L’editore di Francesco Guccini: “Si sentiva prima di tutto uno scrittore. A settembre il libro scritto prima di morire”

La parola più della musica è stata sempre al centro del discorso artistico di Francesco Guccini. Per molto tempo la sua vita da scrittore è proseguita parallelamente a quella di cantautore, finché, dal 2012, ha preso il sopravvento. Il maestro, scomparso questa mattina a 86 anni, aveva posato la chitarra e smesso di scrivere musica e incidere dischi di inediti. Ciò che aveva da dire e da raccontare, ormai, era nei suoi libri, quelli da solo e i gialli scritti a quattro mani con Loriano Macchiavelli. Questa è stata un'intuizione di Antonio Franchini, Direttore editoriale del gruppo Giunti, che a Fanpage racconta dell'amore del cantautore di Pàvana per la scrittura, di come lo portò in Mondadori prima e, poi, creando questo binomio con Macchiavelli in Giunti, editore che il 23 settembre pubblicherà il libro postumo di Guccini "Calde le pere! Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla".
Volevo chiederle un ricordo su Francesco Guccini scrittore, la vita che ultimamente prediligeva.
Secondo me la scrittura è sempre stata la dimensione che lui preferiva e che ha sognato di più. Non me l'ha mai detto esplicitamente, ma ho sempre pensato che volesse essere prima di tutto uno scrittore. Lo si intuisce anche da alcune canzoni, e dal ricordo di Hemingway. Ha iniziato a pubblicare narrativa nell'89 con "Cròniche epafàniche", quindi attorno ai 49 anni, anche se aveva già un passato da giornalista alla Gazzetta di Modena.
Quando l'ho intervistato a Pavana mi raccontò di essersi sempre considerato poco un musicista e molto più un paroliere. Per lui la parola era fondamentale.
Esatto, per lui ruotava tutto intorno alla parola. Io appartengo alla prima generazione di giovani cresciuti con le sue canzoni e Guccini era considerato un poeta anche dai miei coetanei che si occupavano seriamente di poesia. Certo, la questione se i cantautori possano essere considerati poeti è spinosa.
Il Nobel a Bob Dylan lo ha un po' sdoganato.
Sì e no, perché i poeti restano rigorosi nel negarla questa cosa, ma la posizione di Francesco è sempre stata di grande umiltà. Non si è mai preso sul serio in quel senso: si definiva uno che giocava con le parole e con i metri, come dice ne "L'Avvelenata". Eppure aveva studi rigorosi alle spalle, avendo studiato con Ezio Raimondi. Il suo curriculum letterario era in piena regola, non era un semplice autodidatta, era un profondo conoscitore della poesia Quattrocentesca, un frequentatore di classici. Teneva enormemente di più alle sue competenze letterarie; quelle musicali se le era dovute fare per necessità.
Come vi siete conosciuti in Mondadori?
Ci conoscemmo nel '94 o '95, esattamente trent'anni fa. All'epoca io curavo la narrativa italiana in Mondadori. L'occasione fu un'antologia di racconti (Storie d'inverno) firmata da tre autori: Valerio Massimo Manfredi, Giorgio Celli e Francesco Guccini. Inizialmente furono pubblicati da una banca, ma loro ebbero l'idea di pubblicarli per il mercato di massa con un unico editore. Allora Francesco pubblicava con Feltrinelli, Manfredi con Mondadori e Celli – che era un noto saggista ed etologo – non ricordo con chi. Francesco voleva andare da Feltrinelli, Manfredi da Mondadori; alla fine si accordarono e vennero da me in Mondadori.
Ed è da lì che è nata l'idea di proporgli di scrivere romanzi gialli insieme a Loriano Macchiavelli?
Accadde poco dopo, mentre andavamo in giro a promuovere i suoi libri e cominciavo a conoscerlo personalmente. A Bologna organizzammo la presentazione di un romanzo di Macchiavelli, e Francesco fece da relatore. Durante la presentazione, raccontò una trama gialla che aveva in mente: la storia di un prete trovato morto di freddo in Appennino. Lui era un grandissimo lettore di gialli, sia dei classici hard boiled americani come Chandler e Hammett, sia dei gialli classici inglesi come Agatha Christie. A cena disse a Loriano: "Sarebbe una bella storia, dovresti scriverla tu". E Loriano rispose: "Ma non è una storia mia. Perché non la scrivi tu?". Francesco rispose: "No, io non la scrivo perché non sono un giallista", ma Loriano replicò: "Non lo sei, però potresti esserlo". A quel punto intervenni io: "Scusate, perché non provate a scriverla insieme?".

Dando il via a un sodalizio fortunato.
All'inizio Francesco recalcitrava. La sua prima risposta a qualsiasi cosa era sempre "no", poi si convinceva. In questo era un montanaro, non amava mettersi in mostra o stare in primo piano; se la gente lo fermava per strada si sentiva a disagio. Da ragazzo, a Bologna, vide da lontano un suo mito del jazz. Pensò di chiedergli un autografo, ma poi si disse: "Ma no, cosa vado lì a rompergli le scatole?" e rinunciò. Per questo, quando i fan lo braccavano, non sapeva mai cosa dire.
A proposito di fan, c'è qualche aneddoto divertente?
Uno dei suoi preferiti riguardava un padre e un bambino incontrati in Toscana. Il padre voleva che il figlio cantasse L'Avvelenata davanti a lui, ma il bambino, riottoso, si rifiutava. A un certo punto il padre gli tirò uno schiaffone dicendo: "Canta! Se sapessi come la canta sempre a casa!". Lui gli disse che era pazzo, e il bambino, scoppiando in lacrime, cominciò a cantare: "Ma se io avessi previsto tutto questo…". Francesco lo raccontava sempre ridendo e aggiungeva: "Quando un giorno farò un concerto e qualcuno mi sparerà, saprò chi è stato".
Che persona era lontano dai riflettori? Si parla spesso delle sue storiche tavolate.
Inizialmente era una persona riservatissima. Aveva bisogno di costruire un rapporto profondo prima di aprirsi; non era il tipo che andava in osteria, tirava fuori la chitarra e iniziava a cantare con chiunque. Lo faceva solo con la sua comitiva ristretta di amici, e solo a serata avanzata. La sua cifra stilistica è sempre stata la riservatezza.
So che a breve pubblicherete un suo libro postumo, "Calde le pere!".
Sì, un racconto lungo che uscirà a settembre. È una storia molto cara al suo mondo d'antan: ambientata in Appennino durante una calda giornata estiva, con una ragazza timorata che va a fare un'escursione nel torrente con i genitori… e non aggiungo altro. Il racconto lo ha scritto poco prima di morire.
Negli ultimi tempi soffriva molto per i problemi alla vista che gli impedivano di leggere.
Gli audiolibri sono stati la sua salvezza, insieme a un programma al computer con lettere molto ingrandite che gli permetteva ancora di scrivere. L'anno scorso, durante la riabilitazione, soffriva molto la fatica fisica. Ha sempre deriso l'atletismo, prendendo in giro chi faceva ginnastica. Quando la moglie Raffaella lo accompagnava in piscina, chiamava quei duecento metri a piedi "il miglio verde". Per sopportare la noia della riabilitazione, staccava la testa e costruiva i suoi racconti nei minimi dettagli. Quando si metteva alla tastiera, la storia ce l'aveva già interamente scritta nella mente.