Mohammad Hussein Rasho, giornalista curdo-siriano, è morto questa mattina all'ospedale di Tal Tamer. Il corrispondente di Çira TV, un canale yazida, era rimasto gravemente ferito durante l’attacco dell’aviazione turca nel nord-est della Siria avvenuto domenica. Rasho, originario della città di Afrin, era a bordo di un veicolo assieme ad altri giornalisti, civili e miliziani curdi che si stavano dirigendo da Qamishlo a Serekaniye, lungo il confine. Il convoglio è stato centrato in pieno dai jet turchi. Una strage che ha causato la morte di 14 persone e una ventina di feriti.

Con Rasho salgono a due i giornalisti uccisi nel bombardamento. Nel raid di ieri ha perso la vita anche Saad al-Ahmad, corrispondente di Hawar News Agency. A dare per prima la notizia dell’uccisione del reporter è stata Stéphanie Perez, inviata di France 2, sopravvissuta per poco al raid aereo. “Eravamo nel convoglio di civili curdi presi di mira dalle forze turche a Ras al-Ain – ha riferito la giornalista francese – la nostra equipe sta bene, ma ci sono nostri colleghi morti”.

A lottare tra la vita e morte ci sono anche altri giornalisti: Mehmet Akinci, che si trova ricoverato nell'ospedale di Tal Tamer. La conferma arriva da Hawar News per la quale lavora Akinci. L’altro reporter gravemente ferito è Delsoz Yousef, dell’agenzia siriana North Press.

I reporter erano partiti da Qamishlo ed erano diretti a Serekaniye, città sotto attacco dell’Esercito libero siriano, i miliziani schierati da Ankara a fianco delle truppe turche nell'invasione del nord-est della Siria. Le immagini dell'attacco mostravano corpi straziati riversi per strada tra i veicoli in fiamme. Alcune delle vittime sono miliziani curdi armati, che avevano l’incarico di scortare e proteggere il convoglio dei giornalisti.

Raccontare il conflitto nel Paese mediorientale continua ad essere una trappola mortale per i reporter. In Siria, da quando è iniziata la guerra nel 2011, sono 129 i giornalisti uccisi. Ma a morire sono stati anche centinaia di media attivisti, cittadini comuni armati solo di telecamera che con il loro sacrificio hanno permesso al mondo di conoscere la reale portata della carneficina siriana.