Willie Peyote: “La mia non è una storia vincente ma fortunata. Dopo i 40 inizi a fare i conti con la fine”

Willie Peyote è l'esempio che chi si lamenta che la musica di oggi sia solo balletti su TikTok si sbaglia. Pecca di presunzione, quella di chi vuole commentare cose che non ha mai approfondito. Il rapper torinese, infatti, è tornato con l'album "Anatomia di uno schianto prolungato" in cui si raccontano le contraddizioni del presente, riflettendo sulla civiltà occidentale e sul Capitalismo che tende a emarginare chi è povero. Willie Peyote ha costruito una carriera che lo rende credibile, sia per quello che dice che per come lo dice, non sembra mai sopra le righe, anzi è sempre molto attento a non atteggiarsi a guru. Inoltre è un artista che riesce a unire l'immediatezza del rap alla melodia, a dimostrazione che un certo rap è veramente un ramo del cantautorato contemporaneo. E in quest'album con lui ci sono anche Noemi e Dario Brunori. In questa intervista parla di emarginazione, musica contemporanea, del rapporto tra Destra e Cultura e anche delle polemiche per l'uso dell'IA nel video di "Kodak".
Il titolo del tuo nuovo album è chiaramente ispirato a "Anatomia di una caduta", un film che usa una morte e una caduta come metafora dell'incomunicabilità e della fine di un matrimonio. Io partirei dallo "schianto prolungato" personale. In che modo questa transizione ha a che fare con te?
Guarda, intanto significa essere entrati in una fase nuova della vita. Dopo i 40 anni cominci a ragionare con un’ottica diversa; dicono tutti che quando entri negli "anta" non ne esci più, ed è uno spartiacque importante. Soprattutto, c'è un cambio di pensiero: da qui in poi sai che andrai verso la fine, il deperimento anche fisico. Di conseguenza, è una riflessione su come questa nuova stagione mi imponga di guardare al futuro in modo diverso.
Questa idea dello schianto prolungato mi ha fatto pensare anche a una celebre scena del film "L'odio" di Mathieu Kassovitz. Se pensi alle banlieue e agli emarginati – temi che entrano anche nel tuo album – quello è uno schianto che dura da allora e non si è mai risolto.
Anzi, forse cominciamo a conoscerlo meglio anche qua in Italia rispetto al 1995. Nel rap il riferimento a "L'odio" c’è sempre, ma io ho voluto capovolgerne il senso. Nel film si dice: "Fino a qui tutto bene, quello che conta è l’atterraggio". Se la caduta dura troppo a lungo, a un certo punto smette di essere la "parte bella" e cominci quasi a sperare nello schianto. Arrivi ad avere la sensazione che, se va sempre tutto male, forse è meglio fermarsi, anche fragorosamente, e ricominciare.
Questo è un tema portante del disco: l'emarginazione e l'impossibilità di uscire da un certo sistema capitalista.
Sì, il fatto che l’ascensore sociale non funzioni più. Se nasci in una certa condizione, tendenzialmente morirai in quella condizione. Però ti fanno credere che esista una sorta di lotteria per cui tutti possono farcela e diventare il prossimo milionario. Ma la lotteria è un sistema che ti frega: non dovremmo basare la società sulla fortuna del singolo, ma su un contesto collettivo che aiuti tutti ad avere una vita dignitosa.
Quest'anno cadono anche i 25 anni dal G8 di Genova. Quello fu il momento in cui una certa forma di protesta subì un riflusso, e per anni è rimasto tutto fermo prima che una nuova generazione ricominciasse.
Sebbene in maniera più disgregata. Quel movimento racchiudeva tutto: diritti civili, sociali, ambientalismo. Sapevano già dove stavamo andando. La forza che hanno usato per combattere quel movimento l’ha disgregato. Oggi certe istanze stanno tornando, ma sono più diramate e spesso c’è incomunicabilità: le lotte non si parlano più come all’epoca.
Non è un caso che nel disco tu prenda Luigi Mangione come esempio "memificato" di questa epoca. Da un lato c'è una reazione violenta, dall'altro diventa un'icona social perché è un "figo". Diventa un meme, ma di fondo il problema resta irrisolto.
