
Il vero problema per il presidente americano, dopo la rovinosa sconfitta alle elezioni di metà mandato, non sono i suoi avversari. Il problema è che attorno a lui è iniziata la corsa a chi lo scarica prima. Ne parliamo con Monica Maggioni
Ma quindi adesso cosa succede dopo le midterm americane?
Facciamo un breve recap di quel che è successo, tanto per cominciare. Il Partito Repubblicano del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha perso la maggioranza in entrambe le camere del congresso. Alla Camera dei Rappresentanti il vantaggio democratico è schiacciante: 255 deputati democratici contro 155 repubblicani. Al Senato, dove si rinnovava solo un terzo degli eletti, i democratici hanno 55 senatori contro i 45 repubblicani. Infine, i democratici sono riusciti a conquistare ben 5 governatori, portando il conteggio a 28 contro 20.
Non solo: i democratici hanno vinto in Texas e Kansas, stati tradizionalmente repubblicani, in Iowa e in Ohio, che erano stati decisivi per la vittoria di Trump alle elezioni del 2024, e in North Carolina e Georgia, i cosiddetti Stati del Sud. Hanno eletto senatori musulmani, deputati che vogliono fare i preti, donne nere, uomini apertamente omosessuali, politici che si definiscono socialisti. Di fatto, è come se gli argini si fossero rotti tutti gli argini, tutti in una volta sola.
Le previsioni della vigilia erano molto più prudenti: parlavano di un probabile cambio di maggioranza alla Camera e di un possibile cambio di maggioranza al Senato. Nulla faceva supporre lo tsunami blu – blu è il colore dei democratici, in America – che ha travolto Trump.
A livello politico cambiano un sacco di cose, quindi. Trump può mettere il veto su tutte le leggi che il Congresso democratico approverà, certo. Ma non può più presentare leggi sperando che passino l’esame delle camere, perché difficilmente accadrà. Non può nominare giudici della Corte Suprema di suo gradimento. E se vuole attaccare un altro Paese, deve chiedere l’approvazione del Congresso, che difficilmente gliela concederà.
Ma questo, diciamo, è lo scenario di un’America normale, che affronta delle midterm normali. Perché in fondo il vero problema è sempre lì, ed è sempre lui: Donald J. Trump. E tutti si chiedono cosa farà, ora che ha perso. Fino a ieri, va detto, le previsioni pre e post voto erano catastrofiche. Ricordate? Si è parlato di elezioni che non si sarebbero dovute tenere, dell’ICE ai seggi, di collegi ridisegnati, di voti per corrispondenza contestati. Oddio, qualcosa è successo, soprattutto nel ridisegno dei collegi, ma nulla che ha impedito ai democratici di trionfare. E poi ancora: si parlava di un Trump che non avrebbe riconosciuto il risultato elettorale, di un attacco all’Iran, addirittura un attacco nucleare. E tutto questo, almeno per ora, non è avvenuto. Anzi, Trump ha riconosciuto la sconfitta – a modo suo, certo – e in Iran pare siano ripartite le trattative per un accordo.
A suo modo, Trump fa sempre quel che non ti aspetti, anche quando fa cose normali. Ma cosa c’è dietro? Cos’ha in testa il presidente americano? Cosa sta succedendo alle sue spalle? E, infine, cosa cambia per noi?
Per capirlo, ho chiesto aiuto a Monica Maggioni, ex presidente Rai, che conduce In mezz’ora su Rai Tre, ma soprattutto una profonda conoscitrice della politica americana, di Trump, del trumpismo e della galassia d’interessi che gli gira attorno. temi a, cui ha dedicato il suo ultimo saggio The Presidents. Partiamo dall’inziio, quindi: hanno vinto i democratici o ha perso Trump?
"I democratici hanno vinto, non c'è dubbio, ma la certezza assoluta è che questa è tutta una sconfitta nel nome di Trump. È una risposta netta, qualcuno negli Stati Uniti ha scritto proprio uno schiaffo in faccia a un presidente che non solo ha avuto un comportamento anti istituzionale e quello per assurdo forse sarebbe stato anche tollerato, ma che ha fatto moltissimi affari per sé per la sua famiglia e non si è preoccupato del fatto che tradendo la promessa e andando a fare la guerra in Iran avrebbe creato una crisi economica di proporzioni gigantesche che si è tutta riversata sul costo del gasolio ed è una di quelle cose che gli americani non perdonano".
Ha perso Trump, quindi. E per Monica Maggioni il punto centrale della sua sconfitta sta nella quantità spropositata di soldi che il presidente e la sua famiglia hanno accumulato trascinando il Paese in una guerra che ha generato una crisi economica diffusa e pesantissima per il resto degli americani.
