Una strada di Port–au–Prince, capitale di Haiti, distrutta dal terremoto del 12 gennaio 2010 (International Rescue Committee)
in foto: Una strada di Port–au–Prince, capitale di Haiti, distrutta dal terremoto del 12 gennaio 2010 (International Rescue Committee)

Martedì 12 gennaio 2010 un terremoto di magnitudo di 7.0 devasta Haiti, uno dei Paesi più poveri al mondo. La scossa principale si verifica poco dopo le 16 e 53 ora locale (le 22:53 in Italia) con l’epicentro localizzato a circa 25 chilometri della città di Port-au-Prince, capitale dello Stato caraibico. Gli effetti del sisma sono terribili: il bilancio ufficiale è di 222.570 vittime, secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari. Oltre ai morti, il terremoto provoca più di 300mila feriti e oltre 1,5 milioni di sfollati.

Nei giorni seguenti al disastro, tutta la comunità internazionale si mobilita per prestare soccorso alla popolazione haitiana. Anche l’Italia si muove con estrema tempestività: a sole 26 ore dal disastro, infatti, arrivano ad Haiti le prime squadre formate da personale della Protezione civile, Vigili del Fuoco, Croce Rossa e dell'Esercito. Molte altre organizzazioni umanitarie di tutto il mondo, tra cui Medici senza frontiere, sono impegnate nei primi soccorsi ai superstiti della calamità. Si scava anche a mani nude per rimuovere le macerie alla ricerca delle persone intrappolate sotto gli edifici crollati.

I danni materiali sono ingentissimi: il 60% delle strutture sanitarie sull’isola sono distrutte. Interi quartieri della capitale ridotti ad un cumulo di macerie. La distruzione non risparmia neppure il Palazzo nazionale di Haiti, residenza ufficiale del presidente della Repubblica, la sede dell'Assemblea nazionale e la cattedrale di Port-au-Prince. Le principali infrastrutture, tra cui la torre di controllo dell’aeroporto internazionale Toussaint Louverture, sono a pezzi rendendo ancora più difficili i soccorsi e la distribuzione degli aiuti umanitari. Devastato anche il quartier generale della missione di pace delle Nazioni Unite sull’isola (Minustah) e la maggior parte del personale disperso. Tra i morti si conta anche Hédi Annabi, diplomatico tunisino a capo della missione Onu, e l'arcivescovo Joseph Serge Miot.

Il 2010 è particolarmente orribile per Haiti: dopo il terremoto, scoppia sull’isola un’epidemia di colera. Parte della popolazione crede l’infezione sia partita dal accampamento del Nepal, parte della missione Onu. Di sicuro, le precarie condizioni igieniche dovute al sisma contribuiscono alla diffusione della malattia. Il 20 ottobre di quell'anno, il focolaio di colera è confermato ad Haiti per la prima volta in oltre un secolo. Si ammalano oltre 665mila persone e 8.183 perderanno la vita.

10 anni dopo: Haiti di nuovo al bordo del collasso

Il Marché en Fer (mercato di ferro) di Port–au–Prince, distrutto da un incendio nel 2018 (Gettyimages)
in foto: Il Marché en Fer (mercato di ferro) di Port–au–Prince, distrutto da un incendio nel 2018 (Gettyimages)

Sono passati dieci anni da allora e molto è stato fatto per ricostruire i danni provocati dal sisma. Tuttavia, della pioggia di miliardi promessi (gli aiuti ammonteranno a 6,4 miliardi di dollari), solo una minima parte è finita ad Haiti. Il sostegno finanziario internazionale, insomma, si è volatilizzato, così come l’attenzione mediatica sul post-terremoto. Quella che è rimasta, invece, è la miseria in cui ancora vivono milioni di haitiani. Secondo la Banca mondiale, Haiti è il Paese più povero dell’emisfero occidentale, con un reddito pro capite di 870 dollari. Oltre 6 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà con meno di 2,41 dollari al giorno (circa il 41 per cento della popolazione), e 2,5 milioni cadono addirittura nella penuria estrema con poco più di un dollaro al giorno.

