C’è un modo molto semplice per tradurre la proposta che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha fatto alla Commissione Europea, al fine di evitare la procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese. Trasformare il passaggio del rapporto deficit / PIL dal 2,4% al 2,04% in ciò che significa in termini di risorse economiche: ovvero 7 miliardi di euro in meno per finanziare le misure contenute nella legge di bilancio. O meglio, per finanziare il pacchetto complessivo di misure che saranno inserite nel passaggio al Senato della legge di bilancio, già approvata alla Camera in una versione monca, prova cioè delle specifiche relative a passaggi essenziali dell’intera manovra, in particolare reddito di cittadinanza e quota 100 pensioni.

Cosa comporta la rinuncia a 7 miliardi di euro? Difficile dirlo con precisione, perché, tanto per cambiare, il governo non ha fornito numeri certi né dettagli, ma si è limitato a dire "cosa non verrà toccato". Nelle prime dichiarazioni post vertice, Conte ha ribadito che ci sono i margini per portare il rapporto al 2,04% senza rinunciare all’avvio del cosiddetto reddito di cittadinanza e di quota 100 pensioni “nei tempi previsti”, spiegando che i primi calcoli dell’esecutivo erano stati prudenti, che ci sono nuove idee per reperire risorse (pensioni d'oro?) e che altri fondi potranno essere recuperati con dismissioni di patrimonio pubblico. In attesa di leggere nel dettaglio quali saranno a questo punto i saldi finali della manovra (che dovrà essere riscritta completamente al Senato) e come (e se) il governo riuscirà a salvaguardare le due proposte “fondanti” l’alleanza fra Lega e Movimento 5 Stelle, restano molte incognite e tante perplessità.

La Commissione Europea, infatti, continua a considerare “insufficiente” lo sforzo fatto dall’Italia e non è escluso che possa chiedere al Governo ulteriori rinunce. Il punto centrale è rendere strutturale il calo del deficit, mentre l’ipotesi delle dismissioni parrebbe indicare che il Governo italiano sia intenzionato a scendere al 2,04% tramite misure una tantum. Peraltro, dismettere il patrimonio pubblico per una cifra intorno ai 20 miliardi di euro appare illusorio, considerando che normalmente non si riesce a far cassa per più di 600 milioni l’anno (e, come ricorda Franchi sul Manifesto, “lo stesso Tria nella nota di aggiornamento al Def alla voce cessione del patrimonio immobiliare indicava una stima di 600 milioni per l’anno in corso e la previsione di 640 milioni nel 2019 e 600 milioni nel 2020”). E l'incognita maggiore resta la previsione di crescita dell'1,5%, sconfessata da tutti gli istituti e gli analisti, ma "fondamentale" nell'impianto disegnato da Tria e Conte.

Che fine farà il reddito di cittadinanza

Come noto, in legge di bilancio sono previsti 16 miliardi di euro per la riforma della Fornero con quota 100 pensioni e per il cosiddetto reddito di cittadinanza. L’entrata in vigore della misura sostenuta dal Movimento 5 Stelle è ormai prevista tra marzo e aprile, ma bisogna considerare che mancano una serie di dettagli tecnici non di poco conto. Non c’è ancora un testo di legge, non c’è ancora una stima definitiva dei beneficiari e la riforma dei centri per l’impiego procede a rilento e con risorse dimezzate. Di Maio ha parlato di “massimo fine marzo” come data di avvio, lasciando intendere che il primo aprile possa essere il giorno buono per l’entrata in vigore del reddito di cittadinanza. Nel caso, si potrebbe recuperare già circa un miliardo di euro per il 2019, con il costo totale della misura che si aggirerebbe sugli 8 miliardi di euro (ricordiamo che la misura assorbe anche i 2,2 miliardi stanziati per il REI). La partita è però complessa (e le tessere da stampare sono davvero l'ultimo dei problemi), perché se da un punto di vista tecnico, in effetti, ogni slittamento della prima erogazione consentirebbe di recuperare risorse e limare quei 7 miliardi di euro necessari a portare il deficit / Pil al 2,04%, dal lato politico pesano le rassicurazioni di Di Maio e la certezza con cui Conte si dice convinto di poter rispettare gli impegni. Una soluzione su cui si discute potrebbe essere quella di rinviare al 2020 la "grande riforma" e utilizzare le risorse aggiuntive per il 2019 attraverso i canali del reddito di inclusione: in tal caso i risparmi potrebbero essere molto consistenti, ma il ritorno in termini di immagine sarebbe pessimo.

Quota 100 pensioni

Per la revisione della riforma Fornero ci sono circa 7 miliardi di euro, conteggiati considerando la partenza di quota 100 pensioni a febbraio. Tale data va però spostata in avanti, come prevede la riforma messa a punto dal sottosegretario al Lavoro Durigon. Il meccanismo sarà “a scalare”: chi maturerà i requisiti entro il dicembre 2018 potrà dunque uscire a marzo, con il primo pagamento che dovrebbe arrivare ad aprile; chi maturerà i requisiti a gennaio riceverà l’assegno a maggio e così via, con un preavviso minimo di tre mesi per i dipendenti statali che allungherà ulteriormente i tempi. Le risorse necessarie, dunque, scenderebbero a 4,7 miliardi di euro, con un recupero di circa 2 miliardi di euro rispetto alla somma prevista inizialmente per il 2019. Vale la pena di sottolineare che, nelle intenzioni della Lega, la misura non sarà strutturale ma triennale, circostanza che dovrebbe servire anche a “tranquillizzare” la Commissione Europea.

Insomma, l'impressione è che da reddito di cittadinanza e quota 100 pensioni potrà arrivare solo parte (dai 2 ai 4 miliardi di euro) delle risorse necessarie per far scendere il rapporto deficit Pil al 2,04%, più per questioni di tempistiche che grazie a una revisione strutturale delle due misure. Restano, insomma, due grandi domande: da dove ardiveranno le altre risorse? E la Commissione accetterà questa impostazione dell'esecutivo italiano?