bisognava aspettare, ma era difficile immaginare che sarebbe arrivata questa sentenza. Non credo che l'Europa abbia fatto male a negoziare, con gli elementi che avevamo a disposizione allora, in un momento così complicato per le tensioni geopolitiche e non solo. È inutile nascondere che oggi l'economia europea dipende strutturalmente da quella americana, non tratta da una posizione di forza.

Una questione che resta in sospeso per molti imprenditori è quella dei risarcimenti. Le aziende che per quasi un anno hanno pagato delle tariffe che erano illegali, ora, vogliono essere rimborsate dal governo statunitense. Come pensa che andrà a finire?

Tutte le volte che una questione economica si risolve in un tribunale, abbiamo perso. Ci sono delle cause per il fallimento Madoff, avvenuto nel 2008, che sono in corso ancora oggi. I precedenti ci dicono che, comunque si risolva sul piano giudiziario, il risarcimento che potranno ottenere le imprese – al netto dei costi sostenuti, del tempo investito e così via – sarà tutt'altro che completo.

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