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È incredibile che della storia di Gino Abazaj non ne parli nessuno, se non Zerocalcare

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La storia di Rexhino “Gino” Abazaj, militante antifascista che rischia 25 anni di carcere in Ungheria, racconta alla perfezione i tempi che stiamo vivendo. Ed è soprattutto una storia di ingiustizia, che racconta le discriminazioni dei giovani che vivono e studiano in Italia, ma non sono italiani. Forse dovremmo occuparcene di più.

Perdonatemi se oggi non sto sulla stretta attualità, ma faccio l’esatto opposto: vi parlo di qualcosa di cui non parla nessuno se non il fumettista Zerocalcare, l’unico che ha preso davvero a cuore questa storia assurda e che sta provando a raccontarla ovunque può – ultimamente a In Onda, su La7, da Marianna Aprile e Luca Telese. Ve ne parlo perché è una storia che racconta alla perfezione come funzionano oggi le cose in Europa. Soprattutto, perché racconta alla perfezione quanto il concetto di cittadinanza sia usato come un’arma contro chi non è italiano di nascita, o anche solo di sangue.

La storia di Gino, quindi. Che è il nomignolo con cui da sempre viene chiamato un ragazzo che si chiama Rexhino Abazaj, nato in Albania e arrivato in Italia quando aveva tre anni. Gino parla perfettamente italiano, frequenta tutte le scuole italiane di ogni ordine e grado, non ha niente che lo distingua dai suoi compagni di classe italiani di sangue e carta d’identità. Però, non è italiano.

Poco male, pensate: può fare richiesta e a diciotto anni lo diventerà. Peccato che Gino abbia sviluppato passione politica e diventi un attivista per il movimento per il diritto alla casa. E che un giorno si opponga allo sfratto esecutivo di una donna – lui straniero, lei italiana: vale la pena di sottolinearlo – che non riesce a pagare l’affitto. Risultato: si  becca una denuncia. Non una condanna. Una denuncia. Tanto basta per rovinargli la vita. La denuncia sarà archiviata, Gino non sarà mai condannato per quel picchetto contro uno sfratto. Ma la sua famiglia riceve la cittadinanza italiana, lui no. Lui che non nemmeno si ricorda l’Albania, rimane l’unico straniero della sua famiglia.

Piccola pausa: è normale che basti una denuncia per bloccare l’iter per ottenere la cittadinanza in Italia? No, non lo è. Ma i tribunali decidono in piena discrezionalità. Quello di Pavia ha deciso che Gino non era meritevole di ottenere la cittadinanza e non ha mai fornito nessuna spiegazione per questa scelta. Se sei straniero, anche fare politica diventa un problema. 

E per Gino, il problema si fa talmente serio che decide di trasferirsi in Finlandia per vivere, lavorare e continuare la sua militanza nei gruppi antifascisti. Nel 2023 assieme ad altri militanti di sinistra, decide di andare a Budapest, dove ogni anno, in quello che viene chiamato “il giorno dell’onore” si radunano militanti di estrema destra da tutta Europa. La storia la conoscete, perché è la stessa dell’eurodeputata di AVS Ilaria Salis: Gino partecipa agli scontri tra militanti antifa e di estrema destra, e alcuni tra loro finiscono in ospedale con prognosi pochi giorni giorni. Gino, insieme a Ilaria Salis e ad altri quindici attivisti, viene condannato dai tribunali dell’Ungheria (allora) di Viktor Orban a venticinque anni di carcere. 

Piccola parentesi non irrilevante: ecco cosa succede nei Paesi in cui le riforme della giustizia vengono approvate e il potere giudiziario viene usato come una clava contro gli avversari politici.

Comunque: se fosse italiano, Gino potrebbe essere protetto dal nostro Paese. Che potrebbe rifiutare l’estradizione in ragione della chiara matrice politica della condanna. Della clamorosa sproporzione tra reato e pena. E delle condizioni, al di fuori del perimetro dei diritti umani, che toccano in sorte ai detenuti politici in Ungheria.

E invece Gino non è italiano, per via di quella denuncia e del tribunale di Pavia. Viene arrestato e rilasciato in Finlandia. E si trasferisce a Parigi, forte del fatto che la Francia generalmente non concede l’estradizione ai rifugiati politici.E questo accade, in effetti, quando a chiederlo è l’Ungheria. Tuttavia, uno dei militanti di estrema destra picchiati a Budapest è tedesco. E anche un tribunale tedesco chiede alla Francia l’estradizione di Gino, per processarlo in Germania. Per la Francia dire di no diventa complicato. Così Gino viene arrestato anche in Francia. E rischia grosso, perché se Parigi rispondesse affermativamente alla richiesta di estradizione, la Germania potrebbe decidere di consegnarlo all’Ungheria, a quel punto.

Veniamo a oggi, più o meno. Perché giusto un mese fa, il 19 agosto scorso la Francia ha risposto affermativamente alla domanda di estradizione di Rexhino “Gino” Abazaj in Germania. E al netto dei ricorsi e di un clamoroso dietrofront, Gino finirà sotto processo senza alcuna garanzia di non venir successivamente estradato in Ungheria.

Riavvolgiamo il nastro. Perché potete pensarla come volete sulla vicenda giudiziaria di Gino Abazaj, sugli antifascisti, sulle violenze di piazza e su quanto vadano represse. Ma il punto è un altro: che la prima tessera del domino di questa storia assurda è una denuncia per una manifestazione politica che ha impedito a Gino di diventare italiano. E che questo rischia di essere il destino comune di tanti giovani nati in Italia da genitori stranieri, cresciuti in Italia, istruiti nelle scuole italiane. Ragazze e ragazzi su cui pende il ricatto di una cittadinanza che può essere rifiutata in modo discrezionale e arbitrario, senza concedere spiegazioni, per aver partecipato a una manifestazione politica.

Quando vi chiedete cosa sia la discriminazione, beh: eccola qua. E quando vi chiedete a cosa porti la discriminazione, beh: ecco la storia di Gino. Che ok, sì, è una piccola deviazione dalla stretta attualità. Ma, se ci pensate – tra polemiche sui giovani stranieri in Italia, tra i decreti sicurezza che reprimono l’attivismo politico, tra riforme che mettono la giustizia nelle mani dei governi e tra i venticelli repressivi e autoritari che soffiano in Europa –  non lo è nemmeno troppo.

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