“Sotto molti aspetti – scrive Medici senza frontiere nel suo rapporto “Haiti 10 anni dopo” – il Paese e la sua capitale Port-au-Prince si sono ripresi nel decennio successivo al terremoto. Le strade sono state sgombrate, molti edifici sono stati ricostruiti, le imprese sono state riaperte e un la maggior parte delle persone è stata trasferita in alloggi più sicuri”. “Dietro a questi miglioramenti – avverte però Msf – le cicatrici del disastro sono ancora presenti”. A preoccupare Medici senza frontiere, presente sull’isola caraibica dal 1991, è proprio il precario sistema sanitario haitiano. “Dieci anni dopo, la maggior parte delle organizzazioni medico-umanitarie ha lasciato il paese e il sistema sanitario di Haiti è ancora una volta sull’orlo del collasso nel mezzo di una crescente crisi politica ed economica”, dichiara la dottoressa Claudia Lodesani, in prima linea nei soccorsi del dopo terremoto a Port-au-Prince e presidente di Medici senza Frontiere (Msf).

Proteste e disordini contro il carovita

Ad Haiti, gli ultimi mesi del 2019 sono stati contrassegnati da violenti disordini (Jeanty Junior Augustin/Msf)
in foto: Ad Haiti, gli ultimi mesi del 2019 sono stati contrassegnati da violenti disordini (Jeanty Junior Augustin/Msf)

La mancanza di beni di prima necessità e di opportunità di lavoro, unite alla corruzione e al carovita, hanno provocato violente proteste negli ultimi mesi del 2019. Un’insoddisfazione generale alimentata anche dalle promesse mancate del dopo terremoto. Dal luglio 2018, le prime manifestazioni contro l’aumento dei prezzi del carburante, sono andate degenerando in veri e propri disordini contro il governo che hanno causato diversi morti. Migliaia di haitiani hanno cominciato a bloccare le strade della capitale con barricate, chiamate “peyi lok”, fatte di pneumatici bruciati, cavi e persino muri costruiti durante la notte. Una rabbia provocata anche dalla lotta quotidiana di migliaia di famiglie per riuscire a sfamare i propri figli o poter pagare farmaci che, dopo l’aumento del 33%, sono diventati troppo costosi per la maggior parte degli haitiani. “Nel dipartimento meridionale – denuncia Msf – le nostre équipe impiegano a volte anche più di 5 ore prima di trovare un ospedale in grado di ricoverare i pazienti più critici. Nel nord, abbiamo dovuto sospendere le attività rivolte alle vittime di violenza sessuale e di genere a causa di problemi di accesso e per la mancanza di carburante nell'area”.

Haiti, anche prima del terremoto del 2010, era una delle nazioni più povere al mondo. Il sisma ha distrutto non solo le case e le città haitiane, ma si è portato via anche la speranza di un futuro migliore. Dopo il cataclisma, per gli abitanti dell’isola non c’è stata quella ripresa tanto promessa. Al contrario, gli anni successivi sono stati contrassegnati da continue privazioni e umiliazioni. Come lo scandalo di centinaia di bambini nati da abusi commessi dai Caschi blu dell'Onu nei confronti di giovani donne, in molti casi appena adolescenti. “Il sostegno internazionale che il Paese ha ricevuto, o che è stato promesso in seguito al terremoto, è ormai in gran parte esaurito o non si è mai concretizzato”, afferma Sandra Lamarque, capo missione di Msf ad Haiti. “L'attenzione dei media si è spostata altrove – conclude Lamarque – mentre la vita quotidiana per la maggior parte degli haitiani diventa sempre più precaria a causa dell’inflazione galoppante, della mancanza di sviluppo economico e delle continue ondate di violenza”.