Se è vero che l'abito non fa il monaco, è anche vero che azzeccare un titolo di un libro non è sempre semplice. Se poi questo libro è una raccolta di saggi forse è ancora più complesso. Ian Penman, forse uno dei critici inglesi più interessanti del panorama contemporaneo, ha raccolto alcuni saggi musicali e li ha intitolati "Mi porta a casa, questa curva strada" che altro non è che un distico di W.H. Auden che, come spiega lui stesso, ha nel termine "track" una parola che semanticamente unisce le anime del libro, volendo dire sia "sentiero" che "traccia", quella del vinile.

Ma non è solo per una questione semantica che è bene spendere due parole in più sul titolo di questo libro pubblicato da Atlantide Edizioni (e in inglese da Fitzcarraldo, editore che negli ultimi anni si è conquistato un posto importante grazie alla cura con cui sceglie le pubblicazione e qualche Nobel per la Letteratura): c'è anche la questione poetica che in qualche modo accompagna il critico e quello che scrive. Nei saggi di Penman, infatti, la scrittura è importante tanto quanto l'osservazione dei vari fenomeni e artisti, e dare fin dal titolo idea di "come" si leggerà e non solo "cosa" si leggerà dà merito all'intenzione tutta. Dentro, insomma, ci sono influenze di pensatori, sociologi, filosofi, c'è una competizione intellettuale con altri critici, c'è una volontà di pensiero che è mirata, però, a dare al lettore sempre un punto di vista preciso.

Quelli raccolti in questo libro sono saggi apparsi su varie riviste, affrontando alcuni tra i miti della musica mondiale, ma soprattutto personaggi complessi, alcuni con storie di debolezza che alla fine li ha portati alla distruzione, altri narcisisti, geni, talenti assoluti, di fama mondiale, di nicchia, unendo sempre la persona e l'artista, spesso impossibili da scindere. Ci sono James Brown, Frank Sinatra, Elvis Presley, Prince e Charlie Parker, ma anche due passioni totalizzanti dell'autore come Donald Fagen degli Steely Dan e John Fahey (bella scoperta anche per chi scrive che ha approfondito la musica di questo bluesman). Si analizza la guerra tra Mod e Hipster, si entra nei meandri del jazz e della black music. Penman fa un lavoro enorme cercando traiettorie diverse da quelle percorse da altri, cita le biografie degli artisti, ne individua punti di forza e debolezza – a volte scontrandosi a muso duro con gli autori di quei libri – per arrivare sempre a un punto di vista originale.

"Filo conduttore tra alcuni dei saggi è una tesi dialettica tra il disordine e talvolta la disperazione della vita privata degli artisti di cui si parla e l'eleganza, l'economia quasi soprannaturale delle loro canzoni" scrive Penman nell'intro facendosi una domanda che è attuale sempre e soprattutto oggi: "Quanta larghezza di vedute morali siamo disposti a concedere a questi artisti nella sfera privata prima di dire basta".

Le droghe, i rapporti con la malavita, la violenza domestica e non solo, una morale spesso al limite e talvolta oltre, ma anche un talento incredibile: Penman non dimentica mai la parte musicale, la tecnica, pur senza perdere mai una visione letteraria: "Sinatra canta versi pieni di consonanti che ticchettano come soldati di guardia, ma lascia il ricordo di una voce che è un'onda lieve e senza increspature" scrive a proposito del cantante italo americano o quando, a proposito di "Rikki don't lose that number" degli Steely Dan riflette come sia costruita "sulla progressione di accordi – fluida come un mazziere che mescola le carte – di ‘Song for my father' di Horace Silver". Ma gli esempi per far capire come la musica si leghi alla sociologia, alla scrittura ricercata e puntuale, sarebbero troppi. Questi saggi ci accompagnano nelle vite e nelle note dei suoi protagonisti e lo fa con una precisione e una scorrevolezza che non vi faranno staccare gli occhi dalla pagina, fino a ritrovarsi, alla fine questa lunga strada – "Nuvole, nuvole gonfie di pioggia" sono le ultime parole del libro –  a casa, qualunque essa sia.