
Netanyahu ha la maggioranza relativa, ma ha bisogno di nuovi alleati. Eisenkot e le opposizioni hanno la maggioranza assoluta, ma è dura si mettano tutti d'accordo. Le elezioni di mid-term negli Usa e quel che accadrà dopo potrebbero cambiare tutto. Ne parliamo con l'inviata de La7 in Medio Oriente
Insomma, chi ha vinto le elezioni in Israele? E cosa succederà adesso?
È la domanda che ci stiamo facendo un po’ tutti, dalla sera del 27 ottobre scorso. Perché sì, le elezioni in Israele, dopo il 7 ottobre, dopo la carneficina a Gaza, dopo la guerra all’Iran sono diventate un affare globale. E perché sì, tutto il mondo si chiedeva se Benjamin Netanyahu, il premier eterno di Tel Aviv, Bibi l’Americano, l’uomo che sussurra a Trump, sarebbe rimasto in sella. O se, invece, sarebbe stato disarcionato da Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore, l’uomo che ha perso un figlio a Gaza, il paladino delle famiglie degli ostaggi del 7 ottobre.
Torniamo al 27 ottobre, ora. Perché a urne aperte, coi risultati delle elezioni israeliane davanti agli occhi tutti ci hanno voluto tutti vedere qualcosa, molto spesso quel che desideravano.
Ad esempio: il Likud è il primo partito e la coalizione di Netanyahu, che comprende anche l’estrema destra di Smotrich e Ben Gvir ha 53 seggi, contro i 48 della coalizione che sostiene Eisenkot. Quindi Netanyahu ha vinto.
O forse no. Forse hanno vinto le opposizioni, anche se hanno perso. Perché Netanyahu aveva la maggioranza della Knesset, il parlamento israeliano, e ora non ce l’ha più.
O forse no. Forse hanno vinto i partiti arabo-israeliani, la Lista Unita e Ra’am, che hanno ben 19 seggi su 100. E rischiano di essere decisivi, nella formazione di un nuovo governo.
O forse hanno vinto Ben Gvir e Smotrich, gli alleati di estrema destra di Netanyahu, che hanno tenuto botta e che adesso, nello stallo, possono soffiare sul fuoco dell’instabilità, per far quel che vogliono in Cisgiordania.
O forse, forse, forse: la vera partita inizia ora. E le elezioni sono servite solamente a dare le carte.
Così fosse, c’è solo una persona che può aiutarmi a dipanare la matassa, e chi ascolta Direct la conosce già. Si chiama Elena Testi, è la corrispondente dal Medio Oriente de La7, ha scritto Genesi, un libro meraviglioso sull’estrema destra israeliana, ed è là, in Israele, da settimane, a raccontare questa lunga campagna elettorale, il voto, e le sue conseguenze.
E allora, partiamo dall’inizio: chi ha vinto queste maledette elezioni israeliane?
Benjamin Netanyahu ha vinto le elezioni. Non le ha vinte il Likud, le ha vinte lui. Perché la sua base lo ha votato in massa, anche in quelle città in cui si pensava che il 7 ottobre potesse in un certo modo aver cambiato le menti. Ad esempio a Sderot, la città del 7 ottobre, Benjamin Netanyahu è stato votato in massa. I bibisti, come vengono chiamati qui in maniera anche dispregiativa a volte dall'opposizione, lo amano, lo venerano e non riescono a vedere i difetti in lui.
Lo trovano un grande statista, un uomo che protegge il paese. Quindi queste elezioni le ha vinte sicuramente Netanyahu. I sondaggi hanno sbagliato, non è la prima volta che succede: accade ad esempio anche nel 2015 quando Netanyahu era dato per morto e lui stesso pensava di perderle quelle elezioni.
Come lo ha pensato questa volta perché ha cercato di rimandarle il più possibile e le ultime 24 ore sono state un continuo di video su Instagram nei quali diceva "Non lasciamo il paese in mano alla sinistra e agli arabi", quindi andate alle urne e votate me.
Parliamone un po' meglio di Netanyahu, allora. Perché in effetti adesso è lui che ha il cerino in mano. Piccole, si fa per dire, note di contesto. Netanyahu è sotto indagine e sotto processo per corruzione e frode ormai da vent’anni. Ha provato a riformare la giustizia, invano. Ha provato a chiedere la grazia, per ora, invano. Ha provato a farla chiedere da Trump, e non ha funzionato nemmeno questo. L’unica ricetta che ha per evitare il giudizio, qualunque esso sia, è restare al potere.
Non solo: Netanyahu è anche accusato di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale, che ha addirittura emesso un mandato d’arresto nei suoi confronti. Nessuno si è mai sognato di arrestarlo, in giro per il mondo, da premier israeliano. Ma cosa accadrebbe se smettesse di avere incarichi istituzionali?
Insomma: che spazi di manovra ha per restare in sella? E chi sono i suoi migliori alleati, in questa fase?
