Renzo Rubino: “Oggi organizzare un festival è quasi insostenibile. Senza un altro lavoro non farei Porto Rubino”

Renzo Rubino continua con la sua doppia vita, quella di cantautore tra i più raffinati d'Italia e quella di organizzatore di Festival. In attesa del nuovo album che uscirà nel 2027, il cantautore pugliese si appresta all'ottava edizione di Porto Rubino che si terrà dal 14 al 18 luglio tra Taranto, Savelletri e Otranto e vedrà esibirsi artisti come Carmen Consoli, Dardust, Venerus, Ditonellapiaga e Acid Arab, tra gli altri. A queste si aggiungono tre serate dello spin off "Ti Porto Rubino" in programma al Detune a Milano, in cui si sceglierà un vincitore a serata che apriranno le tre serate del Festival: cominciato il 9 giugno, proseguirà il 16 e il 23 giugno. A fanpage.it Rubino ha parlato delle difficoltà di portare avanti un festival in questo periodo, ma anche dell'importanza di non fermarsi: "Organizzare un festival oggi è diventato difficile e, soprattutto, poco sostenibile. Per me Porto Rubino è una missione, una cosa che faccio per la mia terra, per la Puglia".
Porto Rubino ricomincia con una formula nuova basata su tre giorni e tre concetti: "Pensa, balla e canta".
Sì, quest'anno bisognava dare una sterzata al festival per regalargli una nuova vita. Siamo arrivati all'ottava edizione e abbiamo fatto di tutto: serate a tema, tantissimi ospiti e collaborazioni. Quest'anno mi sono messo lì e ho lavorato a un festival che avesse una propria identità e cose profonde da dire. Il viaggio inizia a Taranto con "Porto Rubino Pensa". È un titolo che ho voluto dare prima di tutto a me stesso. Taranto è una città pugliese molto importante, che affronta tutto l'anno tematiche complesse che vanno ben al di là della cultura. Penso al Primo Maggio di Taranto, alla gente che lotta ogni giorno nel contrasto tra il diritto alla vita e il diritto al lavoro.
Era giusto cominciare da là.
Secondo me era la città giusta per una serata di riflessione. Per questo ho invitato Conchita De Gregorio ed Erica Mou, Angelica Bove – che ha una grandissima sensibilità – e poi Carmen Consoli in un set acustico. Sono tutte artiste di grande profondità, ognuna delle quali affronterà tematiche diverse che faranno riflettere oltre la musica. Poi ci spostiamo a Savelletri per "Porto Rubino Balla", una serata in cui si balla sul serio con la musica elettronica. Ci saranno Frenetik, Jolly Mare, gli Acid Arab e Dardust in veste elettronica. Metteremo questa barca sui prati di Savelletri e daremo vita a una serata stupenda.
E infine Otranto.
Infine andiamo a Otranto e chiudiamo con "Porto Rubino Canta", dedicata al cantautorato odierno. Ci saranno Ditonellapiaga, Nico Arezzo, Vale LP e Venerus. Sarà una serata dedicata alla canzone in un posto magnifico. La novità è che ci sono meno artisti e ognuno farà il proprio concerto: non saranno più delle semplici ospitate. Abbiamo preso i live veri e propri degli artisti e ci avviamo così verso questa ottava edizione.
Ma cosa vuol dire oggi fare un festival? Immagino che da un lato ci sia la costante ricerca di una formula che non lo renda stantìo, e dall'altro difficoltà enormi, visto quanti festival ci sono ormai in Italia.
In questo momento, a livello fisico, sono molto affaticato e preoccupato.
Perché?
Organizzare un festival oggi è diventato difficile e, soprattutto, poco sostenibile. Per me Porto Rubino è una missione, una cosa che faccio per la mia terra, per la Puglia. Se dovessi vederlo strettamente come un lavoro non lo farei, perché non è remunerativo; ci muoviamo sempre sul filo del rasoio. Da un lato i cachet degli artisti sono molto alti, dall'altro non puoi alzare troppo i prezzi dei biglietti per non renderli inaccessibili, anche se si tratta di un'esperienza unica. Devi equilibrare i costi, ma non è facile: spesso le agenzie ti vendono un'esclusiva che poi nei fatti non esiste, perché ti piazzano altri concerti dello stesso artista a pochi chilometri di distanza, magari gratuiti. È una fatica continua che dura mesi. Ho amici che hanno smesso di fare festival, eventi che non esistono più. Basta cercare su internet per accorgersi di quante persone abbiano rinunciato perché il sistema non è più sostenibile.