L’interrogativo del pezzo è proprio questo: quanto la figura di Luigi Mangione racconti la nostra epoca e le sue contraddizioni. Da un lato c'è un personaggio che ha risposto in maniera estremamente violenta, dall'altro viene quasi santificato su internet per motivi estetici che con la protesta c’entrano fino a un certo punto, solo perché è diventato un meme. Mi sono interrogato su come si immagini e si faccia la rivoluzione oggi. Per renderla collettiva e accessibile, attraverso cosa dobbiamo passare? Attraverso i meme? Mi sembra un discorso riduttivo.
E la musica, in tutto questo, che ruolo ha?
Nell'ultimo anno ho visto un ritorno alla voglia di partecipare, che sia per le proteste relative a Gaza, per le mobilitazioni a Torino per Askatasuna, o per l'affluenza giovanile agli ultimi referendum. C’è stato un movimento che la gente non si aspettava, e questo mi ha dato speranza: non è vero che le persone non sentono più niente, sono tornate in piazza in grandi numeri. Credo che la musica serva come collante, per dare voce e diventare un simbolo. Può animare una protesta se la gente la sceglie come bandiera.
Un po' come succedeva negli anni '90 a Napoli con i 99 Posse: la musica come colonna sonora dei movimenti.
Esatto. Se la gente torna in piazza, cerca una musica che racconti quel momento. Se mi avessi fatto questa domanda anni fa ti avrei risposto diversamente, mi chiedevo io stesso a cosa servisse la mia musica. Oggi invece sento che può essere utile se qualcuno ci si rispecchia. È successo recentemente con "Grazie ma no grazie" a un anno dall'uscita è stata usata per il racconto di una protesta. Lì ho capito che la musica può ancora servire, ma sempre come colonna sonora di un movimento che deve esistere a prescindere da essa.
Anche musicalmente fai molti riferimenti al mondo del rap anni '90, che è la tua radice.
È la lingua comune del mio team di lavoro, siamo tutti nati negli anni '80 ed è il nostro terreno comune. In questo disco emerge più che in passato perché avevamo voglia di fare dei tributi: ai 30 anni dei Subsonica, ma anche al sound del rap anni '90. Ci piace omaggiare ciò che ci ha cresciuto.
Come Vasco Rossi, che citi nel disco.
Non si può prescindere da Vasco se parliamo di musica che rappresenta la gente. Chi più di lui ha saputo raccontare intere generazioni in Italia? Vasco è un patrimonio di tutti.
Oggi la cultura in Italia sembra arrancare, soprattutto dopo quello che è successo con le nomine alla Fenice o alla Biennale. La destra sembra voler mettere le mani su un mondo che storicamente è visto come di Sinistra e di cui riconosce il potere.
Lo scontro sulla cultura usata come canale politico è evidente. Però il tema del disco è che siamo governati dalle contraddizioni. Dire che la cultura sia solo di sinistra è un falso mito; è come dire che a Torino sono tutti del Toro, non è così. Avremmo bisogno di trovare punti di dialogo e tornare a un senso di collettività, anche tra idee diverse. L’individualismo esasperato che il sistema ci impone non aiuta nessuno, né nella cultura né nel lavoro.
A un certo punto canti "Non sono io che sembro Gramsci ma voi che siete tutti mezzi fasci".
Riguardo a questa battuta: spesso mi chiedono quanto io sia schierato politicamente. La verità è che dall'altra parte c’è talmente poco che io sembro tanto. C'è un approccio poco profondo, che vede il denaro come unico obiettivo nella vita. È un limite per la cultura.
C'è un'altra frase nel disco: "Senza offesa, ma non riesco a ringraziarvi per il bene che ci fate coi miliardi". L'idea corrente è che, per quanto ce la raccontiamo, vogliamo tutti essere ricchi.
Voler accumulare ricchezza come unico scopo, senza curarsi dei mezzi, è triste. Oggi anche le passioni vengono tutte monetizzate: fai una cosa e la trasformi subito in un corso online per guadagnare. Non ti godi più il fatto di avere una passione. Certo, l’Italia attraversa una crisi pesante, l’inflazione sale e gli stipendi sono fermi, quindi è normale che in un momento del genere si senta di più il bisogno di denaro. Ma tra la necessità di una vita dignitosa anche attraverso il denaro e il denaro come unico obiettivo della vita ce ne passa. E l'idea che i super miliardari ci facciano un favore ad avere tutti quei soldi è falsa. Sui social lavoriamo gratis creando contenuti per piattaforme che si arricchiscono alle nostre spalle: siamo tutti lavoratori sfruttati, dal giornalista al content creator al cantante.