Però, poi ci sono anche i democratici. Che a quanto pare, nel giro di due anni di dominio trumpiano hanno assorbito alla grande lo choc della sconfitta, riuscendo a recuperare il rapporto con il loro elettorato di riferimento, E a costruire una marea di candidati giovani, nuovi, diversi, incredibilmente forti da un punto di vista comunicativo. Fino a ieri, l’uomo sulla bocca di tutti era Zhoran Mamdani, il sindaco di New York, musulmano e socialista. Dopo martedì 3 novembre, invece, abbiamo imparato a conoscere James Talarico, neo deputato del Texas, Jon Ossoff, senatore della Georgia, Abdul El Sayed, neo senatore del Michigan, Keisha Lance Bottom, prima governatrice nera della South Carolina.
Cos’hanno in comune questi candidati. Una parola: affordability. L’idea cioè che lo Stato debba occuparsi dei cittadini in difficoltà, garantendo loro di permettersi beni di sussistenza come la sanità, la scuola, un tetto sotto cui dormire, generi di primo consumo. Di fatto, dicono quelli che se ne intendono, la sinistra americana è tornata a occuparsi di soldi e diritto sociali, dopo anni passati a occuparsi di pronomi e diritti civili. Una banalizzazione, certo. Ma di sicuro i democratici amici delle corporation, delle big tech e dei miliardari è un pallido ricordo.
Tutto bello? Apparentemente si, i democratici oggi sono la definizione di un Partito in salute. Ma non tutto è oro quel che luccica. Ad esempio, qualcuno dice che i democratici si sono spostati troppo a sinistra, in un Paese storicamente di destra come l’America, e che fino a qualche mese fa era più a destra che mai.
"In realtà, non è che sia il Partito Democratico che si è così significativamente spostato a sinistra, al di là di quello che sembrerebbe dal profilo dei candidati.
Se durante la campagna elettorale qualcuno si fosse la briga di preso la briga di ascoltare dall'inizio alla fine, per esempio, i discorsi di Abdul Al Sayyed, avrebbe sentito delle logiche quasi da Michigan First, invece di America First o Italia First, nel senso che lui dice innanzitutto preoccupiamoci del welfare, della sopravvivenza e della possibilità di vita del degli elettori del Michigan.
L'attenzione al sistema, all'accesso al sistema sanitario, per esempio, è centrale nella larga parte di questi candidati e questa non è estrema sinistra, è bisogno di riportare l'attenzione sulle questioni principali che riguardano le persone, che riguardano i bisogni e la questione dei bisogni è sentitissima negli Stati Uniti, peraltro, mi verrebbe da dire, come anche nel resto del mondo.
Certo è che più i democratici saranno di nuovo molto ideologici nel modo di articolare la loro proposta, più problemi avranno, meno lo saranno e saranno così fortemente, duramente ancorati sulle questioni legate alla società, alla possibilità delle persone di avere una vita migliore, al diritto alla salute, al diritto allo studio, cosa sulla quale hanno puntato tutti i candidati, beh, tutto questo farà la forza dei democratici.
In questo momento alcuni dei messaggi danno delle linee di indirizzo chiare, vediamo se saranno seguite".
Passiamo sull’altro fronte, adesso. Perché per Trump i problemi non arrivano solo da fuori e dalla grande rinascita democratica. La sconfitta alle midterm ha scoperchiato anche il vaso di Pandora all’interno del partito repubblicano, che fino a ieri si credeva fosse un monolite dietro all’inquilino della Casa Bianca. Dopo la sconfitta, invece, ci si è accorti improvvisamente che il monolite è pieno di crepe.
Ha iniziato J.D. Vance dicendo che la guerra in Iran è persa, sostanzialmente andando a puntare il dito su quello che ritiene essere stato il peccato capitale di Trump: fidarsi di Netanyahu e di chi, negli Usa, ne sostiene l’azione.
Ha continuato Ron Desantis, che ha detto senza mezzi termini che le possibilità di nominare alla Corte Suprema dei successori conservatori per i giudici più anziani sono ormai pari a zero, almeno fino alle prossime mid term, perché è il Senato che deve votare su queste nomine, e qualsiasi proposta presidenziale sarà bocciata, se sgradita ai democratici.
Ha concluso, se così si può dire, il segretario di Stato Marco Rubio che – secondo alcune autorevoli ricostruzioni giornalistiche, poi smentite da lui stesso – starebbe valutando le dimissioni per prendere le distanze da Trump e presentarsi “ripulito” alle prossime primarie repubblicane per eleggere il candidato alle presidenziali del 2028.
A tutto questo si aggiunge il subbuglio nel mondo MAGA, la base del trumpismo. Che non ha digerito per nulla la sua reticenza sugli Epstein Files e il suo interventismo in politica estera.
"Sembra facile dirlo adesso, ma il problema di Trump viene sia da dentro che da fuori. Il partito repubblicano, le divisioni negli ultimi tempi le mostrava e le mostrava con qualche chiarezza. E il tema vero è che rimane un pezzo, ormai sempre più minoritario, però bisogna dirlo, di partito repubblicano, come dire, della linea dell'antico conservatorismo, che è diventata comunque minoritaria.
E poi c'è l'universo MAGA e l'universo a destra dei MAGA, perché c'è oltre, c'è qualcosa che va addirittura oltre e sono queste diverse anime che in questo momento si stanno contendendo il futuro del partito.
