Anche io sono stata una straniera nella mia classe: mandarmi via non avrebbe risolto i problemi
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Victoria Karam – assistente parlamentare a Bruxelles e coordinatrice delle Politiche Ue del Pd a Vicenza, autrice del libro del libro "Volti italiani. 15 storie che ci spiegano perché serve una legge sulla cittadinanza" – indirizzata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Se anche tu, come Victoria, ti sei sentito/a uno/a "straniero/a"nella tua classe, anche se sei nato/a o cresciuto/a in Italia, raccontaci la tua esperienza. Puoi scrivere a segnalazioni@fanpage.it oppure compilare questo form.
Ormai lo abbiamo letto ovunque: sui social, sui giornali, sentito alla radio. A Palazzo Chigi devono avere un po’ d’ansia. Vannacci incombe, rosicchia spazio, alza continuamente l’asticella. Ma Giorgia Meloni ha un talento che in politica vale parecchio: sa fare il gioco di prestigio. E nei giochi di prestigio la cosa più importante non è quello che succede. È dove riesci a far guardare il pubblico.
Meloni questo lo sa fare molto bene. Ieri ha lanciato un’immagine semplice e potente: mettere un numero massimo di studenti stranieri nelle classi. Perché, ha detto, non è accettabile che i bambini italiani "siano diventati la minoranza".
Presidente, però, mi conceda una piccola nota autobiografica. Io sono nata in Italia da genitori immigrati. Ho imparato a parlare qui e ho studiato qui fino alla laurea. Sono cresciuta guardando Dragon Ball, Art Attack e Paperissima Sprint nelle sere d’estate, facendo merenda davanti alla TV e sperando che mia madre mi concedesse altri dieci minuti prima dei compiti.
Eppure, per i primi 22 anni della mia vita, per lo Stato italiano io ero, numericamente e legalmente, straniera. Quando si faceva la conta degli “alunni stranieri”, dentro quel totale io ero un’unità.
E allora mi aiuta a capire, Presidente? In che modo io avrei potuto abbassare la qualità dell’apprendimento della mia classe? Quale problema linguistico rappresentava il mio passaporto? Perché nelle scuole italiane ci sono circa 930 mila studenti senza cittadinanza italiana, ma quasi due su tre sono nati qui.
E allora la domanda è: chi stiamo chiamando straniero?
Sia chiaro: se in una scuola arrivano molti bambini che non conoscono l’italiano, il problema esiste. Servono insegnanti, corsi di italiano, mediatori, risorse. Ma se il problema è linguistico, misuriamo la conoscenza della lingua, non la cittadinanza. Sotto la stessa etichetta di “alunno straniero” finiscono il bambino arrivato in Italia da poche settimane e quello nato qui, che l’italiano lo parla dalla sua prima parola. Stessa statistica. Due realtà completamente diverse.
Ed è qui che entra lo ius scholae: riconoscere, anche ai fini della cittadinanza, il valore di un percorso scolastico compiuto in Italia. Non è neppure un’idea confinata alla sinistra: Forza Italia ha proposto di legare la cittadinanza a dieci anni di scuola frequentati con successo nel nostro Paese.
Prima diciamo a questi ragazzi: integratevi, imparate la nostra lingua, conoscete la nostra cultura. Poi, quando la scuola italiana li ha formati per dieci o quindici anni, continuiamo a contarli tra gli “stranieri”. Quanto deve durare un’integrazione prima che possiamo ammettere che è riuscita?
Ventidue anni fa, quando qualcuno contava gli “stranieri” nella mia classe, contava anche me. E ancora oggi mi chiedo quale problema avrebbe risolto avere una come me in meno in classe. La domanda allora è semplice, Presidente: il problema è davvero quanti stranieri ci sono in una classe, o quanto è comodo continuare a chiamarli stranieri?