Ti contestano mai questo posizionamento? Ti dicono: "Vabbè Willie, però tu hai fatto Sanremo, vendi i dischi, in questo mondo ci vivi"?
Certo. C'è la percezione che chi fa Sanremo diventi automaticamente ricco, ma nel mio caso è palese che non sia così. Io mi ritengo una persona fortunata: faccio il mestiere che volevo e vengo pagato meglio rispetto a un lavoro normale. Detto questo, la disparità economica che c'è tra me e un calciatore è inferiore a quella che c’è tra quel calciatore ed Elon Musk. Non ce l’ho con chi è milionario, il punto è che stiamo lasciando il controllo economico del mondo in mano a pochissime persone. La disparità tra loro e tutti noi è diventata troppa. Non mi piace stare a giustificarmi: avrei potuto fare scelte commerciali molto più remunerative, ma ho preferito non farle per rispetto verso me stesso. Con questo mestiere puoi diventare ricco, ma puoi anche semplicemente camparci dignitosamente.
Sei riuscito a fare una canzone con Brunori Sas. Dopo Sanremo eravate diventati un meme vivente, ma siete riusciti a fuggire da quella narrazione per fare arte.
Una delle cose più belle che Sanremo mi ha lasciato è senza dubbio l'amicizia con Dario e la possibilità di collaborare. Non tutti i meme vengono per nuocere. Sono felicissimo della sua partecipazione, anche perché si è rispecchiato molto nel brano.
Ci sono frasi forti in quel pezzo. Da un lato "Se qui corri una vita e dopo finisci in chemio", un invito a rallentare, e dall'altro "Oggi è così, vedrai domani andrà meglio", che apre alla speranza attraverso l'unione.
Sentirsi meno soli è già l'inizio di una reazione. Dario nel pezzo interviene nel mio flusso di coscienza come la voce di un amico che ti mette una mano sulla spalla e ti dice: "Sì, è vero, anch'io vorrei nascondermi, ma non è così che reagiamo". Ti dà la forza. Oggi ci sentiamo soli nel nostro malessere perché ci confrontiamo continuamente con il benessere artificiale che gli altri mostrano sui social. Avere qualcuno che ti dice "Ci sono passato anche io, proviamoci insieme" cambia tutto.
Come mai in questo disco sei uscito un po' da Torino?
È un album scritto prevalentemente in tour. Racconta la strada che faccio quando viaggio. Dopo aver chiuso la "trilogia sabauda" con i dischi precedenti, volevo staccarmi un attimo. Ho una profonda passione per Roma e ci tenevo a citare il quartiere Testaccio, ma ci sono anche la Riviera Romagnola e Milano nel finale. Volevo raccontare il mio rapporto con il viaggio e con l'altro. All'inizio del disco dico che non so più da quanto tempo non disfo una valigia: vivo in giro.
La tua è una storia vincente, come la racconteresti?
Direi fortunata. Dipende da cosa intendi per "vincente". Sicuramente ho vinto la lotteria della sorte, perché sono riuscito a fare della mia passione un lavoro, il che non è scontato. Ma le vere vittorie sono vincere un mondiale o fare il record nei palazzetti. La mia è una piccola vittoria personale. Ognuno deve celebrare i propri traguardi e prendere atto delle sconfitte, senza far pesare le proprie fortune agli altri.
C’è stata un po’ di polemica nelle ultime ore riguardo al video di "Kodak", realizzato con l’intelligenza artificiale. Che ne pensi di questo dibattito applicato alla tua musica?
È un tema che pensavo fosse meno divisivo, invece ha scatenato un forte dibattito. Ho avallato la scelta del mio regista storico: ho pensato che il contrasto tra "Kodak" (che parla di analogico) e un video generato in digitale si sposasse bene con il concetto di contraddizione del disco. Spesso si conosce poco il funzionamento tecnico di questi strumenti.
C'è una contraddizione interna: abbiamo registrato un disco estremamente organico, suonato, rivendicando il non utilizzo dell'AI nella musica, mentre per la parte visiva Stefano Carena ha scelto l'AI come mezzo per dare forma a un'idea che altrimenti non avrebbe potuto realizzare. Non si è trattato di inserire un semplice prompt e lasciare fare alla macchina, né di rubare idee altrui. È stato un lavoro di creazione vero e proprio.