È molto difficile rispondere a questa domanda perché i veri giochi politici in Israele si aprono adesso. È chiaro che bisogna attendere il 4 novembre quando il presidente della commissione Solberg darà i dati ufficiali a il presidente di Israele Isaac Herzog, il quale ascolterà i partiti e dopodiché darà il mandato a chi è in grado di formare una coalizione convincente.
Il mandato potrebbe darlo a Eisenkot. Però potrebbe darlo anche a Benjamin Netanyahu, perché giorni prima del voto circolava la notizia che il primo ministro avrebbe chiesto il mandato qualora fosse risultato il partito con il più alto numero di voti.
Che libertà di manovra ampia in realtà anche se sembra di no perché potrebbe convincere Eisenkot a fare un governo di unità nazionale, quindi sedersi insieme al tavolo e a quel punto estromettere dall'alleanza l'estrema destra israeliana e gli ultraortodossi, anche perché voci della Casa Bianca riferiscono che Donald Trump non vorrebbe in un nuovo governo la presenza di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, ma questo è tutto da vedere.
E poi c'è un fattore di rischio importante che è la guerra in Iran. Ricordo che, insomma, il primo ministro uscente, anche colui che rimane in carica ad interim mentre viene formato il governo e qualora scoppiasse una guerra con l'Iran, chiaramente il clima cambierebbe e si cercherebbe un governo stabile in grado di gestire questa situazione, che è considerata in Israele una situazione di emergenza, per sconfiggere l'antico nemico, cioè l'Iran.
Elena Testi li ha nominati, quindi adesso tocca a loro. Parliamo di Bezalel Smotrich e Itmar Ben Gvir, i due leader della destra destra destra israeliana. I rappresentanti dei coloni e degli estremisti sionisti. Che apparentemente non sono andati benissimo alle elezioni. Si sono presentati divisi e hanno preso 13 seggi, uno in meno di quelli che avevano nella precedente legislatura.
Tanti osservatori li hanno dipinti come i grandi sconfitti, proprio per questo. Non sono decisivi per formare una maggioranza e rischiano di essere esclusi da qualunque trattativa. D’altra parte, però, come tutte le forze estremiste, possono godere del privilegio di rimanere fuori da alleanze eterogenee e pericolanti. E nello stallo possono approfittare del caos. Anzi, meglio: diventare agenti del caos.
Ma, in realtà, Ben Gvir e Smotrich non sono i grandi sconfitti di questa elezione. Anzi. Ben Gvir ha ottenuto sette seggi, Smotrich è riuscito ad ottenere sei seggi, fino a 4 mesi fa Smotrich, stando ai sondaggi, non sarebbe entrato neanche al Parlamento israeliano. Ha rimontato velocemente. E oltretutto non è stata una sconfitta perché i due a differenza delle precedenti elezioni non si sono presentati con un'unica lista. Si sono presentati con due liste separate e nonostante questo hanno ottenuto molti molti seggi e contano in Parlamento perché insieme contano 13 seggi. Alla fine nella scorsa legislatura ne avevano 14.
Ora bisogna capire se Benjamin Netanyahu riuscirà a formare una coalizione di governo anche con loro dentro. Qualora riuscisse a formarla è già chiaro che Itamar Ben-Gvir, ad esempio, aspira a diventare ministro della difesa. Ora capiamo che Itamar Ben-Gvir, ministro della difesa, è un cambio di passo per Israele estremamente importante, ma anche molto molto pericoloso.
Quindi non sono i grandi sconfitti, non sono destinati all'oblio perché la Cisgiordania vota Smotrich mentre la parte razzista che vuole gli arabi, come dicono loro, fuori da Israele, vota Itamar Ben Gvir. Quindi, molto probabilmente, se non li vedremo al governo in questa legislatura, li potremo vedere in una prossima legislatura. Non credo che siano destinati a scomparire.
Non ce ne vogliamo Smotrich e Ben Gvir, ma la notizia, a questo giro, è l'exploit dei partiti degli arabo-israeliani. Che sono più di due in Israele, anche se solitamente, perlomeno all’estero, non se li calcola mai nessuno. A questo giro si presentavano in due liste. La prima si chiama Ra’am ed è guidato da un uomo che si chiama Mansour Abbas.
È un partito moderato, diciamo per semplificare, più liberale degli altri partiti arabo-israeliani sulla presenza di donne e sui diritti Lgbtqi+. È anche un partito che in passato ha dialogato con Netanyahu e che ha presentato candidati ebrei nelle sue liste, cosa che l’ha portato progressivamente a distanziarsi dagli altri partiti arabo-israeliani. Che invece si sono coalizzati in una Lista Comune tra cui il partito più grande è quello di sinistra, che si chiama Hadash.
19 seggi, dicevamo. Quasi il 20% della Knesset. Ma c’è una possibilità che Eisenkot e i suoi alleati trovino un accordo con loro. E se sì, cambierà qualcosa per la Palestina?
Questa è la vera partita, è la partita più difficile. C'è un'inchiesta in corso, quella dello Shin Bet, anche se è stata molto ridimensionata, secondo la quale Qatar e Turchia avrebbero finanziato i partiti per permettere loro di pagare elettori in cambio del voto. Lo Shin Bet, ripeto, l'ha ridimensionata, quindi bisogna capire come verrà conclusa questa indagine, fatto sta che i partiti arabi hanno raggiunto insieme 19 seggi.
