Mettiamo subito centomila mani avanti: gli Usa non sono l’Italia, Meloni non è Trump, e le elezioni di metà mandato americane non sono le elezioni politiche italiane.
Però.
Però i cicli politici globali sono strani. Fino a due mesi fa, dopo il trionfo di Alternative fur Deutschland in Sassonia Anhalt sembrava che il mondo dovesse marciare al passo dell’oca per i prossimi decenni. Mentre nel giro di due settimane, la sconfitta di Bolsonaro contro Lula in Brasile, la possibile caduta di Netanyahu in Israele e il fragoroso tonfo di Trump negli Stati Uniti consegnano all’Italia e all’Europa un quadro, se non completamente, almeno un po’ diverso.
Prima lezione, quindi: la svolta a destra non è un destino ineluttabile. Il nazionialismo di matrice trumpiana che ha plasmato a sua immagine e somiglianza le destre di mezzo mondo dal 2016 almeno è un gigante dai piedi d’argilla, la cui proposta politica è piena di contraddizioni che, inevitabilmente, finiscono per esplodere. È isolazionista ma si infila in mille guerre. e non riesce a uscirne. È nazionalista, ma finisce per allearsi con trilardari come Musk e Thiel che hanno come obiettivo la distruzione degli Stati. Si definisce amica del popolo, ma – per l’appunto – è sfacciatamente al servizio del grande capitale, sia esso quello del petrolio, delle armi o delle big tech..
Seconda lezione, corollario della prima: alla sinistra, per vincere, basta fare la sinistra. Negli Stati Uniti si chiama affordability, da noi potremmo chiamarla “lotta al carovita”. O banalmente, occuparsi di chi ha bisogno. Dentro ci sono i supermercati pubblici e la lotta agli affitti brevi e alle seconde case vuote del sindaco di New York Zhoran Mamdani, le proposte sulla scuola del texano James Talarico, la sanità per tutti del neo-senatore del Michigan Abdul El-Sayed, la detassazione di insegnanti e consumatori poveri della neo governatrice della Georgia Keisha Lance Bottoms.
Terza lezione, corollario della seconda: non contano i capi o i perimetri delle coalizioni, ma cosa si fa. Dentro la nuova sinistra che vince c’è di tutto: ci sono vecchi socialisti ebrei come Bernie Sanders e nuovi socialisti musulmani come Mamdani. Ci sono figure che appartengono all’establishment come il governatore della California Gavin Newsom e l’ex vicepresidente Kamala Harris, e c’è Alexandria Ocasio Cortez che della lotta all'establishment ha fatto la sua bandiera. C’è Barack Obama che fa campagna elettorale per chi come El Sayed l’ha criticato aspramente fino all’altro ieri. Non vuole dire essere contraddittori, questo, ma plurali. Concentrati sulle cose da fare e sulle cose che uniscono, non sulle differenze. Ah, dimenticavo: non c’è un leader, o un capo. Ma la cosa non sembra essere in cima al pensiero di tutti.
Quarta lezione, la più importante: la destra non è ineluttabile, ma non è morta. Trump sembrava finito già nel 2020 e sappiamo com’è andata. E a differenza di allora, ha il capitale che è tutto – in blocco o quasi – dalla sua parte: dai petrolieri che non vogliono la transizione alle rinnovabili, alle lobby della difesa che vogliono che la corsa agli armamenti continui, sino alle big tech che chiedono zero tasse e zero regolamentazione per competere contro la Cina, È un blocco di potere che ha in mano le piattaforme, i social, i giornali e le televisioni, e che sta inondando e inonderà di denaro Trump e i repubblicani. Ci proveranno in ogni modo, e già ci stanno provando, anche in Italia, a inventarsi nuove emergenze e nuovi nemici – rigorosamente poveri e stranieri – per darli in pasto all’opinione pubblica.
L’unico modo per evitare che ci riescano? Di nuovo: non farsi distrarre e occuparsi dei più deboli.
Sembra facile a dirla così, no?