E tu perché lo fai?
Lo faccio per orgoglio pugliese. Perché credo di aver fatto una cosa positiva per la mia regione e non vorrei che finisse, dato che genera tanta gioia e felicità.
La Puglia ti aiuta in questo?
La Puglia come territorio mi aiuta molto a livello di proiezione e accoglienza, il festival è amato e conosciuto. Però non ti nascondo che per chi fa questo di mestiere è davvero dura. Io, per fortuna, ho un altro lavoro.
Infine, questo è un impegno che ormai ti assorbe tantissimo, anche a livello economico.
Incredibile. Se non avessi un'altra entrata non potrei permettermi Porto Rubino. Mi impegna per dieci mesi all'anno: finisco ad agosto e a ottobre sto già ripartendo. In realtà non finisce mai tra pagamenti, scadenze e fornitori. In generale penso che nel mondo dei festival si stia tirando un po' troppo la corda.
A livello artistico, invece?
È lì che bisogna fare la differenza. La mossa giusta è andare a cercare quei musicisti che hanno ancora un'etica del lavoro.
Immagino che lo scopo di un festival sia anche esplorare. Sicuramente servono i grandi nomi per la sostenibilità economica, per attirare gli sponsor e i contributi comunali, ma poi c'è la parte della scoperta.
Esatto, ed è una cosa bellissima. Forse è l'aspetto del festival che amo di più in assoluto: andare a cercare e riscoprire nuovi artisti e nuove leve. È la cosa più bella.
Ormai avete creato una tradizione legata alle location e alle modalità. Chi viene a Porto Rubino sa che troverà un contesto naturalistico molto particolare.
È un'esperienza che va oltre la musica. Chi viene pensa: "Un concerto normale posso vederlo ovunque, su un palco standard. Qui invece sono serate sul mare, da una barca, in luoghi meravigliosi". È un'esperienza unica.
Ma il Renzo cantante, quello che va in tour, cosa ha imparato dal Renzo organizzatore di festival?
Ho imparato tantissimo nella gestione della mia vita lavorativa e nel darmi delle regole. Io ho sempre avuto il problema opposto: sul palco ho sempre dato tutto me stesso senza porre limiti, inventando e creando continuamente perché credo che la musica debba stare ovunque. Attraverso l'organizzazione del festival, invece, ho capito quanto sia importante avere un'identità e il rispetto del proprio lavoro. Ho imparato a dire di no a tante cose che prima avrei accettato a scatola chiusa.
E come se non bastasse, hai deciso di portare tre serate di Porto Rubino anche a Milano a giugno.
Ci tengo particolarmente a questo progetto perché le nuove generazioni musicali hanno bisogno di spazi e i luoghi per fare musica di un certo tipo sono sempre meno. A fronte del grande vuoto che sta vivendo gran parte della musica italiana, grazie a questo contest ho scoperto che c'è tantissimo talento sommerso. Abbiamo ricevuto oltre 300 iscrizioni per il contest; tre di questi artisti apriranno le tre date pugliesi. La qualità è altissima e stiamo facendo una fatica enorme a selezionare i dodici progetti finalisti. Sotto la superficie si sta muovendo qualcosa di importante: c'è l'idea di andare oltre quello che le nostre orecchie sono abituate ad ascoltare in questo periodo storico. Se avessi le risorse farei una serata interamente dedicata agli emergenti. C'è tantissima fame e bisogno di palcoscenici per la musica nuova.
Tornando invece al tuo lavoro principale come cantautore, cosa bolle in pentola?
Tra pochi giorni annuncerò i concerti estivi. Saranno live di diversa natura: alcuni con la banda, altri dedicati a Lucio Dalla. L'anno scorso è uscito "Henna" che mi ha riportato a cantare Lucio in giro, una cosa che piace molto al pubblico e che io amo fare. Sarò in strada fino a settembre. Inoltre, sono otto anni che lavoro a un nuovo album. Per me è un disco importantissimo che richiede grandissima cura. Entrerò in studio in autunno per registrarlo, con l'obiettivo di uscire nel 2027. Dal punto di vista discografico, è la cosa più importante che io abbia mai fatto.