Quello che ha giocato più nell'ambiguità tra queste anime è certamente Rubio, che adesso in qualche modo sta cercando di smarcarsi, vuole capire quale sia la situazione che gli permetterà di correre meglio per il 2028, ma non è chiarissimo quale sia la strategia migliore.
Chi è interprete dell'unione di alcuni di questi mondi è sicuramente J.D. Vance, che anche lui si sta smarcando, soprattutto sulla storia dell'Iran, anche se lo aveva già detto anche durante la campagna elettorale. Certo è che, secondo me, è difficile che tutto questo porti dentro il partito repubblicano un elemento di maggiore razionalità.
Per assurdo è più facile che questo porti con sé un elemento di maggiore radicalità".
Stiamo arrivando al nocciolo della questione, insomma. Novembre 2028, tra due anni esatti. Quando si eleggerà il prossimo inquilino della casa bianca, il successore di Donald J Trump. Le midterm di fatto hanno aperto le danze, su un fronte sull’altro. Tra i democratici, dicevamo, ci sono un sacco di nuovi nomi con enorme potenziale. Ma sono anche profili estremamente diversi l’uno dall’altro, sotto la “grande tenda” che sta riuscendo a tenerli assieme.
Tra i repubblicani, invece, le cose sono molto più complicate. E il motivo, manco a dirlo, si chiama Donald Trump. Il suo endorsement, è facile supporlo, peserà tantissimo nella scelta del suo successore. Ma sarà un valore aggiunto o un fardello insostenibile? Dipende: allo stato attuale, si potrebbe dire che il candidato presidente sostenuto da Trump potrebbe vincere agevolmente le primarie, ma risultare molto debole alle elezioni, vista la popolarità sottoterra del presidente.
Di nuovo in casa repubblicana i nomi per ora sono quelli. Sono Rubio, J.D. Vance e poi Ted Cruz, Ron DeSantis, niente di significativamente nuovo.
Tutti che però dovranno riscriversi una personalità politica e quindi quello è l'aspetto più interessante che abbiamo di fronte, capire su quali temi e con quali atteggiamenti andranno verso la la scadenza presidenziale del 2028.
Dalle parti dei democratici, alcuni volti e nomi erano già noti, altri erano un po' meno noti dalle nostre parti, ma insomma ancorché, per esempio, Jon Ossoff fosse già considerato un campione di primo livello, ma è chiaro che vedremo dal governatore della California a Shapiro, a Ossoff stesso, a Alexandria Ocasio-Cortez, è chiaro che in questo momento dopo l'endorsement di Obama, dopo la straordinaria performance elettorale, dopo la, come dire, significativa performance anche da da candidato che Jon Ossoff è riuscito a mostrare a tutti, se uno dovesse spendere il suo ultimo nichelino, forse lo metterebbe su di lui.
Ok, direte voi: ma perché ci stiamo occupando di tutti questi sommovimenti nella politica americana? Perché tanta enfasi sulle midterm americane? Cambierà qualcosa, in concreto, anche per noi, ora che Trump è un presidente-anatra zoppa, con il Congresso contro? Perché in fondo sono queste le domande che ci facciamo: finiranno le guerre commerciali contro l’Europa? Finirà la guerra in Iran? Finiranno di chiederci di comprare armi per riequilibrare la bilancia commerciale? Un Trump dimezzato, in altre parole, fa bene anche a noi?
Per noi purtroppo cambia abbastanza poco. Cambia qualcosa, se vuoi, dal punto di vista del morale, perché pensare che, insomma, uno strumento democratico come le elezioni sia servito a dare una batosta a chi si è comportato in un modo sprezzante nei confronti delle regole democratiche e delle istituzioni americane, insomma, come dicono, fa bene al morale. Però poi che cosa cambia davvero?
Ebbene, cambia cambia poco perché Trump prenderà tutte le decisioni di politica estera e la grande scommessa di queste ore è capire se lo farà cercando di negoziare un po' di più con la base democratica, che lui per altro conosce perfettamente bene, o se lo farà andando avanti per la sua strada, seguendo come dire, le sue bizzarrie dell'ultima ora e non mi sorprenderebbe che questa fosse la linea.
Cambierà poco perché per due anni lui avrà ancora la possibilità di decidere tutto, per esempio, dei rapporti con l'Europa e difficilmente il Congresso si metterà contro di lui sulle questioni europee.
Forse qualcosa di un pochino più positivo potrebbe accadere sul fronte della NATO, dove il peso del Congresso è tanto, è un Congresso di chiara marca democratica, potrebbe essere meno ostile alle tradizionali relazioni transatlantiche, e quindi meno ostile al sistema che la NATO rappresenta.
Quindi forse da quel punto di vista lì ci potrebbe essere un minimo cambiamento. Dalle nostre parti può essere forse una grande lezione di democrazia, e di quelle mi sembra di poter dire che se ne sente sempre molto il bisogno.