Quando ero molto piccolo, ricordo che mio padre, durante un periodo di elezioni e campagna elettorale, mi portava con sé, la sera dopo il lavoro, alle riunioni della vecchia DP, da non confondere nella maniera assoluta con lo stesso acronimo ma al contrario: DP, Democrazia ProletariaEro davvero molto piccolo, avrò avuto meno di sei anni, l’età che ha il mio piccolino grande adesso, ed era il 1983, ma, nonostante i 37 anni passati, ricordo ancora benissimo, quegli uomini e quelle donne sedute attorno ad un tavolo, che non fumavano perché “OOOOOOOUUUUUUU che c’è il piccolino qua” e che incutevano in me uno strano miscuglio di timore e ammirazione, perché continuavano senza sosta ad urlare ma nel farlo non smettevano di cercare soluzioni per rendere il mondo un posto migliore, o quantomeno il loro piccolo paesino.

Ed erano un po' come dei buffi, malandati Don Chisciotte che lottavano contro i mulini a vento, in una cittadina, della profonda provincia pugliese democristiana di stampo mafiosa, con la sola, enorme differenza che i loro non erano mulini a vento. Poi alle volte mi portava con se, di notte fonda, o quantomeno a me sembrava molto fonda, a fare "attacchinaggio", e a scrivere con lo spray “VOTA DP” anche se a dire il vero molte di quelle volte, con quelle stesse bombolette, disegnavamo degli arcobaleni perché – diceva – “la bellezza cambierà il mondo” e mi insegnava così, in un colpo solo, che votare è importante, ma cambiare il mondo e partecipare lo è ancora di più.

Sono passati trentasette anni e i mulini a vento sono ancora lì: perché seppur le generazioni cambino, questo paese resta immutato. Ed è il motivo per cui ieri, in occasione delle elezioni europee, non è poi accaduto nulla di così straordinario: semplicemente un bagno di folla ha consegnato la sua preferenza ad un protofascista (e nemmeno tanto proto, più scroto che altro), che si fa fotografare con un cartello scritto a mano (come potrebbe fare ognuno di noi perché lui "E’ davvero" uno di noi) dove ringrazia per essere il primo partito in Italia, con, alle sue spalle, un paio di foto di Putin, un berretto di Trump, un gran bel Cristo in primo piano che tanto sta bene su tutto come il nero, un tapiro d’oro perché è popolare e autoironico, gagliardetti vari della squadra del cuore e in un angolino un libro di Himmler (proprio lui!).

Quindi si, il suo profilo è quello di un populista, reazionario che in Europa si allinea con altrettanti populisti e reazionari che trovano eco sempre più forte nelle paure e della gente; paure che sono il risultato di anni di crisi, fame e miseria ma che diventano covo per ignoranza, odio, razzismo, omofobia, xenofoba e chi più ne ha, purtroppo più ne metta. Resta il fatto però, che quantunque tutto ciò (razzismo, omofobia etc etc elevati oramai quasi a valori più che a dogmi del male) sia chiaramente sbagliato, è altrettanto chiaro che è il risultato di una cattiva prassi e di un’idea sbagliata del concetto stesso di libertà nonché della consultazione elettorale, che ci invita a delegare altri a farsi portavoce delle nostre idee e necessità, e non a farsi ideatori di idee e necessità. Una cattiva prassi che è paradigma di una sinistra oramai endemicamente lontana dalla gente, dalle piazze e dal popolo, verso il quale lascia la strada spianata ai populisti.

La pratica della libertà non è un esercizio di stile che si raccoglie soltanto il giorno dopo una tornata elettorale, è fatta di piccole pratiche quotidiane, di piccoli cambiamenti, di spazi conquistati giorno dopo giorno. E permettetemi di dire che questi spazi si conquistano da sempre a partire dalle piazze, dalla partecipazione di massa, dai movimenti più che dai partiti stessi, anzi è piuttosto vero il contrario: sono i partiti che nel tempo si son fatti garanti, o portavoce, di richieste nate dalla strada, dalle piazze. Perché, quantunque si voglia o possa dire il contrario, a tutti colori i quali bofonchiano che manifestare non serve oramai più a nulla etcetera etcetera etcetera, bisognerebbe ricordare ogni giorno che se non ci fossero state persone a manifestare, riempire le piazze, perdere il proprio lavoro per aver scioperato, a fare attacchinaggio notturno con i bambini,  a continuare a credere che un altro mondo possibile sia ancora possibile, ora non ci sarebbe il suffragio universale, il divorzio, le unioni civili e non ci sarebbero nemmeno gran parte di quei diritti, oramai dati per scontato, e che appartengono anche a chi esprime la sua preferenza in barba a tutto ciò. Quindi, certo che votare è importante, ma se poi credete che sia tutto lì, se pensate che messa la “x” il vostro compito sia bello, fatto e finito in pronta consegna, se restate convinti, nonostante tutto, che continuare a urlare fascisti e razzisti a destra e manca senza poi muovere un dito se non dentro una cabina elettorale, sia più che sufficiente, dovreste anche ricordare, vi prego, che: "per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti".

Perché, come mi diceva sempre il mio papà, è con i gesti che si cambia il mondo non con le opinioni. E il mondo è fatto di tanti piccoli mondi da cambiare giorno dopo giorno, tanti piccoli spazi da conquistare ora dopo ora, tanti piccoli muri da disegnare notte dopo notte. E se potessi tornare indietro nel tempo e partecipare ad una di quelle riunioni, e spiegassi a quelle donne e uomini appassionati, che fra trentasette anni in Italia i fascisti ti danno del fascista se li chiami fascisti, che se soccorri della gente che affoga in mare aperto rischi la galera, che è necessario tornare a spiegare ai “compagni” che la libertà è partecipazione, che la classe operaia non è andata per un cazzo in paradiso, e che manifestare è più importante che mai – un dovere oltre che un diritto – credo che il mio papà riderebbe a crepapelle, perché era da sempre stato convinto che il futuro sarebbe stato nostro e un futuro così distopico era davvero difficile da immaginare. Ma, nonostante tutto, ci saranno altre elezioni, altre piazze, altri futuri da immaginare.

Nel frattempo porto con me i miei bimbi, anzi una bimba e un bimbo, in cabina elettorale, a manifestare (piccole o grandi manifestazioni che siano) e a disegnare arcobaleni sui muri, perché il mondo va cambiato giorno dopo giorno, strada per strada, gesto dopo gesto.