Pensi sia veramente uno strumento di cui non possiamo fare a meno?
Oggi l'AI è integrata ovunque, da Photoshop a DaVinci (software per la post-produzione video, ndr) fino ai motori di ricerca. Possiamo davvero farne a meno? Capisco le critiche di chi fa animazione e dice "Così togliete lavoro a un animatore", e alcune obiezioni le trovo corrette. Però per Stefano è stata una scelta artistica e autonoma; ha lavorato per mesi da solo a creare i personaggi e a muoverli. Con i vecchi programmi 3D ci avrebbe messo solo più tempo, ma il processo creativo è simile. Abbiamo sottovalutato quanto il tema fosse polarizzante, ma sono contento che si sia aperto un dibattito. Il disco parla di contraddizioni, e questa ne è l'espressione perfetta. Resta che va usato come strumento, se lui usa noi è un problema.
Insomma, ne fai una differenza tra strumento e qualcosa che possa sostituire la creatività
Stefano Carena ha usato l'intelligenza artificiale per animare un personaggio originale, senza dover passare attraverso le vecchie e lunghe procedure. Vedi? È di nuovo una questione di strumento. Il punto è che, conoscendo poco questa tecnologia e guardando il formato del video, si potrebbe pensare che la macchina abbia fatto tutto da sola, magari pescando da un archivio preesistente. In realtà, dietro c'è stato un grande lavoro di scrittura e di creazione dei personaggi. L'intelligenza artificiale è servita "solo" a farli muovere, permettendo di farlo in tempi molto più brevi e con un investimento economico ridotto rispetto al passato.
Diventa un po' come l'autotune qualche anno fa.
Sì, il parallelismo con l'autotune ci sta. Io sulla parte visiva mi fido dei miei collaboratori e lascio spazio alla loro urgenza artistica. Forse non era il momento storico ideale per farlo, ma il dibattito che ne è scaturito è esattamente il fulcro del disco.
Quali sono i dischi o gli artisti italiani di oggi che ritieni simili al tuo percorso? Chi riesce a raccontare la realtà in modo poetico ma esplicito, senza cadere nel qualunquismo in cui si rischia di cadere raccontando il mondo di oggi?
Spero che dal mio disco non emerga quel tipo di banalità. Ci sono tanti modi di raccontare la società. Penso a "Elsewhere" di Gemitaiz, un disco che ho ascoltato con gioia e che sento vicino come attitudine. O a "Pezzi della sera" di Marco Castello, che ha uno splendido modo di fotografare la realtà spaziando tra i generi. Sono un grande fan anche di Marracash, che ha il suo stile ed è un punto d'arrivo per tutti. Lo stesso Brunori mi ha insegnato tanto: un pezzo come "Burrasca" l’ho scritto anche perché volevo imparare da lui come semplificare il linguaggio arrivando dritti al cuore. Questi artisti mi spingono a fare meglio. Aggiungerei anche Sayf, che ha un approccio molto crudo e viscerale ai temi sociali. Citava Manu Chao, andando ancora piùà indietro.
Di Manu Chao ne parlavo qualche tempo fa con Mannarino.
Ecco, anche Mannarino ha fatto ultimo disco in cui si interroga molto sul presente con una chiave diversa.
Chi dice che la musica di oggi non ha più nulla da dire, si sbaglia?
Secondo me sì. Recentemente abbiamo fatto un evento a Roma, il No Kings, ed eravamo sul palco io, Rancore, Gemitaiz, Danno e altri: sentir dire che il rap non parla più di niente quando ci sono artisti che prendono posizioni così nette mi sembra assurdo. Anche negli ultimi mesi sono usciti dischi bellissimi, come quelli di Nayt o Lamante.
Forse c'è una certa pigrizia nel pubblico: ci si ferma a quello che passa Sanremo o la radio, perdendo la curiosità di cercare.
Sì, ma oltre alla pigrizia penso che non ci prendiamo più il tempo di sviluppare un gusto personale. Diventiamo subito tutti critici accaniti, decidendo in cinque secondi se una cosa è bella o brutta senza nemmeno sapere cosa stiamo cercando. Questo vale per la musica, ma anche per il cinema. Per fare un esempio extra-musicale: il successo di Le città di pianura ai David di Donatello è un bellissimo segnale. Fa parte di quell'universo di racconto autentico in cui mi rispecchio molto.