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21 Giugno 2022
10:58

I salari italiani sono tra i più bassi d’Europa e la differenza tra Nord e Sud è abissale

Secondo l’ultimo studio di JobPricing i salari italiani sono all’11esimo posto su 17 nell’Eurozona e 25esimi tra i Paesi Ocse, con migliaia di euro di differenza sulla Ral tra Nord e Sud.
A cura di Giacomo Andreoli
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Con gli stipendi di marzo vengono sbloccati i nuovi aumenti Irpef comunali e Regionali previsti dalla manovra Tremonti, i Comuni avranno la possibilità di applicare aliquote differenti che influiranno su stipendi e pensioni a seconda della residenza dei cittadini.

Tra gli ultimi in Europa. I salari italiani non solo sono fermi e anzi sono diminuiti negli ultimi 30 anni, ma risultano anche tra i più bassi del Vecchio Continente. Secondo l'ultimo report semestrale dell'Osservatorio JobPricing gli stipendi del nostro Paese sono infatti all'11esimo posto su 17 nell'Eurozona e 25esimi su 36 tra i Paesi Ocse. La retribuzione media, a parità di potere d'acquisto tra tutti i Paesi del mondo, da noi è poco superiore alla soglia dei 35mila euro. La media Ocse è però superiore ai 46mila euro, con una differenza molto ampia. Per questo anche le autorità europee chiedono all'Italia un intervento ad hoc.

Guardando poi all'effettivo salario loro annuo la media nazionale 2021 è di 29.301 euro. Il livello per i dirigenti è di 101.649 euro, per i quadri di 54.519 euro, gli impiegati si attestano a 30.836 e gli operai a 24.787 euro. Quello dei servizi finanziari è il settore meglio pagato e con il maggiore tasso di crescita tra 2015 e 2021. La regione con gli stipendi più alti è la Lombardia (Ral 31.553 euro), seguita da Trentino-Alto Adige (31.001 euro) e Liguria (30,223 euro). Agli ultimi posti Calabria (25,438 euro) e Basilicata (24,956 euro).

Fanno peggio di noi, quanto a valore medio delle retribuzioni, solo Paesi come Grecia, Portogallo, Polonia e Ungheria, dove notoriamente il costo del lavoro, ma anche della vita, è nettamente più basso. Tra gli Stati Ue, poi, l'Italia è l'unico in cui i salari sono scesi tra il 1990 e il 2020, precisamente del 2,9%. Con l'inflazione che continua a crescere (a maggio è arrivata al 6,8% su base annua), gli italiani perdono quindi sempre più potere d'acquisto. Ma l'erosione della ricchezza reale dei nostri lavoratori non è un fenomeno dell'ultimo anno. Tra il 2015 e il 2021, infatti, i prezzi sono aumentati del 4,7%, per dinamiche che non dipendono esclusivamente dal Covid.

Il coronavirus ha invece influito in modo molto diverso sulla retribuzione dei vari tipi di lavoro in Italia. Tra 2020 e 2021 sono aumentati gli stipendi nel settore media e comunicazione, informatica, edilizia, agricoltura, mentre sono scesi nella moda, nel turismo, nelle assicurazioni e a sorpresa nella farmaceutica e nelle biotecnologie. In un anno è poi cresciuto il divario di genere nei salari, passando dal 12,8% al 13,9%.

L’Italia, nel confronto tra gli Stati membri dell'Ue, è il Paese con la percentuale minore di salari bassi (3,7%), ma allo stesso tempo con la percentuale minore anche di salari alti (19%). C'è poi una differenza di reddito molto importante tra Nord e Sud. La variazione di Ral è di circa 3.800 euro. Tra Nord e Centro il differenziale non arriva a mille euro. Al Nord si guadagna il 3,3% in più rispetto alla media nazionale, al Sud e nelle isole il 9,7% in meno. Risultano quindi decisamente alte le tasse sul lavoro. L’Italia si posiziona infatti al 6° posto in Europa per peso del cuneo fiscale medio (46%).

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