Ora va specificato che la lista unita in Israele dagli ebrei israeliani è percepita come la parte che non ha mai realmente rinnegato Hamas, mentre Mansour Abbas che è a capo di Ra'am è percepito un po' come il buono dei palestinesi.
La via è molto molto in salita insomma. L'unico che in questi giorni ha stretto la mano a Mansour Abbas è stato Yair Golan, il leader dei Democratici. Non credo che entreranno all'interno del governo, salvo sorprese. E Israele è un paese in grado, appunto, di regalare grandissime sorprese.
La presenza dei partiti arabi potrebbe esserci con un governo di minoranza, guidato da Eisenkot e un appoggio esterno, ma è molto complesso da realizzare, anche perché dopo il 7 ottobre, soprattutto dopo il 7 ottobre, una parte della popolazione non è pronta a vedere la presenza di partiti arabi al governo e forse neanche con appoggio esterno, nonostante ci sia eh una consistente parte della popolazione che vuole un cambio di passo che vuole un cambiamento.
Potrebbe cambiare qualcosa per la Palestina? Assolutamente sì. Perché sarebbe l'inizio di un dialogo che è ormai interrotto da anni, da prima del 7 ottobre, si è interrotto dalla seconda infesta di fatto e vede in entrambi i popoli una una disillusione nei confronti del processo di pace.
Quindi aprire questa partnership politica significa aprire le porte al dialogo. C'è un precedente storico storico che è quello di Ram nel 2021 nel governo Naftali Bennett, ma era un Israele completamente diversa.
Questa è un Israele più chiusa, molto più sospettosa da parte degli ebrei israeliani nei confronti degli arabi israeliani, che sono comunque 2 milioni di persone in un paese che ne conta 9 milioni.
L’ultima domanda è la più importante di tutte, però. Perché non si può parlare di Israele se non si parla anche degli Stati Uniti d’America. Anche perché alternativamente si dice che Israele è il 51esimo stato americano. O che Netanyahu – ce l’ha detto Rula Jebreal in una recente intervista proprio qui a Direct – è il vero presidente americano.
In ogni caso, martedì prossimo si vota anche negli Stati Uniti d’America per le cosiddette elezioni di metà mandato. Ed è possibile, se non probabile, che Trump perda almeno una delle due camere. Cosa che, almeno in parte, potrebbe indebolire il presidente americano e indurlo a cambiare qualcosa nella sua strategia.
Tutto questo cosa c’entra con Netanyahu e con Israele? Beh, c’entra. Anche solo come esempio: cosa fai quando sei in difficoltà all’interno? Semplice: ti crei un nemico fuori. E l’Iran, dal giorno dopo le midterm potrebbe essere il nemico perfetto per Trump. Ma quindi: è sensato dire che le mid term Usa sono il secondo tempo delle elezioni in Israele? E che ruolo giocheranno gli Usa, se per Trump andasse male?
Sì, è sensato dirlo, anche se il vero protagonista di queste elezioni è sicuramente il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. È molto amato in Israele, e tutti sanno che la guerra con l'Iran può essere combattuta solo se Donald Trump accende il semaforo verde, quindi le elezioni di meglio termine vengono osservate chiaramente anche da Israele con attenzione.
In realtà, però ciò che viene osservato maggiormente è Donald Trump, perché Donald Trump è un uomo forte, è un uomo anche imprevedibile, è un uomo che alla fine ha un rispetto della democrazia molto lontano da quello dei vecchi presidenti degli Stati Uniti d'America e lo dimostra il fatto che a differenza degli altri presidenti, Donald Trump entra a gamba tesa nella vita politica degli altri stati: lo fa in Brasile, lo fa in Germania, lo fa in Italia e soprattutto lo fa in Israele.
Infatti si è intestato la rimonta di Benjamin Netanyahu, il quale è stato sponsorizzato per ben due volte dal presidente degli Stati Uniti d'America.
Posso dire che qui c'è grande attesa per quello che accadrà dopo le elezioni di medio termine perché c'è la sensazione che riprenderà la guerra con l'Iran. Si attende l'arrivo della terza portaerei che dovrebbe arrivare a fine novembre, quindi molti dicono che il conflitto ripartirà a fine novembre, ma c'è invece chi è convinto che addirittura immediatamente dopo le elezioni di medio termine partirà l'attacco congiunto Stati Uniti Israele: le basi sono allertate, qualora ci fosse un'escalation. E quindi sì, la risposta è sì, vengono osservate con molta attenzione, ma viene con maggiore attenzione l'intenzione del presidente degli Stati Uniti d'America e le dichiarazioni che fa.
Appuntamento a martedì 3 novembre, quindi, quando si voterà anche negli Usa. E pure a mercoledì 4 novembre, già che ci siamo, il giorno in cui il presidente Herzog dovrebbe affidare a Netanyahu o a Eisenkot il compito di provare a formare il nuovo governo a Tel Aviv. Come si dice in questi casi, allacciate le cinture.